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LEONIDA  DA  TARANTO
 

 

 
B o z z e t t i  (2)
 
(13)  VII,  472 bis.  (10)
 
Fuggi la rotta tempestosa (11)
e dirigiti all'ancoraggio,
come me, Fidone
figlio di Critos, verso l'Ade.
 
 
(14)  VII,  503.
 
Tumulo innalzato su questo antico greto
dimmi, chi è l'uomo che tu racchiudi?
Chi è suo padre? E qual'è il suo Paese?
– Egli è Fintia d'Ermione, figlio di Baticleo,
che una grand'onda uccise
mentre affrontava la tempesta d'Arturo.
 
 
(15)  VII,  504.
 
Pàrmide, figlio di Callignoto,
pescatore di costa, ottimo arpionatore
di pesci tordi, scari, e di perche voraci;
e di tutti gli animali abitanti in caverne
scavate nelle rocce profonde,
morì un giorno, dopo avere addentato
una funesta anguilla di scoglio
ch'avea tratto dal mare
insieme alla preda guazzante.
Scivolosa le fuggì dalla mano
sgusciando viva nella sua strozza angusta.
Lui, rantolando fra le sue corde,
fra i suoi strumenti di lavoro,
fra le sue lenze,
essendosi esaurito il filo delle Parche,
spirò.
Per questo morto Grìpone il pescatore
ha innalzato la tomba.
 
 
(16)  VII,  506.
 
Qual fato singolare:
per volontà delle Parche
sono sepolto nella terra
e disperso nel mare;
io, Tarsis, figlio di Carmìde.
Tuffatomi nelle acque
per rimuovere una pesante ancora
impedita sul fondo,
disceso nelle umidità dello Ionio,
la liberai;
ma io stesso
mentre risalivo dall'abisso,
nel momento in cui tendevo le braccia
ai compagni di bordo, fui divorato.
Feroce, un gigantesco squalo
mi sopraggiunse e m'inghiottì
sino all'ombellico.
I marinai trassero dal mare
la metà del mio corpo,
inutile bagaglio;
l'altra metà la ingoiò il pescecane.
Su questa spiaggia, amico,
sono sepolti i miseri resti di Tarsis,
nè io son più tornato alla mia patria.
 
 
(17)  VII,  652.
 
Mare fragoroso,
perchè in questo modo
il figlio di Timàreo,
Teleutagòra,
imbarcato su un piccolissimo vascello,
venne da te precipitato nell'abisso
con tutto il carico,
quando rovesciasti sopra di lui,
nel tumulto di una strepitosa tempesta,
le tue ondate impetuose?
Sì, senza dubbio gli uccelli marini
ed i gabbiani predatori di pesci,
volando lungo la costa
hanno emesso strida lamentevoli.
Anche Timàreo
solo guardando questa tomba vuota
bagnata dalle sue lacrime
piange ancora suo figlio.
 
 
(18)  VII,  654.
 
Ladri, pirati, ingiusti,
tali sono i cretesi.
Chi conosce la loro giustizia?
Così io, sciagurato Timòlito,
pur navigando con un carico
di poco valore,
venni precipitato nel fondo del mare.
Sopra di me gli uccelli marini
ed i gabbiani, hanno pianto con strida.
Entro la fossa non c'è Timòlito.
 
 
(19)  VII,  657.
 
Pastori che vagate solitari
sulla cresta di questo monte
facendo pascere capre e pecore
dalla lana abbondante, (12)
nel nome di Gea
concedete a Clitagòra una grazia
modesta, ma a lei soave!
Sarete così graditi a Persèfone
la dèa degl'Inferi.
Lasciate belare le vostre pecore accanto a me
e mentr'esse pascolano, il pastore,
seduto sopra una pietra greggia
gonfi le proprie gote
in dolci arie di zufolo.
Che all'inizio della primavera
un contadino colga i fiori del prato
e ne orni, con una corona, la mia tomba.
Che del latte d'una pecora
madre di belli agnelli
comprimendo la poppa turgida
asperga le mie zolle.
Così, anche dalla parte dei morti
si scambieranno, reciproci, i favori.
 
 
(20)  VII,  660.
 
Viandante,
un uomo di Siracusa, Ortone (13)
ti dà un suggerimento:
se sei ebbro non metterti in viaggio
in una notte di tempesta;
di tale errore è causa la mia sventura!
Invece che nella mia vasta patria (14)
è in terra straniera che sono sepolto.
 
 
(21)  VII,  665.
 
Quando viaggi per mare
non ti fidare, nè della lunghezza
nè della stazza (15) del tuo vascello,
poiché il vento vince ogni barca.
Una sola raffica fece morire Pròmaco
e tutti i suoi marinai,
insieme inghiottiti da un'onda
del mare vorace.
Comunque, il fato non fu con lui
nemico sino in fondo,
poichè sopra la terra della sua patria
egli ha ottenuto funerali e tomba
per mano dei suoi.
Ciò accadde dopo che il mare agitato
ebbe sospinto il suo cadavere
verso le spiagge amiche.
 
 
(22)  VII,  726.
 
Il sonno della sera e quello dell'aurora
li ha scacciati sovente, la vecchia Plattìde,
ingegnandosi a evitar l'indigenza.
In questo modo, modulando ariette
alla propria conocchia e al di lei amico fuso,
giunse alla soglia della bianca vecchiaia.
Canticchiava accanto al telaio
mentre tramava, sino all'aurora,
simulando le lunghe danze d'Atena
con le Cariti, lei ch'aveva
una mano rattorta che si appoggiava
sopra un ginocchio informe.
Con molta grazia dipanava la matassa
che doveva bastare all'ordito.
A ottant'anni scorse l'acqua dell'Acheronte,
Plattìde
che avea tessuto tante cose attraenti,
e con bellezza.
 
 
(23)  VII,  731.
 
Mi sostengo come la vite al broncone:
Thànatos mi chiama dall'Ade.
Non fare il sordo, Gorgo!
Perchè dovresti trovare piacevole
scaldarti ancora tre o quattro estati
sotto il sole?
Con tali parole, dette senza ostentazione,
il vecchio gettò la vita lontano
e se ne andò tra i più.
 

 

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