LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 5.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 
 p r o f a n a z i o n i

 

(32)  VII,  316.  (20)
 
Oltrepassa la stele e non salutare,
non cercare il mio nome
nè quello di mio padre.
Che tu non possa compiere
la strada che stai percorrendo!
E se passi in silenzio,
neanche così tu possa
portare a termine il tuo cammino.
 
 
(33)  VII,  408.
 
Passate leggeri,
lontani da questo tumulo
e paventate di svegliare
la vespa cattiva che riposa nel sonno.
Qui giace, invero, il figlio d’Ipponatte,
che latrava parole mordenti. (21)
Per ora è steso, addormentato in pace,
ma state in guardia!
Le sue parole di fuoco
sanno ferire anche dall’Ade.
 
 
(34)  VII,  478.
 
Chi sei? Di chi sono le ossa
miseramente nude
rimaste sul ciglio
entro una bara consunta,
mentre sepolcro e tomba,
povere cose, sono intaccate
dalle sale e dalle ruote dei carri
dei viaggiatori che si susseguono?
Fra poco saranno i tuoi stessi fianchi
che i carri stritoleranno.
Infelice, su te nessuno verserà
la più piccola lacrima.
 
 
(35)  VII,  480.
 
Le mie ossa per metà esposte,
e la lastra che grava sopra il mio scheletro
sono già sminuzzate.
Già i vermi brulicano allo scoperto (22)
dentro il mio feretro!
Chi mi ricoprirà?
Poichè gli uomini hanno aperto una strada
là dove mai prima passavano,
ed ora vanno e vengono sulla mia testa.
Oh, nel nome degli dèi sotterranei,
di Ade, di Ermete e della Notte,
allontanatevi da questo sentiero.
 
 
(36)  VII,  655.  (23)
 
Mi accontento di un po’ di terra
e di polvere.
La sfarzosa e pesante colonna
del mio sepolcro, grava pesantemente
su un altro morto.
Questo carico, che ebbi quando morii,
è ora intollerabile.
Di tanto sfarzo nulla importa
ad Alcandro, figlio di Callitèle.
 
 
(37)  VII,  656.
 
Al piccolo tumulo ed alla tomba,
monumenti dell’infelice Alchimène,
viandante, fa un gesto di saluto!
Purtroppo, tutto è celato
entro il cratego spinoso. (24)
Ai rovi un tempo, pur io, Alchimène,
facevo guerra.
 

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