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  P o l  i t i c d C a f f é
 

 
 
 
CAPITOLO SECONDO
 
 
Il fondamento dei valori di libertà e morale
in democrazia
 
In natura nessuno nasce libero : tutto il giusnaturalismo, compresi Leibniz e l’Antropologia moderna contemplano questo elementare principio. Le imposizioni fisiche, infatti, contano : le persone umane sono costrette a mangiare, dormire, ripararsi dal freddo, respirare, devono accertarsi che il cuore batta. Hanno inoltre un cervello che, per quanto perfetto, può essere influenzato dalle abitudini e dall’ambiente. Simile tesi non contraddice nemmeno Rousseau, il quale intendeva gli antichissimi liberi, nel senso di esenti da schiavitù ad opera di una società civile non ancora inventata.
La libertà, in breve, è un prodotto del vivere sociale, e il fatto che l’umanità la desideri dimostra appunto che è un bene raro.
Ciò che noi oggi definiamo libertà è, in fondo, il raggiungimento dell’adattabilità all’ambiente. In breve, per definirci liberi abbiamo bisogno di almeno quel minimo di denaro necessario a mangiare ogni giorno, a procurarci un alloggio, a vestirci, a curarci dalle malattie, e siccome non viviamo di solo corpo, ad istruirci, e per conseguenza a viaggiare, leggere, assistere a qualche spettacolo culturale, ed altro.
In più, abbiamo anche bisogno di confrontarci col nostro prossimo, di non mostrarci inferiori, di attrarre una creatura del sesso opposto, di ridere e di giocare, di ottenere comunque rispetto, di non essere insultati, derisi, malmenati. Come scriveva Nietzsche, ogni tanto abbiamo anche bisogno di sederci in poltrona.
I cosiddetti "valori negativi", ovvero le "dipendenze" da ciò che non ci fa bene (ad es. da droghe, alcool, alcuni tipi di gioco e in genere da tutti gli eccessi) sono tali perchè diminuiscono il nostro grado di libertà e, in genere, la nostra potenza sociale. Alcuni sostengono che il mondo attuale è più orientato a favorire le dipendenze, piuttosto che le libertà.
Allorché una persona raggiunge i leciti obiettivi anzidescritti e non sia colpita da malattia mentale, si può ammettere che sia libera e responsabile nel senso umano del termine. Le organizzazioni politiche cosiddette liberali dovrebbero esser le prime ad adoperarsi affinché ciò sia comunemente raggiunto. La libertà, in breve, non la si ha per natura ma, entro certi limiti, la si può socialmente raggiungere.
 
Il fondamento del principio di libertà, in democrazia, proviene direttamente dall’accettazione teorica del pactum unionis e quindi, com’è stato già scritto, dal carattere preminentemente morale del medesimo.
 
La liberté consiste à pouvoir faire tout ce qui ne nuit à autrui. (Costituzione del ’91).
 
La liberté est le pouvoir qui appartient à l’homme de faire tout ce qui ne nuit pas aux droits d’autrui. (Costituzione del ’93).
 
La forza che consente al corpo sociale di esercitare collettivamente la sua volontà è la libertà ; pertanto quest’ultima è regolata dal calcolo delle tolleranze possibili e quindi rimanda direttamente all’etica, e solo secondariamente alla politica. Secondo Montesquieu "La libertà di ogni cittadino è parte della libertà pubblica", così in "Lo Spirito delle Leggi" libro XV, capo 2.
 
Principali critici del concetto di libertà, così come inteso dalle prime costituzioni e diritti dell’uomo, furono Marx, oppositore della democrazia borghese e quindi negatore della esistenza concreta del citoyen (la libertà sarebbe soltanto in funzione del potere del bourgeois) e, per altro verso, Gentile e Schmitt che la negarono attraverso la confutazione del giusnaturalismo (negazione della libertà politica) e con l’ argomento dell’atomismo (negazione della libertà pratica). Nessuno di questi tre pensatori seppe però recuperare la misura del potere pieno e concreto dell’individuo nel suo rapporto con la società civile.
Marx rimandò il potere pieno, libero e pacifico del cittadino alla estinzione dello Stato (non solo di quello borghese, ma anche della dittatura del proletariato) ; Gentile riconobbe la libertà dello Spirito, hegelianamente inteso, nel quale il potere dell’individuo si identifica nella libertà e nel potere dello Stato stesso.
Qualunque cosa si pensi intorno a queste determinazioni, alla resa dei conti storica, le tragiche esperienze e le violenze del ventesimo secolo hanno chiaramente mostrato che, se la libertà può rappresentare, in sé, un vacuum, l’assenza di libertà ha rappresentato, purtroppo, un certum, qualcosa che si è vissuto senz’altro molto in concreto, e che potrebbe sempre tornare.
Il discorso morale è quindi necessario alla democrazia, e precede, per importanza, quello politico.
Ma quale tipo di morale converrà al cittadino ? Non un tipo imposto, ovviamente, per quanto onesto esso possa apparire. Dall’accettazione della morale proviene, infatti, l’accettazione della possibile diversità di giudizio, e da questa l’accettazione della conseguente possibile diversificazione politica.
La polis per sé, infatti, richiede due tipi di moralità, uno imperativo, per il quale ogni cittadino impegna sé stesso al riconoscimento dell’altro, e che potremmo definire morale civile, l’altro, ipotetico, che pur non contraddicendo la morale civile, presuppone però la possibilità di scelta fra opzioni diverse.
 
Anche l’esistenza stessa del partito politico, ovviamente, dev’essere condizionata all’accettazione della morale civile.
L’imperativo della morale civile, a mio giudizio, può ricalcare il modello kantiano:
 
“Agisci in modo che la massima della tua azione possa valere come principio di una legislazione universale” (7).
 
Naturalmente, ciò non contraddice il principio cristiano, al quale siamo più abituati.
 
In breve, il cittadino, per riconoscersi tale, deve sempre specchiarsi nel carattere legalistico del proprio titolo, il quale non può in alcun modo essere limitato al suo senso parziale (partitico).
 
Quando il pactum non viene riconosciuto da tutti i cittadini, esso si corrompe di necessità, e ciò, o annulla il termine “democrazia” o ne fa scadere fortemente il valore.

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