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CAPITOLO QUARTO
 
 
Filosofia della menta London
 
Naturam expelles furca tamen usque recurret. Scaccia l’indole naturale con il forcone, ugualmente ritornerà (Orazio).
 
Invito il lettore a riflettere su quanto sia difficile succhiare completamente una pastiglia London evitando al contempo di morderla: consiglio di fare l’esperimento e di proporsi seriamente di non schiacciare. Fra i miei conoscenti vi riuscì soltanto il più anziano, quando fece la prova senza dentiera.
 
Non pretendo, d’accordo, che tutto ciò sia scientifico, tuttavia è da tener normale che, nella media, la volontà spesso la ceda agli impulsi cellulari-nervosi, anche i più apparentemente banali.
 
Non concludo, con questo, che ognuno di noi sia il dottor Jekyll e mister Hide insieme, e non mi riferisco neppure allo impulso sessuale o a quelli che sovrintendono alla fame, alla sete o a tutti gli altri stimoli vitali. E’ un fatto certo che Dioniso e Apollo sono rimasti entrambi dentro di noi, contemporaneamente attivi.
 
Che la morale storica e la società umana non siano ancora riuscite ad ottenere, per ciò che attiene alle varie comunità degli Stati, quella garanzia di sicurezza che già l’uomo antichissimo riuscì a procurare a sè stesso attraverso le prime regole del vivere sociale, ciò si deve, in gran parte, allo asservimento della ragione a un qualcosa di misterioso che si potrebbe definire "pulsione verso un accomodamento dei sensi alla soddisfazione".
 
Le cellule del corpo umano sono organizzate, è noto, per favorire un’abitudine che produca una assuefazione, ad esempio, la resistenza a un clima ostile, sia caldo, o molto freddo, o estremamente variato come nella Siberia o nei deserti. E’ questa, alla fine, una forma biofisica di autodifesa.
 
Individui di alcune tribù indiane del Canada si abituarono a vivere a petto nudo in clima rigido, ma del resto anche da noi le storie romane riportano di popolazioni alpine che combattevano nude sulla neve, ed è assai nota la storia del ragazzo dell’ Aveyron, il quale, abbandonato infante nei boschi dei Pirenei, viveva nudo, movendosi carponi. Trovato da alcuni pastori, portato al caldo e vestito, si ammalò irrimediabilmente, né valse a guarirlo l’abnegazione del pedagogo francese Jean Itard, il quale non riuscì a procurare al ragazzo stimoli e paragoni intellettuali sufficienti a educarlo.
 
Non era nota, al tempo, per l’equilibrio psichico del neonato, l’importanza dell’amore umano rappresentato dalla figura del volto materno.
 
 Abbandonato nelle foreste ed adottato da lupi e scimmie, l’essere umano dovrà rinunciare per sempre alla propria gerarchia naturale. Riscontri di ciò si sono avuti in India, a seguito di ritrovamenti di neonati abbandonati, sopravvissuti grazie all’aiuto recato loro da femmine di animali. Tutto ciò è noto, si studia nel Magistero e non va approfondito qui.
 
Ciò dunque che rende la persona umana psichicamente equilibrata, è il senso di sicurezza, la consapevolezza del proprio reale valore, la fiducia, la conoscenza intellettuale del proprio ambiente sociale e la conseguente capacità di agire razionalmente in esso. Ciò concorda, fra l’altro, con la gerarchia dei bisogni elaborata da H. Maslow, che si studia in medicina.
 
Se però, teoricamente, si giungesse a considerare che la maggior parte del genere umano è orientata a seguire pulsioni piuttosto che enti di ragione, se si giungesse a osservare che la stessa ragione, per motivi di sopravvivenza fondamentalmente logici, ma particolarmente distorti, è portata a seguire e giustificare gli impulsi estemporanei, allora si potrebbe anche concludere che l’umanità è ancora lontana dal proprio traguardo, ammesso che un traguardo naturale poi esista.
 
Nietzsche pose, a misura di tutta la gioia e di tutto il dolore morale di cui un essere umano può esser capace, quel sentimento che definì "volontà di potenza", al quale diede, peraltro, un significato assai esteso, sia in positivo che in negativo.
 
La "volontà di potenza", che egli trattò da noumeno (il reale in sè, contrapposto al fenomeno, all’apparente) null’altro è se non la contraddizione necessaria del sentimento di precarietà naturale che l’uomo si porta dentro quale limite estremo della propria evoluzione discendente.
 
La traduzione plebea della "volontà di potenza" è, appunto, il sentimento di superiorità individuale, la necessità di vincere ad ogni costo, la immedesimazione personale nel Superman. Quella aristocratica vuole, al contrario, la "volontà di potenza" indispensabile allo sforzo necessario a raggiungere la condizione planetaria di equilibrio.
 
Entrambe queste interpretazioni esistono, e pertanto sono vere in concreto.
E’ un fatto che la persona umana non possa star lungo tempo, non solo senza mangiare o bere, ma nemmeno senza fare qualsiasi altra cosa, anche non naturale, verso la quale abbia acquisito assuefazione.
 
Tale considerazione, che giustifica razionalmente la nostra situazione di precarietà, e che ci proviene dall’antichissimo, sta talmente nel fondo del nostro "Es", da provocarci pulsioni inconsce, una delle quali potrebb’essere, appunto, il morso alla menta London, che non avviene soltanto quando la succhiamo soprappensiero, ma anche quando ci imponiamo di non farlo.
 
Il "non poter resistere" a una pulsione che sappiamo potrebbe divenir facilmente causa di pentimento, questo temo che il morso alla menta London ci suggerisca.
C’è rimedio?
C’è, ma può essere dato soltanto dalla potenza. Se questa manca, poiché la società attuale si è studiata di togliercela, allora non ci sarà altro da fare che sforzarsi di sopravvivere e cercare di riguadagnarla affidandoci ad Ercole.
 
 
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