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Cos’è la filosofia?
 
La filosofia è la necessità che l’animo umano spontaneamente esprime, di conoscere, non le cose per sé (che questa sarebbe una curiosità scientifica, anch’essa naturale), bensì le connessioni fra le cose, intendendo con queste sia gli oggetti fisici che i rapporti umani.
 
La domanda pragmatica: – A che serve? Sta dunque bene alla filosofia, essendo questa la disciplina più adatta a rilevare un rapporto.
 
A che serve la filosofia?
 
Serve a costruire domande, le cui risposte, vedremo, possono essere anche diverse, contrastanti e vere contemporaneamente.
 
In breve, la filosofia si risolve nella curiosità di procedere allo interno di una conoscenza che sopporti di accettare l’errore, ma non di darsi poi i lacci che gli impediscano di uscirne. In questo senso il filosofo è un ricercatore assai più libero dello scienziato.
 
Infatti: – A che serve la scienza? Eccone una subitanea limitazione: spetta al filosofo la risposta.
 
In breve, sulle domande pragmatiche è stato disegnato un percorso di filosofia naturale che, nonostante il titolo di quest’opera, non ha alcuna pretesa d’insegnamento. Suo scopo, infatti, non è di giungere a conclusioni provate, ma soltanto di indicare alcune direzioni, di proporre alcuni territori gnoseologici sui quali convenga esplorare.
 
Se tutto ciò mostrerà di avere una sua propria giustificazione, un suo scopo riconosciuto, ho speranza che tale lavoro potrà essere perfezionato da tutti coloro che, più autorevoli e più colti di me, vorranno riprenderlo.
 
E’ consigliabile seguire i testi nell’ordine.
                                                 Mastrorlandino.
 
 
  CAPITOLO PRIMO
 
 
 
Filosofia della pietra
                                                     
In questo capitolo sarà presentato un esempio di contraddizione necessaria, riferito a valori diversi, quello della intelligenza e quello della forza.
 
Per il principio di intelligenza, senza bisogno di disturbare Darwin, poiché la cosa è evidente, la scala dei valori procede dall’inferiore al superiore, ovvero, dal movimento automatico e inconsapevole di una sola cellula isolata, alla meravigliosa architettura del corpo umano regolato dalla centrale del proprio cervello.
 
Secondo il principio della forza, invece, la verità naturale dei valori è completamente capovolta, senza però che vi sia, per tale motivo, necessità di dichiarare falsa una delle due verità antitetiche.
 
Il problema della comprensione dell’armonia in natura era già, cinque secoli prima della nascita di Cristo, il principale soggetto di ricerca del sodalizio pitagorico di Crotone, così come lo era, e lo fu in seguito, di numerosi filosofi antichi, fra i quali Eraclito, Zenone di Elea, Pirrone ed Empedocle: meglio che stabilire un principio di verità cui dovesse poi contrapporsi una negazione, o un controvalore da contrastare, si tendeva a trovare antinomie interne alla verità stessa, alle quali si dava poi, ugualmente, valore di verità.
 
Nel secolo XIX, di tale problema si occuparono, com’è noto, i filosofi Schopenhauer e Nietzsche. Del primo sarà usato il significato da lui attribuito al termine Wille (1); il secondo (assai più difficile da trattare senza cozzare contro stereotipi approssimativi entrati nell’uso comune), lavorò anch’egli a conciliare i princìpi di "intelligenza" e "forza", cosa da cui ricavò fama di filosofo contraddittorio e oscuro.
Rispetto alla scala dei valori riferita alla forza, sul gradino più alto stanno le "pietre", intendendo per esse gli elementi inorganici elementari (compreso il fuoco), che possono produrle. In natura esse sono le più forti, poiché, per quanto uno le consumi, le fonda, o se ne nutra, rimangono, nel libro mastro universale, efficientemente equivalenti. Non hanno bisogno di "volontà" evidente, pur potendosi esprimere in modo diretto e partecipare alle forme di vita, anche le più raffinate, senza doverne condividere la distruzione alla loro morte.
 
L’esercizio della loro potenza (il loro "atto") è sempre massimo.
Di grado inferiore alle pietre possono essere considerate le forme viventi più elementari: microrganismi, batteri e simili, le quali, prodotte da "inneschi" chimici casuali (o fisicamente conseguenti alle leggi regolatrici delle forze che hanno provocato la formazione del nostro universo) hanno, come unica base di nutrimento, gli elementi biologici ed abiologici primordiali.
 
In esse la "volontà" è naturalmente più evidente che nella pietra, in quanto sono obbligate a nutrirsi, non hanno valore individuale, ma soltanto di massa. Demandano ad individui più raffinati, non soltanto la loro "volontà", ma anche il loro valore (possono, infatti, essere utili o nocive). Il consumo totale di esse può essere causa di carestia e morte per le forme che immediatamente se ne nutrono, pertanto trasferiscono anch’esse, alle forme immediatamente "superiori", non tutta, ma parte della loro "volontà" di esistenza.
 
Successivamente ai microrganismi, può essere preso in considerazione tutto il materiale cellulare: esso può essere libero o aggregato in forme; la sua volontà è determinata dalla necessità di nutrirsi.
 
Attraverso la cellula aggregata ha inizio il principio di individuazione della forma vivente composta, ad iniziare da quella più primitiva. La cellula, pertanto, trasmette alle altre forme una "volontà" che diventa, in esse, gradualmente più alta, in quanto l’individuo composto di aggregazioni di cellule si identifica con le medesime e, difendendole, difende sè stesso.
 
Nella forma individualizzata, pertanto, la "volontà" aumenta ed acquista due aspetti: col primo essa salvaguarda la necessità di sopravvivenza procacciandosi il nutrimento; con il secondo essa è necessitata a realizzare la monade più potente possibile, per non soccombere alla volontà altrui: conservazione e attacco-difesa.
 
La forma monadica conduce, pertanto, alla gerarchizzazione.
Procedendo per grossi balzi, nel primo-secondo gradino delle forme viventi individuate possiamo porre il cosiddetto "regno vegetale" (chi ne sarebbe il Re?). Quivi la "volontà" è relativamente poco sollecitata in quanto il nutrimento proviene, spesso con poca difficoltà, dall’inorganico e dallo organico inferiore; è l’ambiente fisico primordiale che decide la qualità ed il momento della potenza di quello vegetale.
 
La sensibilità individuale, in questo caso, è bassa, mentre notevole è, ovviamente, la capacità di penetrare entro l’ambiente inorganico e di sfruttarlo.
 
Una prateria che nutra greggi e mandrie sino alla sua totale consumazione, non soffre, in quanto i suoi centri vitali sono al sicuro sotterra e protetti anche dalla loro mancanza di sensibilità nervosa. Un albero, si pensa, può soffrire di più ad essere abbattuto che un filo d’erba ad essere brucato. Di più può soffrire un animale inferiore ad essere mangiato vivo, ed ancora di più uno superiore.
 
La precarietà dell’esistenza, è stato scritto, è tanto più rilevabile quanto più elevato è il grado di coscienza di un soggetto: per questo motivo Schopenhauer, considerando che ogni forma, per sostenersi, è obbligata a nutrirsi di un’altra forma, tracciò un quadro assai pessimistico della vita in genere.
 
Il "regno vegetale", che sta nel mezzo fra la pietra e l’animale, difende pertanto sè stesso in due modi massivi: sia togliendo il cibo a chi si nutre di lui al di là del naturale equilibrio ambientale, sia ponendosi, appunto, quale armonizzatore dell’ambiente biofisico. La sua capacità autoriproduttiva è ottima, tale da renderlo il migliore occupatore di un suolo quando in esso vi sia una pur minima quantità di materiale inorganico e organico da utilizzare.
 
Il regno vegetale, infine, è l’unico nutritore delle forme animali ad esso legate, dalle quali, tutto sommato, non riceve che un danno minimo, sempre ricostruibile.
 
L’animale erbivoro, a sua volta, trova soddisfazione alla sua "volontà" dalla esistenza del vegetale, che egli, tuttavia, è il primo interessato a non consumare completamente.
 
Rispetto alle gerarchie che lo hanno preceduto, però, la sua precarietà aumenta. La sensibilità individuale è ancora poco sviluppata, sicchè vi prevale la connotazione gregaria. La sua vita, comunque, è abbastanza sicura, almeno a livello massivo: la sua difesa è nel gruppo e nell’interesse che hanno i suoi stessi nemici a non distruggerne totalmente la specie.
 
Alcuni individui di grossa mole, poi, sono inattaccabili e capaci d’isolamento.
Sino al livello degli erbivori, si potrebbe affermare che il superiore si cibi dell’inferiore (almeno secondo il concetto darwiniano dei valori): la pecora bruca l’erba, mentre quest’ultima assimila gli elementi inorganici contenuti nel suolo.
 
Un notevole balzo in direzione della precarietà dell’esistenza è compiuto, poi, dai carnivori: in essi la "volontà" è più forte, in quanto maggiormente necessitata; di conseguenza la loro vita è notevolmente più aleatoria, sia riguardo alla qualità che alla sicurezza. Qui il modello  gregario è ridotto a quello familiare, la mandria al branco, e non è raro il caso, nei carnivori superiori, dell’autosufficienza.
 
Il carnivoro è interessato alla sopravvivenza generica delle sue stesse prede, ma, contrariamente ad esse, possiede un nemico che l’erbivoro non conosce: l’individuo della sua stessa specie, o un altro carnivoro. La situazione nella quale si trova la sua volontà non può non affinare il suo sistema nervoso e la sua sensibilità, sebbene, almeno da quanto sostengono gli zoologi, non possa essere considerato mediamente più sensibile dell’erbivoro, sollecitato anch’esso, allo stesso modo, a conservare la vita.
 
La forma, pertanto, in natura, è condizionata da almeno due fattori immediatamente acquisibili in qualunque situazione di coscienza: l’ambiente in cui si trova e la necessità di sostenersi. Quanto più si sensibilizza cerebralmente, tanto più acquista consapevolezza individuale e tende a perdere il proprio carattere gregario. Solo a livello umano intervengono, probabilmente, la coscienza di potersi ritenere esseri pensanti e consapevoli e quella della inevitabilità della morte.
 
Filosoficamente abbiamo comunque assistito allo svilupparsi di un particolare tipo di gerarchia entro la quale più forte è colui che possiede la più debole "volontà" naturale di sopravvivenza, e viceversa.
 
Ne è conseguito il quadro di una evoluzione a scala bivalente, della quale il genere umano occupa il gradino più basso della precarietà e quello più elevato della "volontà".
 
La sua intelligenza specifica lo conduce, peraltro, a separarsi nettamente dal regno animale e da tutti gli altri regni e repubbliche naturali, per cui, all’interno della sua stessa specificità, si può dire si trovi in diverse estemporanee situazioni di precarietà e volontà, rilevabili negli individui singoli e variabili a seconda di situazioni, ambienti, momenti, epoche storiche e costumi.
 
La capacità di rendersi conto del proprio grado di precarietà, unitamente alla maggiormente sviluppata volontà di sopravvivenza, pone, comunque, il genere umano nel punto più pericoloso della totale situazione evolutiva.
 
In conclusione, abbiamo visto come la prova della esistenza di una verità possa essere anche data dalla scoperta di una contraddizione necessaria ad essa. Nel nostro caso abbiamo osservato che una evoluzione a carattere discendente può essere, contraddittoriamente, altrettanto vera di una, più nota, a carattere ascendente.
 
In accordo con gli antichi filosofi dell’armonia, Pitagora, Archita, Ippaso, Eraclito, Zenone, Pirrone, Empedocle, possiamo concludere che nessuna forma di verità può escludere una contraddizione necessaria ad essa, presupponendo una sua propria superiorità gerarchica.
Il punto di distacco fra la morale pragmatica e quella ideologica sta proprio nella trasformazione, che quest’ultima pretende di fare, di una qualsiasi forma di verità apparente in verità assoluta.
 
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