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CAPITOLO SETTIMO
 
Filosofia dell’attimo fuggente
 
 
Infinito, uomo, fu il tempo trascorso
da che venisti all’aurora
ed infinito è quello che t’attende nell’Ade.
Che parte di esistenza ti resta
se non per il valore di un punto
e meno ancora?
La tua breve vita ne è come schiacciata
ed essa poi, lungi dall’essere piacevole,
è più affliggente dell’odiosa morte.
Ecco di quale radunanza d’ossa
sono fatti i mortali,
e con essa si elevano
verso l’aria e le nubi!
Uomo, vedi come ogni sforzo è inutile
poiché la parte estrema della trama
dalla quale si vorrebbe ottenere
il tessuto, neanche tocca la spola!
Simile è tutto a un cranio dissepolto:
inutile e molto più schifoso
della mummia rinsecchita d’un ragno.
Giorno dopo giorno vivi con le tue forze,
attieniti a vita semplice
e rammenta a te stesso,
finchè bazzichi i viventi,
di quale paglia sei fatto.
 
La traduzione del presente epigramma, composto dal poeta tarantino Leonida nel IV secolo a.C., è stata da me eseguita e pubblicata nel 38° numero (1969) della “Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto”, insieme ad altri 47 epigrammi che, in tutto, costituiscono la raccolta completa delle poesie funerarie del poeta magnogreco e la metà circa della sua produzione totale.
 
Nella mia ingenuità, e direi anche stupidità giovanile, questo lavoro mi procurò, durante la sua esecuzione, un razionale e profondo senso di gioia derivante dall’ottenimento del dono della bellezza estetica, che si accumulava in me come una nevicata che monta.
 
Lo eseguii confrontando il testo greco con la traduzione francese prodotta dai collaboratori di Pierre Waltz, direttore appunto della volgarizzazione della Antologie Palatine, prodotta però, sì in modo scientifico, ma praticamente in prosa.
 
Fu merito del premio Nobel Salvatore Quasimodo l’avere restituito Leonida alla poesia introducendone, nel 1957, otto epigrammi (fra cui il presente) nel suo “Fiore dell’Antologia Palatina”, e poi molti altri, fra i quali quindici letti durante una conferenza da lui tenuta nella biblioteca civica “Pietro Acclavio” in Taranto, nel 1967, alla quale io stesso partecipai in veste di spettatore.
 
Tengo a dire che già da otto anni, ovvero dal 1959, portavo avanti un po’ a strasciconi, una storia classica della città di Taranto che il Comune, generosamente, ma fors’anche imprudentemente, pubblicava, in bella veste, appunto nella citata “Rassegna”.
 
Arrivato, proprio nel 1967, a descrivere gli avvenimenti del tempo di Alessandro il Molosso, per me Leonida diveniva un traguardo obbligato: da qui la decisione di tradurre, in modo organico, almeno una parte delle sue poesie.
 
Purtroppo, ciò parve agli onesti estimatori di Quasimodo (che io rispetto, forse, assai più di loro), una improntitudine imperdonabile, degna di tacito ostracismo. In quel momento avrei, piuttosto, avuto bisogno di una critica costruttiva.
 
Torniamo, piuttosto, al poeta:
il senso del suo epigramma è chiaro: la vita umana non è che un misero punto schiacciato fra due infiniti. Rispetto al tempo e alla vita, non è che un istante: la vita stessa non è che un attimo fuggente che si ripete e che ritorna sempre diverso: ciò che sta intorno ad esso non è che memoria, o aspettativa.
 
Tutto ciò rende più greve il senso della precarietà, in quanto nessuno può sfuggire a sé stesso, o comandare all’attimo di mutar direzione.
 
Per allontanarmi da tutto il seguito di pensieri tetri che provengono da questa concessione al pessimismo, ho cercato la contraddizione necessaria al pensiero di Leonida, e me ne è venuta questa brevissima scenetta da teatrino da lettura:
 
TEATRINO DA LETTURA
 
GORDON
 
Personaggi:
 
Il signor BIANCHI
Il signor ROSSI
Un passante.
 
Bianchi e Rossi passeggiano fra i viottoli di un giardino; percorrendo un vialetto in direzioni opposte, si incontrano.
 
BIANCHI: (favellando da solo, in modo declamatorio): – Infinito fu il tempo che la natura si prese, da prima che io venissi alla luce, ed infinito sarà quello che passerà dopo che sarò morto…
 
ROSSI: (osservandolo incuriosito e interrompendolo): – Vorresti dire che l’Universo fu costruito per il gusto di farti nascere, e poi di schiacciarti?
 
BIANCHI: – Così mi pare: questo sostiene la teoria antropica universale: se il grande bang si fosse prodotto rispettando frazioni d’attimo diverse da quelle che ci appaiono oggi vere, certamente nessuno sarebbe mai nato, e l’universo null’altro sarebbe che uno spreco di fuoco e materia.
Che ciò sia voluto, o casuale, poco importa: occorre tuttavia tener conto di ciò.
 
ROSSI: – E da qui ne deduci di essere stato assente per un tempo infinito, e presente un granello?
 
BIANCHI: – Non vedo altra conclusione!
 
ROSSI: – Che stupidaggine! Se i due grandi magli del tempo fossero stati costruiti a questo scopo, o in questo senso, tu non ti troveresti schiacciato, ma ti sentiresti, contemporaneamente, sia di qua che di là dei confini dell’attimo: in altre parole, non saresti più il signor Bianchi…saresti Gordon.
 
BIANCHI: – (Perplesso): – Non ci avevo pensato…(poi scherzoso): – E’ un’idea niente male. Gordon al posto del puntino insignificante…
 
ROSSI: – Ehm…però…a questo punto non saresti più solo: sarei Gordon anch’io…E quel passante laggiù, Gordon anch’egli.
 
BIANCHI: – Beh, sì, in effetti: nessuno o tutti…Però devi riconoscere che ne viene fuori una contraddizione:…Gordon…
 
ROSSI: – Forse hai ragione…arrivederci.
 
I due si allontanano con buonumore.
 
La contraddizione a Gordon, dal punto di vista della potenza, sarebbe Ming, ovvero l’imperio dell’individuo superiore che si raffronta alla debolezza di una massa di sottomessi.
 
Se lo si vuole, son propositi antichi: lavorare ad elevare l’ambiente, ad apprezzarne le contraddizioni per poi studiarsi di armonizzarlo, era il fine di Archita, che riuscì soltanto a produrre, per la sua città, una effimera forma di felice equilibrio che durò forse meno della sua vita.
In fondo, però, cosa importa: a colui cui è stata affidata tal parte, anche passare l’eternità a portar acqua in un secchio buco può avere un senso.
 
La domanda: – Quanto dura una vita umana? – Ha una sola risposta logica: – Dura per la durata di un attimo. Se non fosse per il labile cemento della memoria, non avremmo cognizione di noi. Ed anche con l’ausilio della medesima, l’umanità “passa”, la storia “scorre”, mentre l’illusione di Faust guadagna l’inferno e nulla di concreto riceve in cambio.
 
Nonostante ciò, le cose che mettono in moto le vicissitudini umane, e la vita stessa in sé, non mi sentirei di considerarle, con tutto il rispetto “ombre nella caverna”; esse sono, piuttosto “enti di ragione” rivolti, sia al senso della vita che a quello della verità. Ora, almeno in senso pitagorico, l’ente di ragione rivolto al senso della vita è insufficiente alla verità, mentre quest’ultima raggiunge la vita.
 
La vita, infatti, non si discosta dai confini dell’attimo, ovvero dai limiti della morte e della caducità. Soltanto il senso della verità, che si rivolge allo eterno e al tutto, giustifica la sacralità della Tetractys.
 
Se Dio, quindi, vive al di là dell’attimo, allora forse è lo spirito, prima ancor dell’idea o della stessa materia, l’unica cosa ferma da cui può nascere, anche come conquista collettiva e inconscia, la partecipazione umana alla verità; cosa che spesso è condizione e contraddizione insieme.
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