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      P o l  i t i c d C a f f é
 
 
 
 
CAPITOLO    QUINTO
 
 
 
Lo spirito ed il lavoro
 
 
 
Ci si può chiedere cosa sia lo spirito di un popolo: in coerenza con la definizione cartesiana secondo la quale “spirito” è sinonimo di “intelletto” o “ragione”, la domanda potrebb’essere girata così: – Esiste nel popolo una ragione comune?
Una risposta logica potrebb’essere questa: può esistere nella valutazione collettiva di alcuni valori di natura morale; può non esistere per una infinità di altri valori o prodotti dell’intelletto che siano oggetto di speculazione collettiva.
Si può avere ragione universale, ad esempio, nell’accettazione del principio generale di benevolenza, nell’amore di patria, nello spirito di fratellanza, etc.; se ne potrà, invece, non avere per una moltitudine di altri problemi etici (ad esempio nella bioetica e nella socioetica). Lo spirito, in altre parole, non è mai ente astratto “per sé”, ma è sempre interno a un concetto razionale ben determinato.
E’ un pericoloso pregiudizio ritenere che lo spirito sia qualcosa che vada al di là dell’ethos, quasi un denominatore comune di tutte le idee o ragioni dei singoli. L’”anima universale” contemplata da Montesquieu quale astrazione di molte cose che riguardano gli uomini: leggi, tradizioni, costumi, usanze, è sempre qualcosa di umanamente riconoscibile, definibile e quantificabile.
Se ne può dedurre che non esiste uno spirito del popolo astratto in sé, ma soltanto una unione individuale di anime che si riconoscono e che, in alcuni casi e per limitati periodi, possono unirsi a determinare una volontà collettiva. Lo “spirito”, alla fine, è soprattutto una manifestazione di volontà.
La definizione “spirito” rimanda, in breve, alla concezione kantiana di popolo quale aggregato di monadi.
Interpretare lo “spirito” quale ente per sé, significa, per conseguenza logica, definire anche popolo, Stato e istituzioni, enti astratti, e siccome in realtà non lo sono, considerarli tali costituisce una forzatura imposta od una pericolosa autoillusione.
Considerato in tal modo, qualunque sia la determinazione propagandistica del termine “popolo”, esso diventa “altro da sé” dal governo; questa, ad esempio, fu la contraddizione che impedì alla “dittatura del proletariato” di affermarsi come continuazione logica della rivoluzione del 1917, e che provocò alla fine – giustamente – il trapasso verso i tempi attuali.
In concreto, quando si dice “spirito di un popolo” occorre sapere sempre di cosa si sta parlando, e quali ne sono i limiti.
 
Lo spirito individuale, invece, si determina come riflesso di cose animate e inanimate, le quali, presenti e percepite come fenomeni, sono riconosciute dall’intelletto, non secondo ragione, ma come sensazione spirituale.
Il fondo originario della musica, della poesia, della mistica, dell’arte figurativa e tali, proviene dalla percezione, da parte dell’”Io”, di un “Non Io” fenomenico, oggetto singolo o composizione, concreto o mentale, animato o inanimato, sensibile, visibile, audibile, odoroso, elaborato nel pensiero, proveniente dalla natura esterna ed interna.
Lo spirito può svilupparsi, all’inizio, per imitazione, poi come risposta originale, ed è quindi il rapporto fra un “Io” e un oggetto (o una composizione statica o dinamica di oggetti) che provoca nell’”Io” uno stimolo diverso da quello prettamente razionale, però non contraddittorio e oppositore della ragione.
In senso spirituale posso conversare col monte, con le fronde degli alberi, con gli uccelli, ascoltare il fragore della risacca respirandone le spume, posso osservare lo scorrere delle acque di un torrente e godere del gioco dei vortici, posso ammirare i colori del cielo nell’alba, il fiammeggiare di un tramonto o le argentee luminosità della notte. La risposta spirituale dell’”Io” all’oggetto si esprime chiaramente nell’arte, in forme infinite. Anche il pensiero stesso, la fantasia, si riflettono nell’animo umano come forme reali, trasfigurandosi in rappresentazioni ipostatiche.
E così, come non esiste incompatibilità fra ragione e spirito, non ne esiste fra arte e ragione. L’arte può creare una razionalità irrazionale, o il suo contrario, ma non potrebbe negare la ragione senza negare sé stessa.
L’arte, in fondo, è una forma di comunicazione, dapprima dell’artista con la natura viva o con il pensiero ad essa interposto, poi dello stesso artista col proprio pubblico, al quale egli racconta i risultati del suo precedente dialogo. Ciò succede, peraltro, non solo a livello artistico: la espressione della ragione spirituale è una necessità di tutti e connota la libertà.
 Ognuno deve accettare che le forme d’arte siano innumerevoli: nessuno può ridurle entro un codice o renderle necessariamente applicative a uno scopo. O meglio, ognuno può dare uno scopo alla propria arte, ma non può dare uno scopo all’arte in sé; mille altre forme e mille altre applicazioni potranno sempre giustificare espressioni diverse.
 
A cosa serve l’arte? – Serve all’artista, ad esprimere sensazioni e ragioni trasfigurate, o reali. – Serve, contemporaneamente, al pubblico, a riceverle e giudicarle. Quest’ultimo non è un corpo estraneo; è la seconda metà della sfera dell’artista.
Nessun governo può imporre una forma d’arte se non forzando lo spirito umano, nessuna forma d’arte può, per sé, giustificarsi come preminente.
Il giudizio proviene da una meditazione razionale sul rapporto fra l’oggetto realizzato dall’arte (il racconto, o la descrizione grafica, che l’artista ci ha fatto della sua comunicazione con il proprio “Non Io”) e lo spirito individuale del giudicante. In altre parole, il giudizio è una privacy: se al mio amico non piacesse Picasso, io non avrei alcuna arma per dimostrare il suo torto, anche se tutto il mondo si pronunciasse contro di lui.
Con questo non sostengo la inammissibilità oggettiva della critica; il buon gusto di certo esiste. Però, in campo artistico, se pure ognuno può accettare o rifiutare (personalmente) un’opera, pure a nessuno può essere riconosciuto assoluto potere di giudizio su essa.
La dittatura di una scuola non è giustificabile, soprattutto se imposta da una critica di Stato; se sinceramente e concordemente accordata, di norma non dura molto.
L’arte, infatti, è una produzione di attività spirituale che si rinnova in continuazione.
 
Anche il lavoro è una forma d’arte. Quest’ultima, infatti, secondo Platone, è techne, ovvero opera per cui l’uomo, con determinati mezzi, raggiunge i suoi fini (Enciclopedia Vallardi, 1931).
Per il Petrocchi, arte e lavoro si identificano, essendo l’arte lavoro dell’uomo risultante dallo studio della pratica e dall’ingegno, nel conseguire un effetto determinato, mentre il lavoro è esercizio del corpo e della mente rivolto a uno scopo.
Il Tommaseo pone in sinonimo arte, professione e mestiere, mentre riguardo al lavoro pone l’opera come effetto e il lavoro come atto, concludendo che ogni lavoro è opera.
La domanda pragmatica: – A che serve il lavoro? – (a parte il lavoro illecito, cioè nocivo alla società) ha una risposta facile: – “Serve a produrre molte cose diverse, tutte imperative”.
Alla fine, si potrebbe accettare l’opinione dei vecchi maestri, secondo i quali ogni buon lavoro richiede arte. Lavoro ed arte, infatti, si risolvono in un prodotto, ovvero in un atto creativo compiuto, ad ottenere il quale hanno concorso ragione, spirito e consumo di potenzialità nervosa e muscolare.
Non è completamente accettabile la suddivisione idealistica crociana dell’attività produttiva in estetica e pratica. Michelangelo e Leonardo da Vinci estetizzavano e spiritualizzavano, ma non avrebbero mai potuto tradurre la loro estetica in atto e in prodotto, se non praticando e faticando.
L’estetica in sé è una qualità (o se si vuole una categoria) del giudizio, non è un oggetto: qualsiasi concetto estetico, per diventare opera, deve concretizzarsi attraverso il lavoro.
A puro titolo prudenziale rimarrei, pertanto, con i vecchi maestri, o come usano dire gli inglesi, col senso comune.
Il lavoro, come realizzazione di un prodotto, può essere gerarchizzato. Si può ammettere che gli uomini non siano tutti uguali e che alcuni, in determinati campi, siano più dotati e possiedano predisposizioni migliori.
La realizzazione del Perseo del Cellini, ad esempio, non sarebbe potuta avvenire ad opera dell’arte di un uomo solo; esso ha richiesto anche il lavoro di un gruppo di operai a lui sottoposti, addetti alle fornaci, alle colate, alle funi… Ieri come oggi, anche nella più grande industria, la realizzazione di un prodotto passa attraverso le stesse fasi di ideazione, graficazione e messa in opera, per ottenere le quali occorrono lavoratori strutturati in modo diverso, sia per natura che per educazione.
In breve, qualsiasi lavoro, per essere realizzato, abbisogna di un’attività intellettuale e di un’altra fisica che, in genere, viene risolta da un gruppo.
Può fare eccezione chi lavora da solo, come talvolta accade in campo scientifico e sovente in quello letterario, e chi lavora in gruppo con metodi semplici, come un tempo accadeva in agricoltura, ed ancor oggi nell’ artigianato.
Questo tipo di divisione del lavoro in sé, che entro limiti vasti riconosce le differenze dei valori individuali, non ha niente a che fare con la divisione del lavoro per caste (il termine non è obsoleto), che presuppone una società gerarchizzata “a priori”.
La divisione del lavoro “dei lavoratori” presuppone, in alcuni, la predisposizione artistica, in altri quella matematica, in altri ancora la virtù di adattamento a lavori più semplici (che poi sono tali solo quando li si riguarda da fuori, con occhio stupido), in altre parole, presuppone insieme, mente, braccio e virtù morali.
Tutto ciò riporta, in breve, alla considerazione che la civiltà, intesa come espressione etica della vita comune di un popolo, per giustificarsi deve esprimere la buona qualità della classe lavoratrice, intesa tale in tutte le sue espressioni gerarchiche.
 
L’argomento riconduce alla Scuola.
La qualità della Scuola, è stato scritto, riflette la temperie morale in atto; sino a pochi anni fa era accusata di provocare, a volte, spreco di intelligenze, disamorando i ragazzi. Se ciò fosse vero, si dovrebbe aggiungere che essa ha prodotto anche spreco di buoni insegnanti, ed è importante comprendere che ciò non è avvenuto per demerito delle nostre facoltà di Magistero, delle quali, al contrario, sarebbe da apprezzare l’ottima qualità.
Tuttavia, se si ritorna alla prima nota del capitolo intitolato “Educazione e cultura”, si potrà osservare che la trasposizione pratica della logica educativa liberale, la quale tende al massimo recupero delle attitudini, può avvenire solo attraverso la massima differenziazione spontanea, dal che dovrebbe conseguire una liberalizzazione dei programmi primari assai più vasta di quella prevista attualmente.
 
Scrivevo, nel testo “Teoria dell’Anarchismo aristocratico” del 1996:
 
“Secondo logica – a mio parere – lo insegnamento medio primario e secondario, dovrebb’essere unificato e assimilato a una tavolata di cibi per la mente, da consumarsi secondo preferenza, in modo che la scelta professionale possa esser fatta, nel tempo giusto, dal ragazzo stesso (piuttosto che dalla famiglia), non prima dei 16-18 anni, ovvero prima di accedere all’università, o alla mezza università, o di lasciare.” Mi sembra che, da allora, qualcosa in questo senso sia stato sperimentato.
E’ chiaro che un nuovo ambiente dovrà essere costruito per gradi, con il concorso corale di tutte le forze della società: dovere della Scuola è cercare di scoprire e corrispondere alle predisposizioni naturali dell’allievo, non di forzarle e distruggerle. E’ un fatto che, avere una passione non corrisposta per un lavoro, un’arte, un gioco, uno sport, può condurre un giovane all’isolamento spirituale e al dramma dello smarrimento della personalità, con tutte le conseguenze che ne possono derivare.
In breve, non si può negare che Scuola e famiglia si dividano reali responsabilità sulla paurosa perdita di valori che impoverisce la società dell’oggi, anche se, ovviamente, non grava tutto su loro.
Sono d’accordo con chi suggerisce di pretendere dai professori di qualunque ordine e grado, insieme all’abilitazione allo insegnamento, anche un preventivo perfezionamento in pedagogia. Non, però, per concorso, poiché il vero spirito di un insegnante, lì non si vede.
 
Ritornando ai lavoratori attivi, sarebbe da chiedersi: E il sindacato? Mi fosse richiesto un voto, darei un diciotto strettissimo.
Ho già scritto che, in mancanza di alternative migliori, sarebbe un errore rinunciare al consumismo. Ma un buon sindacato dovrebbe almeno saperlo gestire: sembra retorico, ma il problema centrale, per un lavoratore, è proprio quello di sentirsi individuo, di liberare sé stesso, per prima cosa, dal pensiero di appartenere alla categoria degli oggetti di compravendita.
E’ una grave distorsione pensare che la filosofia del lavoro si esaurisca in una conflittualità di mercato, che la vetta degli ideali di un lavoratore sia quella di darsi, o vendersi, al migliore offerente. Bisogna riconoscere che nemmeno la buona fede delle ideologie proletarie sino ad oggi espresse è riuscita a vedere, nel lavoratore, qualcosa di diverso di un “altro da sé”.
Il liberalismo di classe ha poi riconosciuto soltanto le leggi e le esigenze del capitale: in entrambi i casi i lavoratori “umani” sono stati separati da una società concepita in astratto come qualcosa di differente da essi.
Nell’attuale forma di democrazia, la figura sociale del lavoratore, nonostante il sindacalismo, è, purtroppo, rimasta passiva.
Ammettendo infatti – come si ammette, da destra e da sinistra – l’importanza dell’accumulazione e la persistente validità storica del libero mercato, si deve riconoscere anche alla categoria umana del lavoro, al di là di una nebulosa e mistificante “dignità”, anche una “importanza equivalente”.
Ora, la “importanza equivalente” il lavoratore non può raggiungerla soltanto attraverso (ammesso e non concesso) l’equo salario.
Se poi consideriamo che la “pacificazione delle nazioni” è diventata, nel mondo attuale, non più un pensiero astratto, ma una necessità in prospettiva storica concreta, allora non si potrà non pensare che la classe lavoratrice internazionale non avrà titolo in questa realizzazione. Ma per realizzare questo, la classe lavoratrice si dovrà trasformare in classe emergente, dovrà, intendo, “pensare ed agire” da classe emergente.
E una classe sociale diventa emergente quando si toglie dal rango di massa, quando i suoi componenti si trasformano da oggetti in persone. La situazione storica, grazie allo sviluppo attuale della tecnologia informatica, sembra essere favorevole a ciò, anche se i tempi, intendo oggi nel 2002, almeno in Italia sembrano, in questo senso, scarsi di prospettive.
Se è proprio vero che le forze del capitalismo mondiale perseguono una loro filosofia "global" finalizzata a realizzare particolari interessi, pure mondiali ma di settore, è altrettanto vero che la trasformazione di questi interessi in fini che si propongano la perequazione delle fortune e la pacificazione mondiale delle nazioni può essere realizzata soltanto dalla classe lavoratrice internazionale. Non dalle Chiese, non dagli universitari, non dagli antiglobal, non dalle brigate rosse, non dai piccoli partiti politici proletario-borghesi, i quali tutti sono ammalati di carrierismo, di gerarchismo, di minimalismo, di furbismo, e soprattutto intendono la ragione una forma teologica di verità, non una strada, e non capiscono i reali valori della democrazia, che sono fatti di tolleranza e di senso pratico. Mancando la classe lavoratrice, manca tutto, poiché un tale risultato può essere raggiunto soltanto da un proletariato emancipato e libero, capace di agire e pensare in modo positivo e per conto proprio. 
Se poi questo discorso è inattuale e astratto, allora bisognerà accontentarsi dei kamikaze sui grattaceli, delle bombe in Afganistan, [e a Baghdad], della incapacità a risolvere i fatti di Palestina, e delle prospettive nucleari. Un discorso eziologico su questi punti sarebbe, ahimè,  troppo lungo da fare e soprattutto concluderebbe poco, poiché sarebbe rivolto ai sordi.
  Dal punto di vista liberale, ogni lavoratore deve poter contare, in ogni momento della sua vita reale, su uno Stato di diritto che garantisca dignità e salario, difesa sindacale, controllo dell’ambiente di lavoro, possibilità concreta di miglioramento civile illimitato da realizzarsi attraverso l’istruzione professionale e scolastica di sé stesso e dei propri figli. Tali valori egli potrà pretenderli per tutte le società del mondo, e solo lui avrà la forza di realizzarli.
Animum debes mutare, non caelum (così Seneca).
Alla fine, la “importanza equivalente” di tutti i lavoratori fra loro, e della società con i lavoratori, non è una conquista da raggiungere, o una invenzione polemica: è la conditio sine qua non dell’applicazione pratica dei principi teorici della democrazia, è la traduzione in atto del pactum unionis.
 
Nella prima parte di questo testo ho accennato a quattro ideologie; avrei dovuto introdurne una quinta, la ideologia economica, ma sarebbe stato assai difficile definirla, in quanto essa interconnette con tutte le altre.
In realtà, una ideologia economica, per sé, non esiste, proprio in quanto ogni ideologia ha una sua economia preferenziale (o un particolare uso economico del mercato). Ciò storicamente ha raggiunto il suo massimo, ad esempio, nella ideologia hegeliano-marxista (tutto allo Stato), o nella ideologia hegeliano-gentiliana (protezionismo), o nello esasperato liberismo (niente allo Stato), et coetera.
Nell’etica democratica, al contrario, la morale (ovvero, la conseguenza logica dell’accettazione del pactum unionis ) precede tutto, e di conseguenza anche l’economia.
Pertanto, la coerenza teorica dovrebbe suggerire: la società civile dei cittadini è preminente, e deve quindi essere messa in grado di poter influire sulle scelte economiche, in modo da poterle liberamente modificare quand’esse le siano di danno, o anche, più semplicemente, per migliorarle (ad esempio, nei problemi internazionali, monetari, di lavoro, di mano d’opera, etc.).
Alla fine, il Sindacato deve porsi all’altezza di questi problemi, e se non ce la fa, che si munisca di istituzioni d’appoggio, o al contrario si limiti ad appoggiarsi a istituzioni nuove, capaci di entrare nel sistema di mercato con un’ottica diversa.
Ad esempio, non esiste un sindacato “europeo”. [Questo era stato scritto solo alcuni anni fa, quando non c’era o non si vedeva]. Eppure è abbastanza evidente che il reciproco rispetto dei nazionalismi dev’essere bilanciato dalla realizzazione di una società civile comune.
 
Un problema concreto, conseguente a ciò che sta, si potrebbe dire “a valle” di quello scolastico, riguarda la comunicazione dell’individuo singolo con la sua società. Nonostante si sia tutti d’accordo nel ritenerci “straffogati” di comunicazione, pure dobbiamo ammettere che quest’ultima scorre in un solo senso: dalle alte vette dei detentori della pubblica informazione (che sono i detentori del potere) alla bassa valle di chi poi legge e magari vorrebbe discutere.
Intendo, si invitano le persone a leggere, ma ci si guarda bene dall’invitarle a scrivere, a trasmettere agli altri i frutti della loro esperienza, intelligenza, a raccontare ciò che la vita ha loro insegnato.
Consegue da ciò uno spreco di esperienze dalle quali la società civile potrebbe trarre grande utilità. Questo spreco è anche provocato dalla indolenza dei più, però non è completamente casuale, spesso discende da particolari modi di intendere le gerarchie sociali, di regolare le carriere, di costruire pubblici personaggi e grandi uomini.
E’ un mio vecchio pensiero di bibliotecario che, gli utenti delle pubbliche biblioteche, insieme alle direzioni delle medesime, potrebbero istituire sodalizi editoriali diretti da comitati interni autonomi, finanziati e regolati dalle stesse istituzioni che amministrano le biblioteche.
So bene che le biblioteche si sostengono con elemosine, tuttavia l’etica bibliotecaria presuppone, da parte degli utenti e degli utilizzatori della cultura, la libera appropriazione della conoscenza contenuta nei documenti pubblici.
Questa, però, è solo la metà della sfera, la quale, per completarsi, deve assimilare e metabolizzare la conoscenza ritrasformandola in nuova cultura sociale.
Ciò sarebbe d’interesse per tutti, ma in modo particolare potrebbe favorire le classi anziane, sulla promozione delle quali, spesso, si parla a vanvera.
Quanto ai siti culturali Internet, suggerirei di non farne scimmiottamenti di Case Editrici.
Chi apre un sito Internet per scopi culturali, si pone di fronte agli altri nella sua dignità di “persona” eticamente intesa. Egli vuole comunicare senza alcun giudice che il suo interlocutore, e non intende passare sotto il capestro di commissioni giudicatrici, e autorità consimili.
 
Prima di finire, poche altre aggiunte riguardanti la sociologia del lavoro.
La prima riguarda la immigrazione extracomunitaria: vogliamo servirci degli stranieri per i lavori più grevi e meno qualificanti che i disoccupati italiani rifiutano?
La cosa si verifica di già, ma spesso in modo talmente disordinato e caotico da presentare pericoli.
In tali casi la nazione ospitante dovrebbe comportarsi da “maestra” e restituire alla loro patria uomini migliorati. Purtroppo invece le leggi italiane abbastanza spesso hanno consentito, sotto una ipocrita maschera di tolleranza benefattiva, il lavoro sottopagato, lo sfruttamento, e assai di peggio, come san tutti. Su questi problemi sono in atto movimenti legislativi che mi auguro non si dilunghino in sempiterno e apportino duraturi miglioramenti. .
Teoricamente, comunque, in una nazione democratica possono esistere soltanto cittadini, o lavoratori stranieri equiparati tali (non schiavi, non meteci), e turisti, ovvero cittadini stranieri liberi e protetti da consolati.
Le attività dei non cittadini che non siano lavoratori equiparati o stranieri protetti, possono spesso essere giustificate come casi umani, ma è ammesso che possano produrre pericolosi problemi sociali. Riguardo infine ai problemi della disoccupazione e della delinquenza, intesa quest’ultima come una specie di "anti-lavoro", questi sono, praticamente, soltanto "effetti" che potrebbero essere ripensati se si verificasse una sensibile modificazione etico-strutturale della società.
Il metodo sociologico più idoneo a trattare prospettive di cambiamento è, com’è noto, quello di procedere sulle cause, e questo testo si è attenuto ad esse.

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