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     CAPITOLO SECONDO
 
 
Filosofia del respiro profondo
 
Uno fra i primissimi motivi di riflessione che influenzarono le menti degli antichissimi, ancora capaci di meraviglia verso i fenomeni naturali che continuamente scoprivano, fu provocata dalla esperienza dell’orgasmo sessuale, assai facile a ottenersi e osservare, sia nel privato che pubblicamente, sia fra gli esseri umani che fra gli animali.
 
Penetrati entro uno stadio di ingenuità contraddittoria (che favoriva lo sviluppo intellettuale, non l’ignoranza), l’osservazione del rapporto fra orgasmo (inteso come movimento ed eccitazione incontrollabile, come un andar verso un “fuori di sé”), e la possibilità di una nascita, che poteva manifestarsi come conseguenza dell’atto orgasmico stesso, aveva prodotto il convincimento che forze naturali superumane presiedessero a questi fenomeni e li regolassero.
 
Uno fra i principali motivi di differenziazione (e forse di superiorità) delle religioni antichissime rispetto alle nostre, proveniva dalla capacità dell’essere umano primitivo di meravigliarsi e, in conseguenza di ciò, di riflettere filosoficamente sui fatti naturali, senza alcuna limitazione da pregiudizio o cultura imposta.
 
Il pensiero degli uomini antichissimi era attratto dal superumano assai più che dal soprannaturale, che essi non comprendevano.
 
Secondo Eraclito, tutto il naturale superumano è costruito sulla contraddizione necessaria e reca il segno dell’armonia.
 
Così, i rapporti sessuali fra gli esseri umani e fra gli animali erano tenuti in considerazione di misteri sacrali, regolati allo stesso modo e dalle stesse forze che presiedevano alla fecondazione del seme interno alla terra, alla successiva crescita dello stelo, al fiorire ed al fruttificare degli alberi.
 
Oggi, la spiegazione che abbiamo saputo dare dei fenomeni naturali ci ha indotti a ritenerci superiori ad essi, e quindi a formarci una fede in una sovrannatura penetrata da personaggi di fantasia che i poco onesti affermano di saper comprendere e dominare.
 
Nemmeno lo studio antropologico limitato ai selvaggi moderni può soddisfare le domande che ci provengono dagli antichissimi, in quanto questi ultimi possedevano la capacità di passaggio autonomo ad un livello superiore di civiltà formale.
 
Non sappiamo quanto le religioni di Dioniso e di Demetra abbiano influenzato le fondamentali scoperte preistoriche della seminagione e l’abbandono del nomadismo. Non sappiamo neppure se, al contrario, siano state le grandi scoperte a far sorgere alcune religioni.
 
La stupefazione per i fenomeni incontrollabili che potevano manifestarsi nei corpi dei viventi, finalizzati alla procreazione ed alla ripetitività delle forme, aveva comunque fatto sorgere la religione di Dioniso. Era costui il dio che sovrintendeva al prius, attraverso il quale poteva ottenersi la giustificazione della sessualità.
 
In un periodo probabilmente già storico, o ai limiti della storia, la religione di Dioniso era penetrata dall’Asia in Grecia, ma quivi era stata imbrigliata e certamente mitigata nelle sue manifestazioni. Sono da consigliarsi, su questi argomenti, le opere di James G. Frazer, in particolare l’edizione ridotta de “Il ramo d’oro”.
 
 Il corpo muliebre era rimasto simbolo della primavera della natura, del miracolo della vita. L’orgasmo sessuale non fu più, però, idealizzato per sé, ma simboleggiato nell’ebbrezza eccitante del vino, e Dioniso fu banalizzato in Bacco, pur conservandone l’identità sinonimale.
 
Era questa di già, tuttavia, una manifestazione di decadenza, il perfezionamento soltanto formale di una fede che, come tale, scomparve presto appunto perché ridotta a mera formula di adattamento a preesistenti costumi (3).
 
A provocare il decadimento della religione di Dioniso fu, secondo Nietzsche, la stessa classe sacerdotale delfica. Per dimostrare ciò, egli citò le feste Sacee, che si svolgevano in Babilonia e che duravano cinque giorni, durante i quali ogni vincolo statale e sociale veniva spezzato…nella sfrenatezza sessuale, nell’annientamento di ogni legame familiare, attraverso una sfrenata dissolutezza (4).
 
In quel momento, per chiarire la nota 3, (v. in calce, Adorno), i plebei avrebbero potuto accoppiarsi con gli aristocratici di sesso opposto.
 
In contrapposizione a ciò, Nietzsche citò il quadro che, in seguito, Euripide fece delle feste greche di Dioniso, condotte dalle baccanti con leggiadria e grazia bucoliche. Alla scena dell’orgasmo fu sostituita quella dell’allattamento, e l’attenzione si focalizzò, non più sul concepimento, ma sulla nascita: il pericolo dell’accoppiamento indiscriminato fu escluso. Le fiere furono apparentemente ammansite ed aggiogate a far muovere il carro di Dioniso: la volontà universale della natura fu antropomorfizzata e l’armonia fu intesa come equilibrio, o modus vivendi delle contrastate volontà limitate dei singoli.
 
In realtà Apollo aveva incatenato Dioniso al suo aspetto lascivo e gli aveva negato, per sempre, di manifestarsi nella propria essenza religioso-naturalistica.
 
Questo genere di considerazioni influenzò, probabilmente, anche gli studi di Freud, entro i quali la contrapposizione fra Dioniso e Apollo può essere intesa come qualcosa di simile all’”Es”, ovvero all’ humus psichico contrapposto all’”Io” consolidato. Tale opinione fu espressa da Thomas Mann in una raccolta di saggi dedicati a Schopenhauer, Nietzsche e Freud (trad.it. Mondadori).
 
Dopo la vittoria di Apollo, Dioniso non rappresentò più un valore che potesse avere un qualche interesse sociale, ma soltanto la manifestazione delle forze naturali generatrici, il mistero del principium individuationis, mentre Apollo impersonò lo scopo in favore del quale le forze dionisiache producevano il loro sforzo.
 
Tolto dalla terra, Dioniso fu imprigionato in un limbo e reso innocuo. In questo senso il contrasto si conciliò, rimanendo i due contendenti in situazione di contraddizione necessaria.
 
Che cosa rimane oggi della religione di Dioniso?
Sappiamo che egli è il generatore, non solo delle forme vegetali, animali e umane, ma persino di quelle materiali, che non si producono senza reazione, senza impiego e consumo di energia esterna.
 
Esiste una misteriosa simbologia della costruzione formale, che riguarda ogni cosa, dalla pietra più grezza alla più complicata composizione di materia cerebrale: tutto si genera attraverso la trasformazione di elementi chimici sublimati, scomposti e ricomposti dalla energia di una forza reattiva.
 
Le persone umane costituenti le società potrebbero rappresentare, per tutto ciò che si riferisce alla gran varietà dei caratteri, ciò che le diversità delle specie animali rappresentano in natura riguardo alla gran varietà delle forme.
 
Fra natura e società esiste, tuttavia, una differenza sostanziale, nel senso che la prima, pure con le sue leggi e i suoi scopi, ci giunge come rappresentazione casuale (nessuno predispone la propria nascita), mentre ogni tipo di società possiede una propria giustificazione storica esaminabile e ricostruibile attraverso lo studio delle azioni degli uomini. Entrambe queste forze si condizionano però a vicenda, forse proprio al 50%, come vuole la psicologia americana.
 
E’ notoriamente accettato che le società più antiche si siano formate perché sospinte dalla comune necessità dei singoli, coppie e famiglie, di difendersi dai possibili danni provocati dalle intemperie e dagli animali feroci. Due grotte contigue dovevano offrire maggior sicurezza, per i loro abitanti, di due grotte distanti fra loro. E’ noto che il costituirsi dei primi modelli di società si è realizzato mediante il più stretto raggrupparsi di alcuni nuclei già distribuiti disordinatamente entro un territorio delimitato e omogeneo. Naturalmente, e non in tutti contemporaneamente, al tempo dell'abbandono del nomadismo.
 
Non c’è dubbio che il reciproco scambio delle esperienze deve avere contribuito a migliorare l’intelligenza degli individui e a farla progredire in senso generazionale. Miglioramenti immediati dovettero pertanto essere raggiunti soprattutto all'inizio delle prime scoperte in agricoltura, e, conseguentemente, sia in relazione alla sicurezza contro le fiere che alla qualità dei manufatti e degli attrezzi da adoperarsi nella caccia e nella pesca; in breve, in relazione alla tendenza allo incivilimento spontaneo.
 
Per superare gli inconvenienti derivanti dalla precarietà naturale, e affinché non si offendessero e danneggiassero ancora fra loro, i membri di una stessa comunità si diedero (o accettarono) leggi e capi, cosa che produsse la formazione quasi spontanea di quelle che ancor oggi sono definite le “classi sociali”.
 
Ciò favorì il raggiungimento della legalità e condusse alla fine del vivere selvaggio, anche se non sempre all’acquisizione della giustizia.
 
In breve, attraverso le aggregazioni tribali, e poi quelle politiche e statali, le persone umane riuscirono a migliorare le loro condizioni di vita, però, almeno generalmente, solo all’interno del corpo sociale entro il quale la casualità della nascita le aveva poste.
 
Per necessaria contraddizione, l’esistenza di vari corpi sociali connotati in modo diverso per usi, linguaggio, legislazioni e stirpi, ricostruì la precarietà naturale dalla quale le genti umane erano riuscite ad emanciparsi. A tutt’oggi questo aspetto connota ancora la precarietà internazionale.
 
Siamo arrivati all’inizio della civiltà espressa in simboli grafici, e quindi della storia. Il percorso antichissimo è finito.
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