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RIGO  CAMERANO
 
Manuale del buon religioso
da caffé
  

La presente scrittura che correda quella del "Buon filosofo" e del "Buon politico", è costruita con lo scopo di capire se possa esistere un homo che possa intendere Dio al di là degli schemi convenzionali imposti dalle religioni riconosciute, dai tempi più antichi ad oggi.

 

La risposta, alla quale giungeremo alla fine dei nostri quattro capitoli, sarà che non solo tale homo può esistere, ma che sarebbe una grande fortuna se il mondo e le religioni ufficiali, ancorché opprimerlo, ne favorissero l'autoscoperta.
Il motivo che, a nostro parere, ci giustifica, sta nel fatto che noi continuiamo a ritenere importante il mutamento globale avvenuto nella storia del mondo dal 1945.
Nonostante ciò sia ampiamente riconosciuto e tutti ne parlino, non sembra che i poteri politico, economico e religioso del mondo abbiano assunto completa coscienza di ciò.
Si finge di trattarlo a livello di Stati, ma poi le conferenze devono essere ripetute, o annullate, perchè ci si accorge di essere venuti a capo di nulla. 
Si fanno le marce per la pace, ma poi ci si risolve a convenire che ciò che contava era la marcia in sè, e che nessun risultato concreto è stato raggiunto, fuori di un poco di propaganda di parte.
Si prega per l'armonizzazione delle culture, ma nulla si fa per correggere il grande difetto di tutti i religiosi del mondo: la pretesa che tutti vi si rispecchino a loro immagine e somiglianza.
Il motivo di tali incertezze è che, sebbene il disordine sia evidente, non si sa bene come porvi rimedio – intendo, in onestà e buona fede – e ciò dipende in parte dal fatto che il cambiamento epocale (bomba nucleare e abolizione del capitalismo nazionalista) è avvenuta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, improvvisamente, senza che nessuno, a livello teorico-sociologico l'avesse prevista: nemmeno Weber. Ed è per questo motivo che neanche l'università si è trovata preparata a questo passaggio.
Alla fine, ciò che noi oggi, né laici né religiosi possediamo, è una solida base culturale su cui sostenerci, il sussidio di una esperienza antica. Volenti o no, siamo costretti a procedere per tentativi, sbagliando spesso, soprattutto a causa della nostra inconscia coerenza ai vecchi schemi.
L'intento di questo scritto è, pertanto, quello di sapere se possano esistere e giustificarsi uomini religiosi di diversa estrazione e cultura, i quali, slegati da pregiudizi imposti e da condizionamenti di potere, riescano a conversare di Dio in un qualunque caffé di Tokio, Hong Kong, Baghdad, o di qualsiasi altra città del mondo, in modo comprensibile e chiaro, capendosi subito fra di loro.
 
Immaginiamo di avere un figlio di sei mesi, non importa se maschio o femmina , e che lo rapissero e lo portassero nel Pakistan, o nell'Arabia Saudita, o a Cuba, o dovunque ci piaccia, e lo educassero secondo costumanze sociali, religiose, o politiche del luogo in cui fosse stato portato. Ne potremmo ottenere un tipo umano completamente diverso,  fisicamente sempre lui, ma magari antitetico e nemico di sé come proprio simile.
Se tuttavia allo stesso nostro figlio rapito fosse impartita una educazione scientifica (che potrebbe essere anche filosofica), alla fine, in qualsiasi luogo lo avessero portato, ne avremmo un uomo almeno capace di compararsi ai  suoi simili educati altrove.
 
Si pensi che la natura, come "forma di necessità" fu contemplata da San Tommaso d'Aquino nel primo libro della sua Summa, e si giudichi  che  tale libro può essere interpretato in modo comparabile , anche a dispetto delle differenze di educazione di chi lo legge.
Intendo, la natura quale prodotto "di un buon padre che dona", e quella intesa, ad esempio da Spinoza, o da qualsiasi scienziato filosofo, o se si vuole dal pensiero greco, o da quello illuminista, della natura quale "potenza in sé" e quindi legge di Dio.
Tali "contrasti" e "opposizioni" diventano comprensibili quando si giudichi che San Tommaso non toglie alla materia la conseguenza logica della esistenza sua e della Superiore Necessità che la giustifica.
A nostro giudizio, nella lettura del primo libro della Somma teologica, qualsiasi persona umana, non accecata da pregiudizio, può trovar Dio quali che siano le conseguenze logiche verso le quali la propria educazione lo abbia  portato.
Il cosiddetto "ateismo", (il "materialismo" può essere un'altra cosa, in quanto limitato a un ben definito argomento di ricerca scientifica, o storica, etc.), cozza, alla fine, come vedremo, con forme evidenti di verità metafisiche  che ci provengono dal mondo classico e che già Nietzsche, ai suoi tempi, riportò in luce.
 
Le indicazioni di nota sono ritrovabili nel file "Note" della directory "Manuale del buon filosofo da caffé".
 
 

 
Religione  dCaffé
1.
 

 
 

 
CAPO  PRIMO
 
Il fondamento.
 
Il pensiero di Dio, negli uomini antichissimi, si formò, a detta degli antropologi, come conseguenza della straordinarietà dei fenomeni che quotidianamente si presentavano alle loro esperienze, e per l’incombere, sempre presente, della morte.
Il miracolo, però, non si manifestava soltanto attraverso gli accadimenti ambientali straordinari, ma anche in quelli che oggi ci appaiono ordinari (come lo sbocciare dei fiori, ad esempio), e l’”Io” stesso doveva considerarsi parte intrinseca del miracolo. Ciò che per il genere umano di oggi è acquisito e dimenticato era, per gli uomini antichissimi, cagione di sviluppo di fantasia e meditazione continua (2).
Miracolosa non era soltanto, perciò, la visione del crescere di un filo d’erba, quella della nascita di un agnello, quella dello scorrere delle acque, del sibilare del vento, dello scrosciare della pioggia o del divampare del fulmine; miracolo era anche la consapevolezza che quell’ammasso di carne e di sangue, di ossa, di caldo e di freddo, di odori, e di tutte le sensazioni che manifestano la natura individua degli uomini, era essa stessa miracolo.
La riflessione non risolta sul principium individuationis del quale ci narra Nietzsche nella sua Nascita della tragedia si perde nella notte della preistoria, allo interno di quelle lontananze dalle quali ci giungono i rapsodi omerici e le composizioni simboliche della mitologia.
Il pensiero sul principium della individuazione materiale della forma poneva gli esseri umani nel centro di una tragedia che scavava le anime nel profondo, sino a farne sgorgare il dolore fondamentale.
Saremo condannati in eterno alla riproduzione del nostro essere così limitato? E’ questa una domanda che l’uomo antichissimo si poneva concretamente, come dimostra la teologia del primo pitagorismo, con la sua fondazione, certamente non originale e derivata dalla sapienza dei templi egizi, della metempsicosi.
L’essere umano, in antico, bussava veramente alle porte delle dimore degli dèi; la confidenza che mostrava col mondo superumano era, soltanto apparentemente, una dimostrazione d’ingenuità.
E’ probabile che il pensiero del movimento possa essere stato il più importante oggetto di meditazione dell’uomo naturale, talmente antico che già al tempo dei primi fisici ionici, Talete, Anassimandro e Anassimene, doveva apparire come acquisito e indegno di partecipare ai risultati del loro lavoro con il carisma della scoperta.
Ogni forma vitale è costituita da una composizione di forze elementali di per sé morte; nel loro movimento è il miracolo, il soffio divino: in questo senso si esprime, peraltro, anche la genesi biblica.
Però, ogni forma non “domina” il movimento, lo subisce nel fato: esso può arrestarsi in qualsiasi istante, sebbene nulla possa impedirci di pensare che possa ricominciare. L’essere umano, pertanto, è un miracolo in sé, ma un miracolo non prodotto da una “sua” forza.
In altre parole, Dio era, per l’uomo antichissimo, parte intrinseca della sua stessa natura, partecipante e produttore del miracolo, del quale egli stesso non era soltanto testimone e attore, ma intima coessenza, anch'egli un prodotto del miracolo stesso.
L’uomo, pertanto, in tutte le particolarità temporali della propria esistenza, si sentiva “miracolo” e Dio era sì, il produttore del miracolo, ma miracolo anch’egli, parte integrante di quella natura nella quale l’umanità stessa si sentiva completamente immersa. L’uomo antichissimo non poteva non avere certezza della esistenza di Dio, intorno alla qualità del quale, però, non poteva sentirsi sicuro, in quanto egli non “dominava” sé stesso, né il proprio destino.
Per concludere, l'"Io" prese conoscenza di Dio nel momento in cui "l'ex animale" prese cognizione  d'essere e ad intuire che esisteva un rapporto di logica reciprocità fra sè stesso e la natura esterna che ospitava il suo corpo. Col passare del tempo l'essere umano si abituò alla propria situazione esistenziale, "digerì" il miracolo, lo assimilò, vi si assuefece e se ne dimenticò, riuscendo, in seguito, anche a spiegarlo.
Il produttore intimo del miracolo, (cioè Dio) divenne quindi forma simboleggiata in una figura più potente dell’uomo, alla quale si attribuiva, spesso, natura protettrice di un popolo, di una polis. Solo gli ebrei, i quali avevano, probabilmente, la religione più controllata e seria, rifiutarono di simboleggiarlo in una forma. Non poterono esimersi, tuttavia, dal conferirgli attributi antropici.
Dio, comunque, esiste per il solo fatto che esiste l’uomo; pertanto dovrebbe rimanere anche al di là degli attributi. Ogni tentativo di definirlo e adattarlo a un qualsiasi tipo di limite, lo rende parziale e ce lo allontana, sicché l’idea principale di Feuerbach, secondo la quale Dio sarebbe, in fondo, null’altro che la ipostasi delle nostre aspirazioni alla perfezione ed alla comprensione dell’assoluto, dovrebbe risultar capovolta.
Al punto di Feuerbach gli uomini hanno cominciato a perdere Dio, non ad acquistarlo. In altre parole, Dio ha iniziato ad allontanarsi dal pensiero degli uomini, proprio nel momento in cui la loro fantasia ha preteso di dargli una forma: se una utilizzazione strumentale di Dio c’è mai stata, essa è cominciata da lì.
 
Un esempio ci viene da una delle operette morali di Giacomo Leopardi, intitolata “Dialogo di un folletto e di uno gnomo”.
 
Informa il folletto che: “gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”; essi sono scomparsi “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose, in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.”
FOLLETTO: Ma ora che ei son tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.
 
GNOMO: E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie.
 
FOLLETTO: E il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio (Georgiche I., 466-67) per la morte di Cesare
 
Si intende che Leopardi ha un suo fine polemico e non prende in considerazione il problema riguardante le conseguenze della scomparsa “reale” della razza umana dal pianeta; vi salva, infatti, le due razze intelligenti degli gnomi e dei folletti, che altrimenti nessuno rimarrebbe a discutere.
In termini concreti, invece, se il genere umano scomparisse, se ne avrebbe (per quanto se ne voglia dir male) uno scadimento della gerarchia intellettuale del mondo, in favore degli altri mammiferi e animali superiori: il mondo rimarrebbe creato per essi. Se poi anche costoro sparissero, se ne avrebbe un ulteriore scadimento della intelligenza terrena.
Se sparissero anche gli insetti…e quindi i vermi, le amebe, le cellule primordiali…il brodo…il fenomeno si risolverebbe con una serie di scadimenti successivi, sino ad arrivare, non alla scomparsa di ogni tipo di movimento vitale, ma a quella dell’intero universo, proprio come se fra materia e intelligenza universale esistesse un punto di contatto del quale il genere umano rappresentasse semplicemente un grado di gerarchia. Anche Dio, in senso reale, scomparirebbe.
 
Quando, nel tempo dell’umanità ingenua, Dio offrì agli uomini tutti i propri miracoli naturali, e pose a disposizione delle loro menti tutta la matematica della vita, apparvero sulla Terra due figure severe che si misero a irridere a tutto ciò che l’uomo stava appena iniziando a osservare e capire. Erano esse lo Spirito di Menzogna e lo Spirito di Arroganza.
E dissero: – Non vi è potenza nella rosa che sboccia, nell’agnello che nasce o nella pioggia che cade, poiché tutto ciò che è naturale è normale. Ma noi abbiam visto le case volare sul mare, e gli astri interrompere la loro corsa, e i morti resuscitare, e questo sì, testimonia della potenza di Dio.
E fu così che l’ingenuità se ne andò dal mondo, e che Menzogna e Arroganza ne presero il posto, divenendo esse stesse il fuoco fondamentale, il grande bang della futura cultura dell’umanità.
 

 

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