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 CAPITOLO QUINTO
 
 
Filosofia del teatro
 
Se accettassimo di considerare aristocratici e plebei due forme innate, contraddittorie ed equivalenti, di verità antropica, e se accettassimo, al contempo, la teoria pedagogica delle tendenze, allora potremmo anche concludere che la vita è teatro e che le persone umane sono attori a soggetto di una commedia dell’arte a copione estemporaneo, ma a traccia prestabilita.
 
Ammettendo tutto ciò, dovremmo concludere che in una recita da palcoscenico, i personaggi sono rappresentati dal pubblico, mentre Pierrot, Pulcinella e Arlecchino sono gli interpreti delle idealizzazioni di essi, umanizzate poi dagli attori.
 
L’ideatore di una traccia teatrale, ovvero l’autore, sarebbe quindi maschera come persona umana, e persona come maschera teatrante.
 
Kean avrebbe avuto torto ad autodefinirsi “mostro” di fronte al suo pubblico, in quanto un buon palcoscenico non potrebb’essere mai inferiore alla propria platea. L’attore, infatti, recita in doppio, la parte di sé e quella di un altro sé stesso trasformato in idea: non può disumanizzarsi, se non mentendo.
 
Tornando all’autore, egli, come uomo e maschera insieme, è solo apparentemente superiore ai personaggi umani che ci descrive, in quanto non riuscirà mai a padroneggiarne completamente la complessità e la moltitudine dei caratteri. Al modo stesso in cui l’attore può far bene inconsciamente, di altrettanto l’autore può sbagliare scientemente, poiché sa bene di non poter dominare la eccezionale quantità di maschere che il theatrum vitae è in grado di offrire. L’autore saggio, infatti, evita di allontanarsi troppo da sé stesso e da ciò che conosce.
 
Per le persone naturali, lo scoprirsi personaggi evidenzia il problema della libertà; in effetti essa è un range, ovvero un limite da qui a lì, e non oltre. Chi lo oltrepassa può anche ammalarsi, o perdere il cervello, o commettere un atto insano e doverne poi sopportare le conseguenze. L’antico detto nosce te ipsum dimostra che tutto ciò non è nuovo.
 
Il limitato sentiero entro il quale percorriamo la nostra vita non è, tuttavia, strettissimo, e volendo potremmo anche allargarlo: in questo potremmo anche imparare qualcosa da Pulcinella e Arlecchino.
 
Avete mai visitato una sartoria teatrale? Nessun costume si è mai mosso da sé. Pulcinella e Arlecchino, o Pierrot, hanno bisogno che un attore stia loro dentro, che un interprete li riporti saltuariamente alla vita con il suo soffio.
 
Anche la maschera umana deve avere, in coerenza, un interprete, un attore che stia ancor più nell’interno del personaggio al quale le nostre tendenze naturali hanno dato vita.
 
E’ vero, intendo, che come personaggi, realizzati o non realizzati, siamo diversi l’uno dall’altro, però i limiti laterali del nostro percorso non ci consentono troppe differenze: ciò che madre natura proibisce a me, proibisce anche al cinese, o al turcomanno, e ciò che consente a me, consente anche al kafiro, o al mio migliore amico, o peggiore nemico.
 
Vorrei sforzarmi di dire questo: l’attore che è in noi, l’attore noumenico, intendo, può far recitare qualsiasi tipo di personaggio. Se noi lo scoprissimo, lui potrebbe fare con noi (anche con il genere umano) una rappresentazione diversa.
 
Potrebbe, ad esempio, rendere percorribile il nostro sentiero frantumandone i massi che lo rendono impervio, o riducendone i crepacci profondi, addolcendone i precipizi, togliendo le spine dai rovi, ammansendo i mostri nascosti nella oscura foresta ai suoi lati. Senza il suo attore il personaggio umano è uno straccio, un abito senza il suo corpo dentro.
 
Il sentiero, poi, non è casuale, anche se noi lo troviamo così com’è dalla nascita; se avessimo la capacità di esplorare il territorio verso il quale esso volge, allora potremmo iniziare a orientarlo, ad addolcirlo, a renderlo percorribile.
 
Se Parmenide avesse ragione (cosa possibile) allora l’Uno sarebbe una cosa, le forme un’altra, e Dio, in coerenza con i teologi moderni, sarebbe costretto a giudicare le forme, non la sostanza.
 
Avete mai riflettuto sui “sogni a occhi aperti”?
Quando allentiamo le briglie alla fantasia e la lasciamo a immaginare liberamente scene, o piccole rappresentazioni mentali delle quali noi stessi siamo i protagonisti, se consentissimo ciò senza curarci di farvi intervenire la nostra ragione critica, allora, rianalizzando le stesse scene, ci accorgeremmo che la nostra personalità ne è rimasta centrale, in posizione primaria, immancabilmente vincente. Ciò accade anche alle persone più umili ed apparentemente sottomesse.
 
Non c’è personaggio, nel theatrum, che non possieda un attore che non covi in sé il desiderio segreto di trovare un posto suo dignitoso nel sentiero di tutti.
 
E cosa mai altrimenti sarebbero, per gli uomini aristocratici, il desiderio di giustizia, il sentimento della verità, la consapevolezza di possedere una propria coscienza morale? Che non sono cose prescelte o mimate, ma innate e casuali.
 
Se veramente la costruzione dell’uomo aristocratico è nel progetto della natura, allora anche la cellula primordiale deve possederne una piccola parte.
 
La vita naturale umana intesa nel suo complesso, copiando, in ipostasi etica e nei caratteri, la vita fisica del mondo animale, presenta tutte le possibilità: dalle più tragiche e dolorose forme di crudeltà, sino alle più pure espressioni di santità. Trascurando di disquisire sulle differenze fra l’apparenza e la realtà delle espressioni, se ne può dedurre che le domande: “Le persone umane sono buone o cattive? Felici o infelici?” (globalmente), non dovrebbero essere accettate in una ricerca filosofica seria. Il Conte Dracula, come personaggio, è felice quando succhia il sangue delle sue vittime; è infelice nella parte noumenica del suo essere, essendo costretto a farlo.
 
Potremmo dire: quanto più la persona umana si avvicina al noumeno, tanto più è aristocratica, e in ciò non vi è gerarchia stabilita a priori, né per individui, né per censo. Quanto più si sprofonda nel personaggio, burattino o magnate che sia, tanto più è provvisoria.
 
La filosofia del teatro ha, per prima cugina, quella del carnevale: mettersi in maschera sembra che renda allegri, come se avessimo fatto un passo verso noi stessi piuttosto che verso il fuori. Ciò accade in quanto ci trasferiamo, dal ruolo di personaggi a quello di attori (attori dilettanti), e finalmente possiamo inventarci, dirigerci…siamo, per poco tempo, quel qualcosa entro noi che abbiamo sempre sospettato esserci e che mai abbiamo imparato a conoscere.
 
Non siamo una sola persona: il theatrum pretende un copione che, anche se “dell’arte” e libero, presuppone una grande reciprocità con le battute di tutti gli altri. Siamo, evidentemente, qualcosa di più e di meglio della nostra maschera: siamo ciò che la muove da dentro.
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