LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 4.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 

 
 T r a g e d i e 

 

(28)   VII,  163.

 

 
–   Chi sei? E di qual padre
    tu che riposi sotto questa colonna
    di marmo pario?
–   Sono Presso, figlia di Callitèle.
–   Di che Paese?
–   Di Samo.
–   Chi ha innalzato la tomba?
–   Mio marito, Teòcrito
    al quale i miei m'avevano donata.
–   Che cosa ti condusse alla morte?
–   I dolori del parto.
–   Quanti anni avevi?
–   Ventidue.
–   Avesti figli?
–   Sì, lasciai Callitèle, di tre anni.
–   Che la vita smetta d'esser crudele con lui (19)
    e che pervenga a vecchiaia avanzata.
–   Altrettanto auguro a te, straniero:
    che la fortuna ti conceda tutti i tuoi beni.
 
 
(29)  VII,  463.
 
Ecco Timòcleia, Ecco Fillade,
Aristea e Timatea, figlie d'Aristòdico,
tutte morte di parto.
Dopo ch'ebbe innalzato la tomba
anche il padre morì,
Aristòdico.
 
 
(30)  VII,  466.
 
Oh, sciagurato Antìcle,
ed infelice me, che nel fiore degli anni
dovetti stendere nella tomba
il mio unico figlio.
A diciott' anni sei morto, figlio,
ed ora piango la mia vecchiaia solitaria.
Bramo d'entrare
nella oscura dimora dell'Ade,
poiché nè l'aurora,
nè il raggio del sole fuggente
ormai più mi trattengono.
Tu, infelice, hai già concluso il destino:
potessi almeno togliermi dal dolore
privandomi della vita!
 
 
(31)  VII,  662.
 
Questa bambina, che possedeva
sentimenti d'una età più avanzata,
è partita per l'Ade anzitempo,
durante il suo settimo anno.
La sventurata fanciulla si afflisse a morte
per suo fratello di venti mesi che,
così piccolo, su di sè aveva attratto
l'impietoso Thànatos.
Ohimè, Peristèra,
così dolorosamente provata:
come il destino ha posto
accanto ai mortali i mali più terribili!
 

 

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