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   NOTE:

 
(1)                                                             Il termine “volontà” è qui inteso nel senso schopenhauriano di “Wille” ovvero, non nel significato letterario di “deliberazione determinata”, bensì in quello di “volontà di vita” o “impulso incosciente e automatico all’esistenza”, determinazione spontanea a conservarsi e a generare (Dizionario Rizzoli). La Wille può essere espressa dalle forme più differenti della natura vivente, dalle cellule singole dei corpi animali e vegetali, sino alle forme più elaborate ed intellettualmente evolute. Nella economia di questo testo, le “pietre” possono essere ritenute le più forti in natura, proprio perché non possiedono Wille, ovvero bisogno alcuno, mentre al contempo possono nutrire tutte le forme viventi, senza sopportare alcun danno.
 
(2)    Tutto è pieno di dèi… così Talete…avendo la pietra un’anima, poiché attira il ferro. Traduzione di F. ADORNO, La filosofia antica, vol. I., Feltrinelli, Milano, 2. Ed., 1972, p. 15.
 
(3)    Francesco Adorno diede, della decadenza della religione di Dioniso, significato di manifestazione sociale. “Dioniso, antica divinità agraria dei cicli, non a caso fu violentemente ostacolato quando, a causa dell’inurbamento delle campagne, al tempo della supremazia delle aristocrazie, giunse nelle città in formazione. Omero conosce Dioniso, ma per descrivere la lotta di lui contro il Re Licurgo. Nelle città i seguaci di Dioniso si moltiplicano.
Dioniso, almeno in un certo momento, deve avere rappresentato la divinità delle classi meno abbienti e senza possibilità politiche, nelle loro lotte contro i signori e i Re, l’ideale di una legge cosmica, di una distribuzione, di una giustizia che fa tutti gli uomini uguali, tutti ugualmente nati dalla cenere dei Titani, tutti aventi in sé una particella del divino Dioniso ingoiato dai Titani.
Più tardi si è probabilmente dottrinizzata e simbolizzata (donde l’orfismo) questa che, in origine, fu una vera religione agrario-naturalistica e che poi divenne, presso coloro che nelle città e nelle campagne, attraverso il lavoro e i commerci si trovarono ad avere quattrini in mano, ma non potere politico, appello a costituzioni politiche che, abolendo privilegi di nascita, dessero a tutti – a chi aveva un certo censo – possibilità di reggere il Paese. Adorno, op. cit. p. 61.
 
(4)       Cfr. F. NIETZSCHE, La visione dionisiaca del mondo. In “La filosofia nell’epoca tragica dei greci, e scritti dal 1870 al 1873.” Adelphi, Milano, 1973, p. 55.
 
(5)         Capostipite degli gnomi fu, secondo i cabalisti, Sabazio, nome dato al dio Dioniso nella Frigia e in Tracia. I folletti sono, com’è più noto, spiriti giocosi, abitatori dell’aria, simili a quelli dell’ambiente di Peter Pan.
 
(6)     Storicamente interessanti sono le concezioni astronomiche elaborate nel sodalizio pitagorico di Crotone, quand’esso fu in auge, fra il sesto ed il quinto secolo a.C.; poscia in Tebe da Filolao, dopo che la rivolta antipitagorica avvenuta nella città magnogreca verso la metà del quinto secolo ebbe costretto molti studiosi all’esilio.
         Quando Pitagora giunse in Crotone, vi portò la conoscenza della sfericità della Terra, conoscenza che fu subito approfondita grazie alle cognizioni sulla diversa durata del giorno in luoghi diversi.
         Secondo Ezio (II., 12, 1) la Scuola pitagorica aveva diviso la sfera terrestre in cinque zone: artica, antartica, le due temperate e la torrida. Il gruppo pitagorico di Ippaso iniziò a calcolare matematicamente i movimenti celesti, ma si dovè al crotoniate Alcmeone la importante osservazione del moto apparentemente ritardato dei pianeti rispetto a quello delle stelle fisse. (Ezio, II, 16, 2, 3), indagine che favorì la successiva costruzione della teoria pirocentrica di Filolao, nella quale la Terra fu tolta dal centro del sistema planetario, cosa che consentì poi di giungere alle più esatte concezioni eliocentriche di Aristarco di Samo e Copernico (1750 anni di distanza fra i due! E questi sono i punti ignorati dagli storici).
         Il sodalizio pitagorico perfezionò gli studi sulle eclissi di Sole e di Luna (già prevedibili, per i sacerdoti egiziani, molto prima del VI sec. a.C., quando Talete annunciò una eclissi totale di Sole, che avvenne realmente e provocò la interruzione di una battaglia fra gli eserciti del re lidio Aliatte e del re medio Classarre, nel 585 a.C.).
         Proprio per giustificare le eclissi, la Scuola di Filolao mise un astro accanto al fuoco centrale e lo chiamò “Antiterra”. Questa “Antiterra”, primo dei pianeti del sistema pirocentrico, era invisibile dalla Terra, in quanto, secondo le cognizioni dell’epoca, soltanto l’emisfero boreale era abitato. L’altro emisfero volgeva all’Antiterra, e quest’ultima volgeva al Fuoco.
         La distanza della Terra e dell’Antiterra dal Fuoco era relativamente piccola, e ciò, come informa Aristotele (De caelo) per minimizzare l’errore di parallasse che, secondo la sua critica, avrebbe dovuto rendersi evidente nel caso la Terra non si fosse trovata al centro. Vedremo che, a parte la determinazione della parallasse equatoriale della Luna, dovuta ad Ipparco di Nicea (II sec. A.C.), dovremo giungere addirittura ad Henderson, in pieno XIX secolo, o perlomeno al 1662, con la determinazione della parallasse solare, per ottenere misurazioni soddisfacenti in questo settore.
         Si noti quindi che non si poteva ancora parlare di rivoluzione della Terra intorno al Sole, così come la intendiamo noi oggi, bensì di rivoluzione della Terra e dell’Antiterra a fianco, e nello stesso senso, del Sole. Rivoluzione che la Terra eseguiva velocemente, essendo vicina al Fuoco centrale, sicchè nell’arco di una intera giornata perdeva il Sole (che eseguiva la propria rivoluzione intorno al Fuoco assai più lentamente, essendo più lontano), e lo riguadagnava all’alba, sorpassandolo in apparenza, per poi riprenderlo dopo un giorno e una notte. Un’orbita ellittica avrebbe dovuto giustificare il mutamento delle stagioni e delle ore di luce in uno stesso luogo geografico.
         Si noti che, come la constatazione della diversa durata del giorno a differenti latitudini aveva condotto alla conoscenza della sfericità della Terra, in modo analogo la scoperta del moto più lento dei pianeti avrebbe dovuto condurre la scienza al ripudio della concezione geocentrica, poiché in essa il moto ritardato non è spiegato che con supposizioni molto arbitrarie e imprecise (Galileo docet!).
         Alcuni ritenevano che i pianeti ritardassero la loro corsa in corrispondenza dei poli; altri, come gli astronomi Eudosso e Callippo, seguiti da Aristotele, che eseguissero strani movimenti di rotazione di sfere concentriche.
Per concludere, il sistema di Filolao comprendeva, oltre al Fuoco centrale, l’Antiterra, la Terra, la Luna, il Sole, nonché i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno.
Se si eccettua la parentesi eliocentrica di Aristarco di Samo (che ebbe, comunque, assai poco seguito nella sua epoca), dovranno passare poco meno di 2000 anni prima che il mondo postuli un sistema astronomico più progredito. Troppi per una cultura innocente, anche considerando i tempi.
A parte la questione dello schiavismo, al quale non si può attribuire al 100% la responsabilità del ritardo, non fu soltanto l’ideologismo biblico a rallentare lo sviluppo scientifico in questo campo. Ne rende fede Anassagora che, nel 432 a.C., fu condannato per empietà in Atene, avendo negato che il Sole e la Luna fossero dèi, ed affermato, invece, che fossero materia incandescente l’uno, terreno simile al nostro, l’altra. La stessa Accademia si rese conto che il sistema astronomico da lei presentato lasciava insoluti molti importanti problemi, e Teofrasto (in Plutarco, Quaest. Plat. VIII, 2) ci riferisce che Platone, da vecchio, si pentì di non avere posto il Fuoco al centro.
Questa nota è stata parzialmente ricavata da un testo di Enrico Orlandini, “Filolao”, Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto, XXXIII, 1964, 1-12, p. 14-47.
 
(7)      Lo affermò Lou Salomè in un testo autobiografico tradotto in Italia per l’Editore Savelli.
Cfr. ANDREAS SALOME’ (LOU), Nietzsche, una biografia intellettuale. Savelli Editore, Roma, 1979, p. 190.
 
(8)     Cfr. BOSLOUGH J., L’Universo di Stephen Hawking. Tradotto dall’inglese per Rizzoli, Milano, 1990.
 
(9)     Interessante un passo di Stobeo su Filolao, tradotto dalla Signora Maria Timpanaro Cardini: Filolao, b. 11. Di Filolao: L’essenza e le opere del numero devono essere giudicate in rapporto alla potenza insita nella Decade; grande, infatti, è la potenza del numero, e tutto opera e compie, principio e guida della vita divina e celeste, e di quella umana. Senza questa (la decade), tutto sarebbe interminato, incerto, oscuro.
         Conoscitiva è la natura del numero, e direttrice e maestra per ogni cosa che gli sia dubbia o sconosciuta. Perciò nessuna delle cose sarebbe chiara ad alcuno, né per sé stessa, né in rapporto alle altre, se non ci fosse il numero e la sua essenza. Ora questo, armonizzando tutte le cose con la sensazione all’interno dell’anima, le rende conoscibili e tra loro commensurabili.
         Né solo nei fatti demonici e divini tu puoi vedere la natura del numero e la sua potenza, ma anche in tutte, e sempre, le opere e parole umane, sia che riguardino le attività tecniche in generale, sia propriamente la musica. Nessuna menzogna accoglie in sé la natura del numero, né l’armonia; il falso nulla ha in comune con esse.
         Menzogna e inadeguatezza sono proprie della natura dell’interminato, dell’inintelligibile, dell’irrazionale. Giammai menzogna spira verso il numero, alla cui natura, difatti, è ostile e nemica, mentre la verità gli è propria e connaturata.
         Cfr. Maria TIMPANARO CARDINI. Pitagorici, Testimonianze e frammenti, 3v. Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1964.
 
(10)     Cfr. La Bibbia…tradotta in lingua italiana da monsignore Antonio Martini, arcivescovo di Firenze. Sonzogno, Milano, 1929.
Altrove, nel Libro primo di Samuele, X, 1.
 
(11)      Cfr. l’opera Chronique de Tabari, tradotta dalla versione persiana da H. Hermann Zotenberg.
 
(12)       Cfr. Benjamin CONSTANT, Principes de politique, nella versione italiana curata da Umberto Cerroni, p. 181 e 194.
 
(13)    Traduzione di Francesco ADORNO. Cfr. La Filosofia antica (I). Feltrinelli, Milano, 1972, 2. Ed., p. 64-65.
 
(14)     Che è mai questa paura di pericolo – Non vi è pericolo qui – e chi teme il pericolo – merita la sua paura. Quartina citata dal dr. J. Hannak, in: Emanuel Lasker: Biographie eines Schachweltmeisters. S. Engelhardt, Berlin-Frohnau, 1952.
 
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