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Religione  dCaffé
3.
 

 
 
 
CAPO  TERZO
 
Il valore e la morale.
 
Il valore che qui si considera è l'aderenza della religione (di qualsiasi religione) alla verità.
Considerando che noi accettiamo che possano esistere figurazioni e risoluzioni opposte (anche contraddittorie) di uno stesso problema, tutte ugualmente vere (si veda il capo primo de "Il buon filosofo…") ci limitiamo qui ad osservare che le differenze importanti fra le varie religioni non riguardano le discordanze fra questa o quella prova della esistenza di Dio, bensì l'atteggiamento morale che poi si imporrà al popolo, le regole deontologiche, le interpretazioni dei vari libri, le preferenze metafisiche. Qui lo scriviamo con particolare riferimento alle religioni monoteiste.
Riguardo a quelle panteiste (intendendo quelle con molti dèi, ad es. le indiane) non accettiamo che siano ritenute atee, come a volte si legge o si sente dire. Questo, diciamo, "errore" proviene dal fatto che tuttora si intende Dio quale un vecchio signore con la barba, che comanda più di tutti. 
Se una pseudoreligione viene definita "atea", come ad esempio è accaduto al confucianesimo, o al pitagorismo, essa, in realtà, non è una religione, ma una presentazione di valori etici di natura più o meno  laica, pronunciati direttamente, senza che sia stata in precedenza, per essi, richiesta la sacralizzazione. La validità del discorso maturerà successivamente e potrà incidere, altrettanto quanto una vera religione, su usi e costumi, e durare millenni.
 
Valori religiosi provenienti da una unica sorgente fondamentale possono produrre morali diverse, come si evince dalle tre principali religioni monoteiste. Chi segue la nostra directory di letteratura (ed anche chi non la segue) avrà probabilmente letto la novella dei tre anelli, che noi abbiamo presentato sia nella versione contenuta nel "Decamerone", sia nella versione più antica.
Esiste comunque, a questo riguardo, una  difficoltà  evidenziata indirettamente dal Pentateuco e direttamente dalla sura coranica 112.
Secondo la Sura, Dio non ha generato un altro Dio. Tale particolare nemmeno la religione ebraica lo ammette.
Il monoteismo, quindi, non avrebbe una radice comune, ma sarebbe rappresentato da due Iddii: quello del Pentateuco, riprodotto nella religione ebraica e nell'Islam, e quello cristiano, che invece ha generato Gesù. 
E' vero che le autorità ecclesiastiche cattoliche sostengono che "il Pentateuco dev'essere letto con lo sguardo a Cristo, cui esso mira, e alla vita cristiana cui esso prepara" (Bibbia della Pia Società San Paolo, introduzione al Pentateuco), ma già, senza approfondire il teologico, la sola accettazione o il rifiuto della legge del taglione smentisce ciò, specialmente se ci si riferisce ai tempi attuali.
Flatuus vocis sembra quindi la comune giustificazione monoteista, flatuus vocis la pace, almeno su questa strada.
 
In breve, siccome ogni nostro lettore avrà già maturato un proprio modo di pensare e di scegliere, ci limiteremo a presentare soltanto il punto di vista relativo alla nostra interpretazione del termine "verità".
 
Affermiamo che esistono tre gradi di verità, più uno.
 
La verità sensibile che ci proviene dalla consapevolezza di essere nati, dallo scorrer del tempo e dalla cognizione della inevitabilità della morte. Per dimostrarla  occorre soltanto l'essere in sè quanto basta ad una persona non malata di mente.
Tale certezza può tuttavia condurre a un problema metafisico non dimostrabile e non difendibile, seppur lecito: – le forme (in genere, sia le umane che le altre) che Crono continuamente modifica, sono  esse valori di verità? La risposta è incerta.
 
Un secondo aspetto ci è dato dalla verità dimostrabile. Il problema si lega ai nostri rapporti con la materia fisica, internamente ai quali la matematica può essere considerata la parte noumenica della medesima. 
Il numero, infatti, è una verità "in sè e per sè". Come giustamente affermavano i pitagorici (se ne vedano le Note in "Filosofia") esso ha valore pratico e morale intrinseco e indiscutibile.
 La verità scientifica, al contrario, non è noumenica, tuttavia ha diritto al suo titolo nonostante sia "vera" spesso soltanto in quanto perfezionabile per successivi approfondimenti che produrranno poi il nostro progresso.
Può capitare che una verità scientifica, considerata tale per un certo tempo, in seguito sia ritenuta sbagliata e scompaia. Succede, più spesso di quanto si pensi, nella sistematica, specialmente biologica. Non è raro, infatti, che un animale o un vegetale cambino genere e specie, a seconda della validità della dimostrazione che li giustificava.
Nonostante ciò, è lecito sostenere che la morale debba fondarsi su verità accettate e misurabili, tuttavia, quando occorra, perfezionabili.
 
Un terzo modello è dato dalla verità intuibile, o di ragione, la quale non può essere giustificata altro che dalla dimostrazione dialettica o sillogistica.
Contrariamente alla dimostrazione scientifica esatta, la quale può essere soltanto superata da un perfezionamento, la verità di ragione può essere anche pareggiata da una dimostrazione contraria e altrettanto vera, come si è visto in "Filosofia" nel capo primo del nostro "Filosofo da caffé".
Ad esempio, in età classica si accettava che non fosse possibile che, dopo la morte, una persona continuasse a "non sentire più niente", in quanto ci si rendeva conto che essa in tal modo si oggettivava sul proprio cadavere come cosa esistente, e morta contemporaneamente. Questa era considerata una antinomia che al tempo d'oggi potremmo, senza timore, definire un indiscutibile assurdo scientifico.
Si giustificava in tal modo che l'affermazione di ateismo non fosse dialetticamente sostenibile.
"Alessandro il macedone e il suo mulattiere, morti, si ridussero allo stesso punto: o riassorbiti entrambi nelle regioni seminali del mondo, o entrambi dispersi fra gli atomi".
Così Marco Aurelio in "Ricordi" VI, 24, traduzione di Nicola Abbagnano.
 
Qualcuno obietterà: – La metafisica in sè non è Dio. –
Senz'altro.
Tuttavia la dimostrazione metafisica non è qui un comportamento congetturante riguardante un problema dialettico, bensì, in questo caso, è essa stessa un piano di realtà parallela che possiamo provare esistente.
 
La strada di fuga la si trova nella prova della esistenza di Dio contenuta in Avicenna e ripresa da San Tommaso nella dichiarazione ex possibili ac necessario, consistente nella accettazione del concetto della necessità di Dio per la esistenza delle cose possibili (necessità di potenza fisica scientificamente definibile). Ad esempio, l'esistenza del genere umano è direttamente dipendente dalla formazione del nostro universo (si veda il "Buon filosofo", capo 3). La formazione del nostro universo è direttamente dipendente da una potenza che possiamo assimilare alla potenza di Dio – pure ammettendo inconoscibili sia Dio che il piano metafisico che abbiamo accettato esistente -. 
 
 Secondo Avicenna (980 – 1037), filosofo persiano, le cose possibili hanno inizio dall'intelletto agente (il più primitivo fra gli intelletti che ascendono a Dio), intelletto "che produce le anime umane e dà le forme alla materia (bruta) concepita aristotelicamente (in "Metafisica" II, 1, 2) come eterno principio di molteplicità. (Dizionario Rizzoli di Filosofia, voce "Avicenna"). 
 
Per i motivi descritti potremmo definire "esistente" il piano metafisico, sebbene anche "non dimostrabile" secondo accezione di verità. 
Di conseguenza, una dimostrazione non secondaria della verità stessa (umana) può essere ricavata dalla indagine sull'ignoranza. Nel senso che se una cosa non la si sa, allora il vero è che non la si sa. Se il problema è indimostrabile, eccetto che in fantasia, allora il vero è che è indimostrabile. 
Non si può risolvere l'indimostrabile con l'invenzione, fondando poi su di essa, in sovrappeso, la legge. Ne' l'invenzione può essere giustificata dal "fine superiore" di una costruzione etica, in quanto la morale che se ne potrà ricavare sarà una morale di obbedienza passiva, che non rafforzerà mai lo Spirito. Nel senso che il "fine superiore" diventerà ben presto un interesse parziale limitato (per quanto grande possa apparire), ovvero un sistema di potere terreno, coerente alle giustificazioni di un potere terreno. 
 
Da tale base proviene l'ultimo genere di verità indagato, ovvero la verità non provabile, o pseudoverità, la quale, se vale pochissimo in scienza ed altrettanto in tribunale, al contrario vale moltissimo in religione.
Intendo come tale tutta la miracolistica, senza far differenza fra le varie credenze, in quanto il miracolo, dal tempo della preistoria ad oggi, ha sempre costituito il fondamento, la prova in verità e potenza della sacralizzazione di ogni legge tribale. Senza sacralizzazione non si sarebbe potuta mai avere cognizione legalizzata del dio. Senza il miracolo non si sarebbe potuta mai avere la obbedienza del popolo. Si sarebbe soltanto potuto avere un Dio "globale", ma al tempo anacronistico, non comprensibile alla mentalità tribale, in quanto giustificato su distanze troppo lontane. 
Oggi noi sosteniamo, al contrario, che un tale Dio possa mostrarsi giustificato dalla modificazione della temperie storica.
 
Occorre dire che Maometto fu il primo, e forse l'unico, a combattere seriamente la religione tribale in quanto tale. Purtroppo, luoghi e costumi gli furono contraddittori, né lui fu superiore ai propri tempi, per cui ancor oggi potremmo affermare non esaurita la sua missione. 
Purtroppo la situazione morale del mondo è oggi confusa al punto da non poter sostenersi tale affermazione senza correre il rischio di creare gravi fraintendimenti. 
Del resto, nemmeno la missione di Gesù può dirsi esaurita, ma qui il pericolo di fraintendimenti è minore. Semmai sono state e sono le contraddizioni umane ad annichilire Gesù.
Secondo il nostro punto di vista, il valore necessario alle religioni per risolvere sia la missione di Maometto che quella di Gesù, sia, perchè no, quella del Buddha, può ottenersi soltanto attraverso l'appropriazione del noumeno dalla persona singola, ove per noumeno si intenda la realizzazione del valore di universalità, che non può essere ottenuto da alcuna verità imposta.
Purtroppo il genere umano, per sua propria costituzione fisiologica (si veda il capo 6° del "buon filosofo da caffé") non ha interesse vitale immediato alla verità, che anzi teme e rifugge. Maggior sicurezza e capacità temporale di realizzazione di sè esso trova nel gruppo. Così almeno sembra alla maggior parte delle persone.
 
I danni provocati alla morale popolare dalla miracolistica sono notevoli: 
innanzitutto, essa crea un rapporto diretto fra Dio e il miracolo, nel senso che si crede in Dio in funzione del miracolo stesso. In tale modo Dio viene fatto uscire dal piano naturale e trasportato nel fantastico. Sarebbe ancora poco male se il non provabile non fosse imposto. 
Purtroppo, c'è differenza anche riguardo al mito, in quanto quest'ultimo contempla storie di personaggi, dèi e semidei, che hanno dimora nell'al di là, e dei quali di già sappiamo che non sono persone vere. 
Il mito, spesso è una ipostasi, una leggenda a buon fine, mentre il miracolo, compiuto da una persona reale, può avere efficacia solo in funzione di una dimostrazione di potenza, essendo capace di smentire e  distruggere la legge fisica (che è legge di Dio). 
All'osservatore, il miracolo vien sempre imposto senza dimostrazione. Tuttavia, credere per pura sottomissione non significa di forza credere giusto. 
 
Se a noi la morte dovesse rivelare la verità del mondo metafisico, ebbene tale mondo sarebbe reale, giustificato da leggi fisiche misurabili, matematicamente quantificabili e non certo fantastiche. Era questa la ricerca "segreta" che entro sè svolgeva il compianto Rocco Fedele (si veda in "Filosofia"), del quale è morta, nell'estate 2003, l'anziana moglie Argentina di Sipio, maestra pensionata in Camerano, dalla quale eravamo stati autorizzati a pubblicare gli appunti postumi del marito. 
Infine, la fantasia appartiene al mondo privato e segreto della nostra mente, e non ne neghiamo qui l'importanza anche a fini di privacy e felicità umana. Ciò che noi contestiamo ne è soltanto l'imposizione e la trasformazione della medesima in realtà concreta.
 
La miracolistica crea pertanto ateismo. Già abbiamo visto quanto le filosofie pre-ellenistiche fossero più avanti di noi nel campo della interpretazione del Divino (Si vedano le note a "Pitagorismo" ed "Epicureismo"), ed è chiaro che qualsiasi uomo onesto, leale nei riguardi delle religioni, per il solo fatto di dubitar del miracolo, riterrà sè stesso ateo. 
Conseguenza morale è che spesso Dio non è ritenuto esistente nè dalle persone desiderose di verità e religione, nè da quelle che non lo sono, ed è per questo motivo che Nietzsche, due secoli fa, giustificava la "morte di Dio" nella cultura della società civile del proprio tempo.
 
Ancora, la miracolistica indebolisce l'intelligenza del popolo, nel senso che non è vero che le Chiese non abbiano responsabilità nel disordine intellettuale che spinge molte persone oneste a lasciarsi sfruttare da maghi e cialtroni. 
L'illusione che si dà all'individuo, di poter trovare conforto da un personaggio di fantasia, o da potenza fittizia invocata, è un placebo che, se anche efficace, non può essere accettato nè utilizzato da tutti. All'ateo, ad esempio, è negata tale consolazione.
Andando avanti di questo passo Dio diventa un personaggio meschino.
 
Secondo Plotino (203 – 270 c.ca d.C. – v. "Le Enneadi" pubblicate da Porfirio, suo discepolo) il mondo è emanazione di Dio, mentre dall'Uno (indefinibile) procede l'intelligenza e da questa l'Anima Universale. Tale concezione fu poi ripresa da San Bonaventura da Bagnorea, secondo il quale l'anima ritorna all'Uno attraverso un processo di ascesa intellettuale e mistica. Né si può negare che tale concetto sia presente anche in Buddha (sesto e quinto secolo a.C.) secondo il quale la persona umana ascende verso il Nirvana mediante una serie di successive reincarnazioni, delle quali, tuttavia, l'esistenza di un  fil rouge individuale che analizza, di vita in vita, demeriti e meriti, e poi ne dà un rendiconto,è indimostrabile. 
In termini sintetici, secondo tali concetti, l'unità della materia attraverso la quale si formano il mondo e tutte le cose del mondo, produce una legge che nasce necessariamente selvaggia, ma che l'uomo singolo, in proprio, può imparare a conoscere e possedere.
Questa legge è l'unica voce di Dio che ci parli in modo matematizzabile e a tutti allo stesso modo. Da essa provengono movimenti biologici, istinti animali, felicità, dolore e sentimenti umani. Onestamente non sappiamo se l'evoluzione spirituale può continuare oltre la morte. Sappiamo soltanto che l'esistenza di un piano metafisico può essere dialetticamente provata, anche se resta intellettualmente sconosciuta.
Secondo il nostro punto di vista solo su tali basi può essere costruita, nel mondo,  una morale generica e universale non contraddittoria.
 
In breve, è pensabile che sia possibile, anche scientificamente, sostenere che la Terra sia la culla dello Spirito, il quale necessariamente nasce selvaggio. Pertanto, il dolore, sia quello prodotto dalla natura, sia quello prodotto dall'uomo, si giustifica qui, e l'uomo stesso non ha altro che la sua forza e la propria intelligenza e saggezza per dominarlo.
Ciò vale sia per le sofferenze fisiche che per quelle morali; nè si può immaginare che un'avventura spirituale condotta nel corpo e fuori del corpo per un tempo assai più lungo di quanto noi immaginiamo, possa esaurirsi fuori di completezza. Per cui, vivere il dolore, ma anche la gioia, e tutto il vario arcobaleno dei sentimenti e delle sensazioni umane, tutto ciò può esser fatto spontaneamente, assai meglio da uno Spirito forte che da uno debole. 
Riconsiderando Avicenna e Aristotele nei luoghi sopraccitati, i quali accettano che lo spirito umano nasca dalla Terra e che si muova in virtù della necessità di Dio per la esistenza delle cose possibili, rendiamo comprensibile il primo libro di San Tommaso, sia allo spirito scientifico che a quello mistico.
 
 
Alla fine, ed è questo un punto importante, tutto quanto qui scritto è ipotetico, e da ciò può dedursi soltanto che la realtà metafisica (che sappiamo ci sia, ma che non conosciamo nei particolari), può essere penetrata dalle persone soltanto come rapporto intimo, come conversazione segreta fra il divino e sè stessa. 
All'Uomo possiamo riconoscere il valore della propria maturità spirituale (quando c'è), che altrimenti non sarebbe nemmeno coerente divinizzarne il seme e poi insultarne la mente.
Perché non accettare, visto che nulla sappiamo di ciò che ci succede dopo la morte, che sia lecito farcene un'idea nostra, intendo, personale? Se ne è già accennato nel capo secondo.
La differenza sarebbe sostanziale in quanto, in tale caso, la persona umana coprirebbe da sé lo spazio metafisico sconosciuto con fantasie sue proprie, che sarebbe però cosciente di non potere imporre al suo prossimo. 
In termini diversi, il Dio spirituale rimarrebbe privatamente nostro, mentre il confronto col nostro prossimo si esprimerebbe soprattutto in senso morale: ogni individuo porterebbe con sé il retaggio dei propri costumi, ma senza imporli. E per armonizzarli, esistono i codici, penali e civili,  sempre più simili fra le varie nazioni, e comunque sempre discutibili e migliorabili. 
Né ci sarebbe pericolo di fanatismi e impazzimenti individuali, poiché, se un uomo saprà di dover accettare la morale altrui, anche la morale altrui saprà di doversi confrontare alla sua. In tale modo nessuno si farà tiranno.
 
A mio personale parere di filosofo, penso sarebbe bene che tutto ciò fosse riconosciuto come un diritto alla religione personale, da trascrivere magari in un documento d'identità e far valere in qualsiasi parte del mondo. 

 

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