Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

 

CAPITOLO SESTO
 
 
Filosofia segreta
 
 
Pur avendo lavorato, per numerosi anni, in biblioteche a specializzazione biologica, mi è mai capitato di trovare un testo orientato a spiegare perché, nell’ambiente marino, o comunque acqueo, l’intelligenza animale si sia sviluppata non oltre i delfini o i polpi, o qualche altro genere che non so. Gli è che la risposta sarebbe indegna di una ricerca scientifica, essendo fin troppo evidente che il mezzo denso non consente lo sviluppo adeguato della vista, né una velocità che non sia “a siluro”, né agilità che non sia esclusivamente natatoria, né arti prensili, e soprattutto la posizione eretta, sicchè impossibile vi sarebbe uno sviluppo evolutivo paragonabile a quello avvenuto sopra la superficie della terra emersa, entro l’involucro dell’oceano aereo.
 
Nonostante ciò, si potrebbe facilmente affermare che anche l’oceano aereo pone le sue condizioni limitanti: le specie animali non possono progredire oltre l’homo sapiens, né costui può progredire oltre sé stesso. Glie lo impedisce la propria individualità, il non potere permettersi di non bere o mangiare che per un breve periodo, l’aver bisogno di riparo dal caldo e dal freddo, per non dire il dover respirare o l’avere necessità che il cuore batta. E’ giocoforza che i nuovi nati ricomincino sempre daccapo, senza poter far tesoro degli errori dei loro avi. Anche la storia insegna poco, ed anche se uno le cose le sa, lo abbiamo visto nel capitolo sulla menta London, ugualmente può fare ciò che non vuole.
 
Le stesse necessità che un tempo provocarono lo sviluppo della società attuale possono opporsi oggi al suo perfezionamento etico, e ciò perché sembra che nemmeno l’intelligenza umana, similmente a quella del delfino o del polpo, sia in grado di superare i limiti imposti alla propria natura.
 
Gli uomini antichi conoscevano tali problemi meglio di noi, tant’è che la mitologia accettò che si potesse travalicare l’ambiente, ma soltanto con un balzo veloce e per un tempo assai breve, similmente a ciò che i delfini compiono ancor oggi nel mare. Questo genere di mammiferi fu ipostatizzato in Apollo e ad esso fu data la capacità di superare il proprio ambiente vitale e di trasportarvi, in ipostasi, l’uomo.
 
La raffigurazione del ragazzo, o dell’uomo nel suo pieno vigore, cavalcante un delfino, rappresenta appunto questo.
 
Un noto esempio ne è dato da Arione, il sublime cantore alla cetra, il quale, durante un suo viaggio per mare, rapinato di tutti i suoi averi dai marinai, e condannato alla morte, domandò di cantare per un’ultima volta, e lo fece con tanta dolcezza e sensibilità da commuovere i suoi stessi nemici e radunare, sotto la poppa della sua nave, numerosi, i delfini.
 
Finito il canto, Arione si gettò volontariamente sulla groppa del delfino più grosso e fu da lui trasportato sino al capo Tenaro in Licaonia, ove si salvò.
Il suo mito simboleggia la potenza dell’arte, la quale, trasportando gli esseri umani entro la sfera del bello, ha la capacità di far superare allo individuo umano i limiti della propria natura animale.
 
Un simbolo diverso rappresenta un amorino raffigurato in un affresco pompeiano, il quale, nel mare, conduce un cariolo portato da due delfini imbrigliati. Similmente all’arte, è giusto che anche l’amore emerga e rechi all’uomo i segni di una superiore speranza.
 
Una terza ipostasi è rappresentata in Falanto, personaggio a mezzo fra il mitologico e il reale, descritto da Strabone nel libro VI della sua Geografia.
 
Fu costui il conduttore della migrazione partena che, dalla terra di Sparta, giunse, prima in Crotone, al seguito di una migrazione achea partita da Evialea, e poi, tra il 706 e il 705 a.C., nel territorio ove, da essa, sorse la città di Taranto.
I parteni, come sa ognuno, erano figli di donne spartane non sposate, o divenute incinte nel tempo della guerra messenica (seconda metà dell’VIII secolo a.C.) stando i mariti al fronte, o non presenti.
Non essendo figli di veri spartiati, e non avendo, di conseguenza, diritto alla ripartizione delle terre, progettarono una ribellione, che però non attuarono.
 
In alternativa deliberarono di chiedere il vaticinio a Delfi, il cui oracolo si dichiarò favorevole alla loro migrazione verso le terre italiche meridionali. Siamo, storicamente, all’inizio di quei grandi movimenti dei popoli greci dai quali sorsero poi città libere, definite “colonie”, nel Medio Oriente e Mar Nero, nella Sicilia, in Magna Grecia e oltre.
 
Edificata che fu la città di Taranto, all’ecista Falanto spettò un culto, giunto a noi in raffigurazione numismatica, che lo vede, coronato con rete e lancia, cavalcare un delfino.
 
Se ne può dedurre che, oltre all’arte e all’amore, anche l’ipostasi della legislazione travalichi i limiti della precarietà originaria e conduca il genere umano ad un salto oltre la superficie del proprio oceano. La divinizzazione di Licurgo, e in modo meno marcato quella di Solone, lo testimoniano.
 
Quanto al potere, pure essendo il figlio della legislazione, spesso ne è anche la sua contraddizione non necessaria.
 
L’uomo non deve andare oltre il segno – ammonì Dario, padre di Serse il vinto – poiché Zeus punisce i desideri troppo ambiziosi: I cumuli dei morti, anche ad occhi di tre generazioni dopo la nostra, riveleranno che chi è mortale non dev’essere superbo contro natura.(Eschilo, I., Persiani, 800 sgg.) (13).
 
La legislazione, pertanto, è intesa, in ipostasi, come ricerca dell’equilibrio armonico del vivere dei popoli, ed entra in tal modo nella natura del tutto. Il potere, al contrario, sta al limitato, e secondo la morale pitagorica, all’imperfetto.
 
La spiegazione del perché il genere umano sia incapace di compiere progressi etici collettivi, si trova nel fatto che le potenzialità cerebrali e quelle spirituali hanno scarsa misura e non sono sufficienti a bilanciare le limitazioni che provengono all’uomo dal confronto con la propria precarietà naturale. Sembra, infatti, che la condizione animale la vinca su quella spirituale: un peccatore nel paradiso, lo inquina; un santo nell’inferno si corrompe. Un uomo onesto sottoposto a continue angherie, modifica in peggio i propri pensieri: tutto ciò era ben noto agli eremiti.
Le occasioni perse dall’umanità sono talmente tante, e così ricorrenti, che la speranza che esse possano, ad un certo momento, esaurirsi, non appare razionalmente probabile: le aspirazioni dei filosofi, dei religiosi, dei migliori statisti, degli studiosi illuminati, dei grandi spiriti nazionali, degli umanisti, dei liberi…sono destinate a rimanere celate sotto la superficie del grande oceano, sotto quel limite che non si può superare se non per un attimo, e quasi in sogno.
 
Ognuno può cercare da sé esempi storici: non dimostro verità, ma indico solamente territori culturali entro i quali qualsiasi lettore può indagare ed ottenere risultati migliori dei miei.
 
La filosofia segreta, tuttavia, non è il pessimismo, il quale presuppone, nell’essere umano, una dose inconsapevole di cattiveria fagocitante, è semplicemente l’uomo, serrato in sé dalla propria natura, limitato nel proprio elemento, innocente vittima della propria precarietà, che presuppone la limitazione della forza, cosa da cui poi consegue l’inevitabile fallimento di ogni impulso verso il miglioramento etico collettivo.
 
Ogni personaggio storicamente importante può essere accusato di averci ingannati: gli scienziati per primi, che già Nietzsche accusava di intellettualismo gaudente e moralmente vuoto.
 
Ma chi mai non ingannò il mondo? Non ingannò forse Buddha l’Oriente? E Gesù Cristo non ingannò l’Occidente? Voltaire non ingannò i democratici? Marx non ingannò i proletari? Garibaldi non ingannò gli italiani?
 
Uno storico onesto potrebbe dimostrare tutto ciò con grande facilità; un altro storico, altrettanto onesto, e con altrettanta facilità, potrebbe dimostrare il contrario e l’innocenza di tutti i personaggi citati. Il responsabile di queste cose, meglio che lo strapotente Lucifero, sembra essere il modesto Nenderthal, ovvero la necessità limitativa.
 
La filosofia segreta, in breve, se trasformata in atto toglie all’uomo la forza, ed è per questo motivo che gli aristocratici non ne parlano mai. Nessuno potrebbe assumerla, senza rimorso, a propria bandiera, anche se poi, per l’interesse di un gruppo, essa potesse rendere bene.
 
Tuttavia essa esiste, ed i plebei che lo sanno, ne hanno fatto da sempre il vero segreto della loro potenza pratica, la quale è, semplicemente, ragione che, cosciente del fatto che non vi siano traguardi etici da raggiungere, conquista il proprio ambiente “in privato”, adoperando qualsiasi mezzo.
 
Ciò che noi definiamo “progresso umano” è, alla fine dei conti, un vagabondaggio, forse un girare in tondo, il quale avviene assai spesso “contro” e a dispetto degli spiriti onesti (sconosciuti anche a sé stessi), che inconsciamente spingono al bene.
Non c’è altro in questo capitolo.
 
Condividi:
Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi