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 CAPITOLO TERZO
 
 
Filosofia dell’Universo
 
Per ciò che compete alla scienza, l’universo è un complesso fenomenico che dev’essere indagato e conosciuto sin quanto le possibilità umane consentono.
 
Relativamente alla filosofia, esso è un rapporto fra la natura umana ed un fenomeno materiale (?) di vastità infinita e di fisionomia pressoché sconosciuta.
 
Ne deriva che, mentre la scienza può indagare su qualsiasi campo (ed accettare, ad esempio, ipotesi di universi abiologici coesistenti al nostro), per la filosofia il principio antropico (o un suo equivalente non umano, ma intelligente) è l’unico che possa esser preso razionalmente in considerazione.
 
Per “principio antropico” intendo ciò che normalmente ne intende la teorica fisica, ovvero il percorso che, dai primissimi nanno-istanti del grande bang, ha condotto, attraverso logiche conseguenze matematiche riguardanti le forze nucleari, magnetiche e gravitazionali, alla costruzione dell’unico pianeta biologico che conosciamo ed entro il quale viviamo. La giustificazione di tutto ciò è di acquisizione recente e ci proviene dalla teoria dei quanta.
 
Tale principio è quindi l’unico intorno al quale al filosofo è consentito indagare, in quanto, per lui, ogni cosa “altro da noi” è nulla se non vi è una mente capace di constatarla.
 
Senza una ragione pensante non ha importanza che gli astri brucino o congelino, nessun tipo di universo sarebbe possibile, né esisterebbe nella realtà.
 
Quanto al genere umano, inteso come realtà universale, di esso la domanda pragmatica “a che serve?” può essere accettata o negata (serve a nulla), con ragioni valide, se pur contemporaneamente contraddittorie.
 
Secondo la filosofia pragmatica e naturalistica, tale domanda ha una risposta concreta che può essere rapportata anche al campo religioso: serve a sé stesso per determinare e conservare nel modo migliore possibile, il proprio livello di gerarchia. Ci si potrebbe ancora chiedere: la concentrazione primordiale di energia, la pallina dalla quale deflagrò l’universo, era un punto materiale soltanto?
 
In pratica, che lo sia o non lo sia stato, per l’umanità nulla cambia, poiché, che lo si accetti o meno, il tutto rimane “come se così fosse".
 
Nella storia, le teorie cosmologiche si sono sviluppate secondo ipotesi diverse, non sempre concatenate, e spesso erronee, tutte, comunque, degne di rispetto: da quelle degli antichi templi egizi a quelle della Scuola di Mileto, di Filolao pitagorico, di Aristarco di Samo, Eratostene, Tolomeo, Copernico, Galileo, Keplero, Newton, e su su sino ai più recenti teorici della fisica del principio, da Penrose a Starobinskij, ad Hawking, per limitarci alla cultura europea e occidentale (6).
 
E’ interessante notare come, nel campo della ipotesi cosmologica, la fisica teorica debba tener conto di una difficoltà concreta che invece le è possibile considerare astratta in altri campi d’indagine: la esistenza di quel confine oltre il quale ogni tipo di logica scientifica può cominciare a girare a vuoto. Questo confine ha un nome, e si chiama “infinito”, parametro concreto che il cosmologo non può ignorare.
 
Intendo questo: sull’inizio del XX secolo, o già da prima, la logica matematica (Poincaré, Russell) esemplificò il seguente tipo di assurdo, per dimostrare che esistevano confini naturali mentali al di là dei quali nessun tipo di ragionamento logico avrebbe potuto considerarsi esatto.
 
Internamente al piano infinito, la progressione del solo numero 1 (1, 11, 111, 1111…) o del numero 2, o del 3…porta a un valore quantitativamente uguale a quello di tutti i numeri universali messi insieme. Ciò significa che non tutto ciò che è quantificabile è al tempo stesso razionalizzabile (e viceversa), e che la nostra ragione umana ha dei limiti imposti proprio dal piano fisico entro il quale essa agisce.
 
L’”infinito” è proprio uno di questi limiti; orbene, esso, che può essere considerato secondario da qualsiasi disciplina scientifica, la quale può decidere di restarsene al di qua dell’invalicabile (non ha senso contare i granelli di sabbia delle spiagge del golfo Persico), nel campo della ipotesi cosmologica dev’essere preso in considerazione come se fosse un dato realmente misurabile (anche se si sa bene che non lo è).
 
Riconsideriamo, ad esempio, il “grande bang”.
L’”infinito” è il contenitore reale dell’universo, sia per lo spazio che per il tempo: allo interno di esso ogni fenomeno è limitato, quindi anche uno stesso universo proveniente da un “grande bang”, od anche un tempo (“ascendente” o “discendente”, conseguente al “bang” stesso).
 
E’ per questo semplice motivo che la fisica teorica ha cominciato ad accettare l’idea della molteplicità dei “bang”, senza peraltro poter precisare quanti siano. Ogni “bang” crea un universo suo proprio che, a seconda dei nanno-tempi riguardanti l’inizio-esplosione, può accettare o rifiutare la prospettiva biologica.
 
In breve, se si accetta l’idea di un universo “sferico in espansione”, per il principio “infinito” può esser lecito chiedersi cosa vi sia oltre la sfera e “verso quale luogo” l’universo si stia espandendo. L’ipotesi autoriproduttiva dello spazio universale presuppone che la forza riproduttrice si nutra della sua stessa materia, che avanzi e costruisca “dal nulla”. Tutto ciò, evidentemente, non ha convinto chi poi ha introdotto nel conto la molteplicità degli universi, e ciò proprio perché la cosmologia teorica non può trascurare il parametro “infinito”.
 
Per la scienza, quindi, il “principio antropico” può essere accettato, o rifiutato, a seconda del tipo di universo si voglia prendere in considerazione. Per la filosofia non è così.
 
Ai tempi di Nietzsche, verso la penultima decade dell’Ottocento, assai prima delle intuizioni di Einstein (la vita è una ruota, la scienza è una catena), si indagava intorno alla sensibilità della luce verso i gravi universali, e la cosa aveva condotto la fisica teorica ad ammettere, per l’universo, una sorta di sfericità virtuale, in quanto si riconosceva che un fascio di luce, lanciato da un punto qualsiasi dello spazio, non avrebbe mai potuto continuare a procedere in linea retta. E vi era chi ipotizzava che la luce si sarebbe ritrovata, alla fine, proprio al suo punto di partenza, pronta a ripetere il giro.
 
Diventava necessario riconsiderare l’applicabilità universale delle leggi gravitazionali, cosa che fece Einstein nel 1905, concludendo ricerche portate avanti, sino a quel momento, da Maxwell, Lorentz, Fizeau, Fitz-Gerald e Michelson.
 
Invadendo metafisicamente, e forse anche un po’ ingenuamente, la cosmologia del proprio tempo, Nietzsche aveva seriamente formulato la teoria dello “Eterno ritorno dell’Uguale”, contenuta nello Zarathustra, per dimostrare la quale aveva anche congetturato di iscriversi nelle facoltà di Scienze naturali di Vienna o Parigi (7).
 
Ma riprendiamo il nostro piano filosofico.
A che serve l’universo?
L’unica risposta filosoficamente possibile è che serve a noi stessi in quanto ne siamo i prodotti inevitabili e inconsapevoli, logiche conseguenze del principio antropico, già in nuce nel momento stesso della prima grande esplosione cosmica. Sarebbe inconcepibile, per un filosofo, togliere sé stesso dall’Universo, o pensarlo privo di quella mente umana che la natura stessa ha prodotto.
 
La coerenza ci porta, quindi, a indagare sul rapporto “uomo-universo”, e per prima cosa sulle implicazioni religiose che potrebbero derivarne.
 
Secondo John Boslough (8) gli scienziati preferirebbero non cimentarsi su temi che non sarebbero di loro competenza, e si dichiarerebbero agnostici, ovvero, secondo loro non sarebbe possibile stabilire, per via scientifica, su questi punti, né l’esistenza né la non esistenza di Dio.
 
Concordo con questo parere anche se, personalmente, sono propenso a credere in Dio proprio in ragione della sua “non visibilità”, la quale, pensandoci bene, è l’unico modo coerente che ha Dio per manifestarsi. In questo senso mi sento perfettamente allineato alla filosofia di Spinoza.
 
Converrebbe riflettere, a mio parere, sull’errore che si può commettere a fondare la ricerca di Dio sul dubbio della sua esistenza. Per i sostenitori della sua antropomorfia, Dio è un Signore potente abbastanza da creare l’intero universo, noto e ignoto, ma poi con un cervello non superiore a quello umano, anzi, nemmeno troppo brillante. L’ateismo diffuso trova il suo fondamento appunto nell’assurdità di tale impostazione.
 
Razionalmente, l’indagine su Dio dovrebbe cominciar dalle opere, e non dovrebbe alimentarsi della domanda “se esiste Dio”, ma di quella “cos’è Dio”. Ciò produrrebbe, probabilmente, anche un miglioramento dei rapporti etici, in quanto evidenzierebbe, senza ambiguità, la provenienza e l’interesse ad esistere del genere umano per sé.
 
Dagli antichi pitagorici, come pure dai primitivi Padri della Chiesa, il “contrasto dello spirito con la materia”, contrariamente a quanto pensano molti, era poco sentito, o non lo era affatto, essendo materia e spirito parte comune del Logos.
 
Per i primi pitagorici, ogni cosa era intesa come facente parte di un tutto, e la vita stessa si giustificava come aspirazione all’armonia, al ricongiungimento ed alla comprensione globale di tutti i fenomeni. Per essi non sarebbe potuta esistere, soprattutto a livello spirituale, nessuna cosa che contraddicesse le verità matematiche, che non avesse, diremmo oggi, leggi e spiegazioni razionali (9).
 
L’uomo, come essere dotato della capacità d’indagare, partecipava, insieme a tutte le cose universali, al logo mathematico, concetto che la prima originale Patristica riprese, in particolare, attraverso San Giustino, il quale definì il Logos cristiano, proprio come unità di coesistenza ed ordine di tutte le cose generate da Dio come mente e materia.
 
Secondo l’antica Patristica, la miseria della natura umana conduceva a due strade: alla morte (intesa come permanenza nella imperfezione) oppure al Logos, ovvero alla partecipazione dell’anima individuale ad una ragione universale che, agli inizi del Cristianesimo (prima di Costantino), si identificava in una intuizione del divino che proveniva dalla filosofia greca.
 
In breve, sia che si lasci, o si tolga la dicotomia tra materia e spirito, il genere umano rimane sempre nel centro morale dell’universo, artefice e responsabile del proprio destino.
 
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