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Rigo Camerano

PITAGORISMO ED EPICUREISMO 

A TARANTO

IN ETA’ CLASSICA ED ELLENISTICA

 
Taranto: Colonne di tempio dorico 

Propedeutica alla poesia di Leonida 

Sapienza è dire la verità.
Eraclito (1)

 Parte seconda

L’EPICUREISMO

 

         Il primo ellenismo inizia, a Taranto, dalla morte di Alessandro il Molosso, e si protrae oltre l’assedio e la capitolazione ai romani (1).

         Storicamente, l’ellenismo italiota e siceliota si differenzia sia da quello della madrepatria che da quello delle metropoli medio-orientali e africane, per numerosi e importanti aspetti: in primo luogo, rispetto alle città greche vere e proprie, le polis italiote mantengono ancora, per quanto precariamente, la loro indipendenza politica; riguardo alle città costruite nei nuovi imperi dei Diadochi, conservano una parvenza di ordinamento democratico. Queste città, delle quali le principali sono, per ora, Napoli, Siracusa e Taranto, essendo decadute Crotone, Reggio e Turio, consumano le loro ultime illusioni di ricchezza, di gloria e di indipendenza; il mondo entro il quale vivono non consentirà loro ormai più che una fugace esistenza che sarà bruciata in pochi decenni di vita intensa. La situazione umana, purtroppo, è tale che questi popoli non possono non sentirsi già condannati, non perchè immeritevoli, come li vuole una tradizione storica "facile", ma perchè estranei al mondo che li circondava, un mondo dominato dalle spade delle grandi nazioni contadine prima che dalla intraprendenza commerciale delle piccole città marinare (2).

          L’incapacità a liberarsi delle loro contraddizioni li rende inetti a dimostrare il loro evidente valore che, in questo momento, si esprime con opere di filosofia, d’arte e di scienza, ma non sempre in una vita completamente appagata da una condizione umana spiritualmente evoluta. Perciò l’artista, lo scienziato, ed anche il filosofo ellenistici vivono spesso isolati dal loro corpo sociale, a volte sono dei sofferenti avulsi dal mondo, e raramente rappresentano la società nella quale operano.

         Questo clima umano, propizio per ora ai capolavori, è, a un tempo, apogeo di bellezza e prodromo di decadenza. In Taranto il poeta Leonida incarna perfettamente in sé questo carattere, allo stesso modo di quanto, nei secoli e decenni passati, Icco, Filolao, Archita e Aristosseno incarnarono compiutamente il tempo loro.

         Nei decenni precedenti la funesta guerra di Pirro ovvero già nel periodo a cavaliere fra il IV e il III secolo a.C. anche la democrazia italiota decade. La benemerita, antica armonia attraverso la quale Archita aveva mantenuto l’equilibrio fra le classi sociali, comincia a corrompersi e si sostituisce ad essa il governo della fazione. In una stessa città il dominio delle parti si alterna e, a somiglianza di quanto una volta accadeva in Siracusa, i perdenti vengono sterminati, o cacciati; le masse di esuli che in tal modo si formano, si armano talvolta in compagnie, arruolano mercenari, tentano di riprendere con il sangue ciò che già con la forza loro era stato tolto.

         In Taranto non siamo a questo e, per fortuna, nemmeno ci arriveremo, ma alle sorti della città non attendeva più tutto il popolo, il fior del quale era costituito da quella messe di intellettuali che le scuole pitagoriche avevano fornito. Lo studioso, il filosofo, l’artista che, pur alieni da cariche di potere, erano in grado di influenzare disinteressatamente il costume dei cittadini, non avevano più voce che nell’ambito egotista della loro fazione. La libertà culturale diminuiva, e con essa, nell’aumentato rigoglio delle passioni di parte, morivano la democrazia e la civiltà.

         Questa decadenza politica è peculiare di tutto il mondo ellenistico, e se, per compenso, si avverte un affinamento delle arti estetiche, della letteratura, della musica, dell’architettura, della scultura, del teatro e delle scienze pure e applicate, che raggiungono, in questa temperie storica, i risultati più interessanti di tutto l’evo antico, gli è perché lo spirito umano si ribella individualmente a ogni tipo di decadenza e si erge spesso, per necessaria contraddizione, a manifestare la bellezza della propria più segreta natura.

         Dal 326 al 304 a.C. età della seconda guerra sannitica, le città magno-greche godettero di un periodo di relativa tranquillità dovuto al fatto che i popoli sabellici (sanniti e lucani) erano impegnati in una durissima guerra contro Roma. In questo periodo si rilevano soltanto avvenimenti bellici secondari, come l’aiuto dato ad Acrotato e ritirato allorché costui si inimicò i capi delle città siceliote che lo avevano invitato, e un infruttuoso tentativo di mediazione fra romani e sanniti, compiuto dai tarantini sotto le mura di Lucera nell’anno 320 a.C. Della cosa narra Livio in IX, 14, in un passo confutato dal Ciaceri (3).

         Vero e falso che sia, il fatto ha poca importanza storica, poiché le conseguenze di esso si perdono immediatamente.

         A parte dunque tali avvenimenti poco interessanti, uno dei quali messo in dubbio, Taranto, durante 22 anni di fine secolo, non ebbe a subire turbamenti e poté continuare a dedicarsi pacificamente alla propria vita civile e industre. Furono questi, purtroppo, gli ultimi anni felici della città, dopo i quali si susseguirono, sino alla fine del terzo secolo, orrori, miserie e lutti. Di questo periodo pacifico rimangono testimonianze culturali notevoli, la più caratteristica delle quali è data dai frammenti del teatro fliacico. Di tale forma d’arte, in verità, almeno dalla letteratura, si sa poco. Nella biblioteca civica cittadina se ne possono trovare notizie nei testi dell’Olivieri e del Drago (4).

         Il più celebre rappresentante di questa originale forma d’arte fu certamente Rintone, che la poetessa Nosside (5) definì siciliano di Siracusa. Stefano di Bisanzio lo chiamò Tarantinos comicos, mentre il lessico Suda lo ritiene figlio di un vasaio.

         Rintone fiorì fra il 323-285 a.C., cioè, particolarmente durante il periodo ventennale di pace del quale scriviamo. I frammenti fliacici provengono, in massima parte, dalla interpretazione dei vasi ritrovati.

          Lo sviluppo economico che, certamente, la pace arrecò, è testimoniato dalle notevoli opere di scultura e di abbellimento cittadino che in questo tempo arricchiscono la città, e delle quali notizia ci giunge, purtroppo, dalle testimonianze intorno al bottino che i romani di Fabio Massimo Verrucoso carpirono nel 209 a.C., dopo la ribellione della città, durante la guerra di Annibale (6).

         Fra le opere di maggiore impegno costruite in questo periodo, se ne distinguono due: una, il celebre Giove, alto 18 metri, del quale narra Plinio il Vecchio (7), l’altra l’Ercole famoso.

         La principale caratteristica della prima colossale opera d’arte era che la mano d’un uomo era sufficiente a muoverla, mentre nessun uragano sarebbe stato capace di svellerla. Questo notevole equilibrio era ottenuto, si ritiene, mediante una colonna che l’artefice aveva posto a moderata distanza, là dove occorreva frangere il vento (8). La costruzione di tale colonna, e di una simile statua riconfermano l’ipotesi già formulata (9) della esistenza di una scuola di ingegneria meccanica che, con ogni probabilità, durò a lungo e non si limitò all’arte militare. Allo studioso Agatino d’Arrigo, curioso di problemi di meccanica antica, si deve una convincente spiegazione della interessante particolarità di quest’opera (10). La mole di essa non consentì a Fabio di trasportarla in Roma.

          Di Lisippo, che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Taranto, è un’altra delle opere più belle, collocabile negli ultimi due decenni del quarto secolo a.C.: il celeberrimo Ercole, il glorioso vincitore, l’opera più bella della mano di Lisippo (11). Rappresentava un momento, forse il più angoscioso, della fatica di Ercole costretto a pulire le immense stalle di Augìa lordate dal letame che in 30 anni vi avevano accumulato i suoi tremila buoi. Si tratta, probabilmente, di una pausa durante il lavoro, del momento in cui Ercole riflette che nulla potrà ottenere se vorrà risolvere la fatica in un giorno, continuando a caricare ceste su ceste di sozzura e bruttandosi esso stesso.

         Perciò l’eroe era rappresentato in stato di profondissima umiliazione e dolore. La sua espressione sofferente è, se si vuole, indicativa per la comprensione del periodo nel quale Lisippo operò, pieno d’incertezze e angosce, testimoniato dai più grandi artisti dell’epoca, (lo vedremo con Leonida) e giustamente stride con la superficiale epidermide godereccia nella quale parte della vecchia storiografia vide la causa della rovina stessa della città.

         Riguardo alla numerosa piccola produzione vascolare, e di oggetti di vario uso, si ritrovano in quest’epoca, ovvero sia nel quarto che nel terzo secolo a.C., i caratteri della grossa produzione di vasto smercio. Questa produzione testimonia, l’aumento della pubblica ricchezza e il suo capillare diffondersi nel corpo sociale.

         Nei primi decenni del terzo secolo a.C. prese gran moda in Taranto la filosofia epicurea. Di tutte le filosofie che l’ellenismo produsse, questa fu infatti quella che meglio poté penetrare nei costumi di una città ricca, stipata di opifici e fabbriche artigianali, brulicante di operai salariati, di mercanti, col porto ricolmo di navi che ora commerciavano, non tanto più con la madrepatria greca, economicamente in decadenza, quanto con le nuove metropoli che, dall’impresa di Alessandro, erano sorte in tutto l’Oriente mediterraneo.

         I tarantini, uomini ancora liberi, e ancora illusi di poter fare a meno del mondo che li circondava, non potevano, in quel determinato momento storico, non prediligere Epicuro, il filosofo che da Atene diffondeva un’etica di armonia individuale e di felicità da raggiungersi fra gruppi di amici separati dal resto di un mondo turbolento che altro non aveva da offrire se non rischi, dolori, precarietà di fortuna.

         L’epicureismo, insieme al cinismo, al cirenaismo, al pirronianesimo, allo stoicismo ed a gran parte della vasta fioritura del pensiero ellenistico, consegue dalla chiara coscienza della incapacità dell’individuo a raggiungere la felicità entro il corpo sociale esistente, perlomeno una felicità sicura. Per conseguenza, la perfezione viene ricercata individualmente, e l’uomo può illudersi d’esser forte nello stoicismo, o d’esser felice con Epicuro, o d’esser ricco come Diogene nella botte; può illudersi sino a capovolgere il senso stesso della verità, sino a camminare sul soffitto.

          Come si giunse, in Taranto, a questa modificazione della mentalità pubblica dai tempi del pitagorismo, è spiegato dalla evoluzione della situazione internazionale che vede la città scadere sempre più a rango di potenza secondaria, nonché dalla decadenza dello stesso concetto di polis nel mondo. In questo momento, Taranto si trova ad essere una delle poche democrazie superstiti.

         Ma forse sarebbe errato trarre da queste premesse la conclusione troppo generica, che la filosofia ellenistica si caratterizzi nella rinuncia dei pensatori a trattare il problema della verità, ovvero a trarre principi generali di valore universale (simili, ad esempio, a quelli che erano scaturiti dalle speculazioni pitagoriche sulla Decade e la Tetractys ) e a limitarsi a ricercare una via di accomodamento fra le esigenze individuali di libertà e felicità, e quelle sociali, nel momento oppressive, della società che circondava l’uomo.

         Pur limitandoci all’indagine sull’epicureismo, mi sembra di dovere invece convenire che questa filosofia fu, almeno nelle intenzioni del proprio autore e di coloro che lo seguirono, un serio tentativo di capovolgere le basi etiche sulle quali la società si reggeva e di modificarne la morale allo scopo di ottenere, in pratica, “un mondo migliore”, o almeno una vita regolata più umanamente.

         Di Epicuro si può dire che fu uno dei più grandi, rari, veri moralisti della storia. Da ciò che ci rimane del suo pensiero possiamo trarre il succo di due principi generali validi, naturalmente, per ogni epoca: il primo, che l’umanità ha il dovere e l’esigenza di ricercare una felicità sulla terra, e che la felicità stessa si riconosce nell’equilibrio dei desideri (12).

         Volgari e grossolane noi definiamo quelle forme di vita che non tendono alla felicità (13).

         Il secondo, che la verità, anche riguardo al problema della natura degli dèi, dev’essere cercata attraverso le prove naturali, e non sul mito (14).

         La liberazione dell’uomo dalla paura, sia fisica che psichica, usata spesso come strumento di potere, fu una delle principali preoccupazioni di Epicuro (15). Mancava tuttavia, per raggiungere collettivamente il grado di civiltà al quale alcuni erano arrivati, l’armonia delle componenti, armonia che, dati i tempi, sarebbe stato impossibile ottenere.

         In breve, la posizione di Epicuro di fronte al problema della verità, non era diversa da quella di uno scienziato moderno: infatti, egli affermava la validità della esperienza sensoriale (16). Pur essendo, questo giudizio, limitativo rispetto a quello formulato dal precedente pitagorismo, tuttavia resta notevole lo sforzo compiuto per distinguere il concetto di bene, inteso come concreta felicità terrena dell’individuo, raggiungibile attraverso la conoscenza delle leggi naturali e realizzabile mediante la saggezza e l’equilibrio degli impulsi, da quello di male, identificabile nella mancanza di spinta individuale verso la verità.

         Dalla lettera a Meneceo: (130,5 sgg.):

         “Consideriamo un gran bene l’indipendenza dai desideri, non perché sempre dobbiamo avere il poco, ma perché, se non abbiamo il molto, sappiamo accontentarci del poco; profondamente convinti che con maggior dolcezza gode dell’abbondanza chi meno di essa ha bisogno, e che tutto ciò che natura richiede è facilmente procacciabile. Ciò che è vano è difficile a ottenersi.

         I cibi frugali, inoltre, danno uguale piacere che un vitto sontuoso, una volta che sia tolto del tutto il dolore del bisogno, e pane e acqua danno il piacere più pieno quando se ne cibi chi ne ha bisogno. L’avezzarsi a un vitto semplice e frugale, mentre da un lato dà la salute, dall’altro rende l’uomo sollecito verso i bisogni della vita, e quando, di tanto in tanto, ci accostiamo a vita sontuosa, ci rende meglio disposti nei confronti di essa, e intrepidi nei confronti della fortuna.

         Quando dunque diciamo che il piacere è il bene, non intendiamo i piaceri dissoluti o quelli delle crapule, come credono alcuni che ignorano, o non condividono, o male interpretano la nostra dottrina, ma non avere dolore nel corpo, né turbamento nell’anima. Poiché, né banchetti, né feste continue, né godersi fanciulli e donne, né pesci e tutto quanto offre una lauta mensa, dà vita felice, ma saggio calcolo che indaga le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel gran turbamento che prende le anime.

         Di tutte queste cose, il principio e il massimo bene è la prudenza; per questo, anche più apprezzabile della filosofia è la prudenza, dalla quale provengono tutte le altre virtù, che insegna come non vi può essere vita felice senza che essa sia saggia, bella, e giusta; né saggia, bella e giusta senza che sia felice. Le virtù sono connaturate alla vita felice, e questa è inseparabile da esse (17).

         Questi insegnamenti non erano nuovi. Essi erano già stati il derivato logico delle meditazioni dei più grandi pensatori che Taranto aveva prodotto (18); erano stati divulgati nelle scuole pitagoriche e avevano influito sulla mentalità pubblica. L’evoluzione dei tarantini verso la filosofia di Epicuro rappresenta quindi soltanto un ammodernamento del gusto, un adeguamento a tempi nuovi. Non vi fu dunque corruzione nei costumi dei tarantini del terzo secolo a.C., e probabilmente non vi fu neanche una notevole modificazione dei loro costumi di vita.

         Riguardo al mito, conviene forse rammentare che, sovente, esso era considerato un espediente divulgativo per tramandare e diffondere nel popolo regole di vita sociale, norme igieniche, morali, filosofiche, etc. e che quindi, in ultima analisi, fosse da ritenersi buono e utile.

         La originalità della posizione di Epicuro nei confronti del mito, consiste nel considerare immorale questo tramite per giungere alla intelligenza pubblica, poiché esso presuppone una cultura imposta, non  autonomamente cercata. Il mito, infatti, per sua natura, si presta facilmente ad essere strumentalizzato, sicchè, una volta inteso e adoperato in questo senso, può trasformarsi in apparato oppressivo della libera ricerca e della cultura. Molto meglio sarebbe quindi stato, per la società, liberarsene, ed affidare la ricerca del vero alle leggi naturali, anche se ciò avrebbe comportato frequenti confessioni di ignoranza e modificazioni delle proprie opinioni.

         Considerato in questa luce, il merito di Epicuro appare veramente dei più grandi, e i benefici da lui arrecati all’umanità sembrano immensi.

         Raramente uomo fu più vituperato.

          Leonida nacque a Taranto fra il 340 e il 330 a.C. (19). Della sua vita si conoscono pochissime cose, ed anche queste incerte, tratte da qualche suo verso. Fuori dubbio è, comunque, che emigrò, e che già all’inizio del terzo secolo si trovò a peregrinare in Epiro, per Grecia e in seguito anche in Egitto. E’ molto probabile che buona parte dei suoi epigrammi siano fittizi, secondo la moda del tempo, come vogliono Augusto Rostagni, Gilbert Arthur Higet e il testo del Perrotta (20) e come si può intuire anche dalla lettura dei versi presentati in questo sito (si veda nella collana “Poesia”).

         Verosimilmente, morì in Alessandria d’Egitto dopo la resa della sua patria ai romani.

         A quest’ultimo periodo risale, con tutta probabilità, il celeberrimo epigramma VII, 715 dell’Antologia Palatina compreso nella corona di Meleagro e al n. 26 della nostra raccolta.

         Nel proemio di Meleagro il poeta è paragonato all’edera tenace (21), e ciò è piacevole, e significativo del suo destino d’artista.

          Leonida fu, in tempi diversi, variamente tradotto in più lingue e diversamente giudicato. Un pregevole studio di Rocco Labellarte (22) presenta, in sintesi critica, i vari giudizi che sul nostro autore ha dato, fra il XIX ed il XX secolo, la cultura europea. Traduzioni se ne trovano in tutte le lingue.

         In realtà, Leonida è uno di quegli uomini rari, capaci non solo di percepire e trattenere in sé una parte dell’armonia universale tradotta in sentimenti e pensieri, ma anche di descriverla e comunicarla agli altri; per questo motivo ben si adatta ad essere tradotto chiaramente, per le immagini, i sentimenti, le sensazioni e i pensieri che produce. Ed è perciò che Leonida può essere definito il più grande poeta prodotto da Taranto in tutti i tempi, ed anche uno fra i più sommi del patrimonio culturale della nazione.

         Sebbene da poco rivelato in Italia, per merito soprattutto di Salvatore Quasimodo e di, purtroppo, ben pochi critici precedenti (23), è fuori dubbio che Leonida godrà di un avvenire luminoso, appunto perché vero poeta. E confondere Leonida con Quasimodo stesso, come sospettano alcuni, sarebbe far torto a quest’ultimo, che amava sinceramente il poeta antico ed era consapevole del proprio merito di avere ridato a un grande artista il posto naturale che gli spettava (24).

         Riguardo al giudizio sul valore del testo greco e a quello dei rapporti fra Leonida e le filosofie ellenistiche, particolarmente al cinismo, o a ciò che ancora rimaneva del pitagorismo laicizzante, rimando il lettore alla relazione tenuta da Marcello Gigante nel X Convegno di Studi sulla Magna Grecia, a Taranto.

         Ottime traduzioni leonidee esistono in Europa, e notevole per purezza e semplicità è quella diretta da Pierre Waltz (25) ottenuta con lavoro d’équipe.

         La traduzione di tutta l’Antologia Palatina si rifà ancora a quella del Geffcken (26), come quasi tutte quelle esistenti.

         Dell’opera del Waltz mi sono servito per controllare una mia traduzione degli epigrammi funerari di Leonida, tratti dal libro VII dell’Antologia, che da soli costituiscono la metà circa di tutta la produzione del poeta stesso.

         Gli epigrammi, nella collana “Poesia”.

         Il testo è stato parzialmente tratto da due scritti di Enrico Orlandini:

         “Episodi e figure della Taranto classica: Da Archita ad Alessandro il Molosso” estratto dalla Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto, XXXVI, 1967.

         “Leonida e l’alto ellenismo”, c.s. XXXVIII, 1969. 

          La bibliografia è nei testi citati, probabilmente richiedibili nel Comune di Taranto e nella biblioteca civica locale.

 

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