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CAPITOLO OTTAVO
 
  Filosofia dell’ignoranza
 
 
Se, comunemente, si titola di “ignorante” una “persona che non conosce”, allora questa lezione è impropria, in quanto nessun dizionario definisce l’ignoranza “mancanza (assoluta) di conoscenza”.
 
Di fatto, essa non esiste nella natura vivente, nemmeno in stato di coma, poiché la prima forma di cultura necessaria alla cellula è la sua alimentazione osmotica e la propria capacità di riprodursi.
 
In un coma profondo, non assistito, privo di impulsi cerebrali, le cellule assicurano da sole le pulsazioni del cuore e il movimento armonico dei polmoni, il metabolismo alimentare, e più. Il “controllo cerebrale del proprio corpo”, di cui alcuni fachiri affermano di andar fieri, sarebbe, in realtà, un regresso, poiché toglierebbe, di fatto, alle cellule, la loro utilissima cultura funzionale.
 
Ogni cultura animale, per quanto limitata, a detta degli etologi è relativamente perfetta, o quantomeno razionalmente logica riguardo al soddisfacimento delle necessità vitali dei singoli individui e specie. Il cosiddetto “brodo primordiale”, dal quale sono poi succedute tutte le creature inferiori e superiori esistenti, è già una forma di cultura adeguata.
 
“Ignorante” è, secondo la corretta definizione del dizionario Petrocchi (1933), colui “che non sa quel che deve sapere della sua arte”. Gli studiosi danno quindi, del termine, una interpretazione giustamente relativa.
 
Leone Tolstoi, ritiratosi nella quiete delle proprie campagne in Russia dopo un lungo periodo di vita trascorso nell’Europa Occidentale, trovò i suoi contadini “apparentemente ignoranti, in realtà ricolmi di false credenze e menzogne” considerazione che lo convinse a educarli.
 
L’ignoranza umana, alla fine, non è “mancanza di conoscenza”, ma “deviazione della verità”. Può quindi esistere una ignoranza inconsapevole, ed una ignoranza “culta”, una ignoranza passiva “provocata”, ed una attiva “provocante”.
 
Il problema, di conseguenza, dovrebbe diventare un altro: – la verità è necessaria? – E se lo è, perché? E se poi fosse pericolosa? Poiché, attenzione: la luce nasconde e la verità rende schiavi.
Sarebbe lecito dire: – La verità è Dio? In gioventù avrei desiderato venire a capo di questi problemi e avevo sognato di raggiungere il riconoscimento di una mia “cattedra di ignoranza”, di diventare “professore di ignoranza”.
 
A che serve l’ignoranza?
La risposta a questa domanda potrebbe provocare, in campo logico, una reazione a catena talmente estesa che, al suo confronto, la potenza di un milione di bombe atomiche scomparirebbe. L’ignoranza, infatti, ancor oggi, sembra sostenga il mondo.
 
Ciò che, infatti, rende difficile la trattazione di questo tema, è che l’ignoranza non è il contrario della conoscenza; è “altro da sé” da essa, il che è assai diverso, purtroppo non facile da capire, ed anche assai incerto, come potrebbe dimostrare, per tutti i secoli, la storia della intolleranza umana.
 
Del termine “verità” abbondano, nei dizionari linguistici, le definizioni tautologiche, come ad esempio “qualità di ciò che è vero” e simili, ma occorre riconoscere che una definizione soddisfacente sarebbe assai difficile da comporre.
 
I dizionari di filosofia, che si dilungano di più, normalmente sviluppano il tema secondo vari percorsi (logici, teo-logici, ideo-logici, dialettici, etc.), fra i quali si sarà poi costretti a scegliere.
 
Se però noi accettassimo di dire “la verità è Dio, e questo Dio non lo conosco proprio perché sono immerso in lui”, allora nessun uomo potrebbe garantire una “sua” verità; potrebbe soltanto proporla e accettare altre verità equivalenti, ed anche necessariamente contraddittorie.
 
Qui voglio accettare la logica di San Tommaso apostolo (l’adeguamento dell’intelletto alla cosa), ed anche quella analoga di Spinoza, secondo il quale le idee sono vere quando stanno in rapporto di connessione con le cose reali. Deus sive natura.
 
Queste significazioni sono, in realtà, assai semplici, poiché prescindono dai rapporti relazionali, quindi dal fatto che l’adeguamento dell’intelletto alla cosa può modificarsi nel tempo e nella diversità dei luoghi. Approfondendo (o complicando) i sistemi, come succede nell’idealismo e nel materialismo storico, la verità “passa” e la scorgiamo come dal finestrino di un treno: siamo costretti a scegliere la parte di essa che più ci piace, e poi a difenderla come “unica”.
 
In senso pitagorico, la verità è sin dove riusciamo a contare, nelle cose che riusciamo a esprimere razionalmente; in ciò che è fuori di noi, che riusciamo a vedere e intelligere.
 
Al di fuori di questo concetto apparentemente elementare, esiste la verità sofistica, secondo la quale l’uomo è la misura di tutte le cose, e può quindi razionalmente produrre e giudicare, senza paragonarsi a nulla. Il che, in sé, sarebbe anche corretto, ma ci conduce entro una concezione talmente vasta della verità, da costringerci a scegliere e, ciò facendo, a distruggere il concetto sofistico stesso, soprattutto dal punto di vista morale.
 
Ora, il punto è questo: la persona umana deve “vivere” all’interno di una realtà fisica naturale e adeguarla a sé stessa, non può pensare di imporre al mondo una propria scelta. E’ sbagliato ritenere che tutto ciò sia scontato e che la storia abbia di già risolto questi problemi.
 
Perché Anassagora, che era nel vero riguardo alla natura degli oggetti astronomici, avrebbe dovuto avere la meglio sui sacerdoti di Pallade, i quali affermavano che il Sole e la Luna erano dèi? Perché una opinione realista sui sassi e sui fuochi celesti avrebbe dovuto vincerla contro una opinione fisicamente falsa, ma politicamente altrettanto reale, che garantiva sicurezza e potenza alla classe patrizia della città di Atene, od ancor meglio, il suo totale equilibrio sociale?
 
Ippaso pitagorico fu ucciso per aver rivelato un teorema (probabilmente quello detto appunto “di Pitagora”), elaborato nel sodalizio di Crotone.
 
Perché la rivelazione di una verità geometrica avrebbe dovuto ritenersi esiziale all’interesse di quella Scuola, al punto da giustificare l’omicidio di un uomo insigne? E’ un fatto che Anassagora scampò a stento la vita fuggendo, e che Ippaso ci rimise la pelle provocando una rivolta di popolo che condusse all’incendio del sodalizio pitagorico ed all’esilio di molti eccellenti studiosi, fra i quali Filòlao.
 
Si può concludere che, se la verità fisica, in Ippaso e Anassagora, era “nell’uomo”, la verità dei sacerdoti ateniesi e degli studiosi crotoniati era “fuori dell’uomo”, cioè nell’idea (umana) del “valore della cosa”, e non della “cosa in sé”. Pertanto era anche “contro” coloro che il valore di quella idea non capivano…
 
“L’interesse superiore…” “il fine ultimo…” sono valori che si sposano, più facilmente di quanto non si creda, a mezzi volgari.
 
Il lettore può andare avanti da sé in questi esempi ed arrivare da solo ai nostri giorni. Potrebbe anche cercar di rispondere alla domanda: – Ne siamo realmente fuori?
 
Esiste la verità?
Se scrivo 1 + 1 = 2; non tratto termini di verità, ma soltanto termini di ragione. Abbiamo già visto il gioco dei numeri limitati, sommati e pari a quelli infiniti. Se poi do corpo ai numeri: due arance, due persone umane, due alberi, due francobolli, due sassi, dovrò riconoscere di avere espresso soltanto forme, enti più o meno caduchi e modificabili. Sia io che scrivo che il lettore che legge potremmo definirci fisicamente “veri”, ma non enti concreti di verità, in quanto entrambi sappiamo di essere destinati a morire. Nel capitolo sull’attimo fuggente è già stato accennato a questo.
Alla fine, soltanto i nostri atomi liberati rimarranno nel libro mastro della matematica universale.
Esistono, a mio parere, alcuni misteri i quali, a paragone del mistero di Dio, possono essere considerati di grado inferiore, ma pur sempre "reale": Sono essi quelli che competono al territorio di Ker, e che riguardano soprattutto nascita, morte, e il mistero della individuazione umana, vegetale e animale.
Per la felicità delle forme vi sono, forse, alcune conseguenze logiche da rispettare, mentre la confusione e la guerra hanno inizio quando scambiamo l’ente di ragione con il reale e pretendiamo di giudicare come se fossimo noi stessi gli dèi.
Sul piano formale, tuttavia, all’ingrosso, potremmo dare per scontato che la verità esista e che noi non si sia immersi in un sogno, in quanto, come esseri pensanti, siamo cartesianamente sicuri di noi stessi e, materialisticamente, altrettanto sicuri degli oggetti esterni che hanno potere sopra di noi, o sui quali noi abbiamo potere.
Siamo certi di essere nati e che dovremo morire: il resto armonizza matematicamente con le leggi della natura, che la persona per bene mai cerca di fingere di superare.
 
La verità “umana”, è stato già scritto, non può allontanarsi molto da ciò che ne intendevano San Tommaso Apostolo e Spinoza, essere cioè limitata alla comprensione del piano fisico universale, ovvero a ciò che sta dentro e fuori di noi in una realtà sempre dimostrabile e ricostruibile. Le società civili dovrebbero accettare questo principio, altrimenti penso che, ad esempio, un’enciclica importante come la “Pacem in terris” di Papa Giovanni XXIII potrebbe rimanere un flatuus vocis, una esortazione fine a sé. Ma non intendo, certo, parlar di politica ora. Occorrerebbe piuttosto, ridefinire i valori, senza dimenticarsi che spetta  poi  alla cultura ricostruirli.
 
Forse sarebbe il caso di rifondare nel mondo attuale, ciò che fra i secoli XVII e XVIII fu compiuto dai lumi in tutti i campi dello scibile. E se pure i lumi nel loro tempo, in qualche modo forzatamente, furono spenti, occorrerebbe oggi spontaneamente riaccenderli, poiché le società del mondo hanno cambiato valenza rispetto a quelle di due o tre secoli, od anche a quelle di solo sessant’anni fa.
 
Alla fine: A che serve la verità?
E’ questa la vera domanda filosofica, e non so se l’umanità sia abbastanza matura da apprezzarne la risposta.
 
Essa, come per la filosofia dell’universo, dovrebbe servire a noi stessi, eticamente intesi, per trovare il nostro equilibrio di persone umane nel pianeta entro il quale viviamo. Per le collettività umane vale ciò che nel capitolo sul teatro si è scritto per le individualità. Anche per queste prime esiste un range, un limite da qui a lì, che non si può superare senza impazzire.
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