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P I T A G O R I S M O

Frammenti morali

4^ parte

VITA PITAGORICA

Frammenti di Giamblico e Stobeo tratti dalla “Vita pitagorica” di Aristosseno

IAMBL. V.P. 180-183. T.C. D. 5, 195.

(Da Aristosseno). E poichè anche nei rapporti con gli altri esiste una forma di giustizia, anche di questa i Pitagorici insegnavano alcune norme. Può darsi, infatti, nelle relazioni umane, un comportamento opportuno e un altro inopportuno, e la distinzione è determinata da differenza di età, o di grado, o di legami di parentela, o di beneficio o di altre consimili differenze tra gli uomini.
C’è qualche comportamento che, se di un giovane verso un giovane, non appare inopportuno. Ma, è inopportuno verso uno più anziano; e così non ogni atto d’ira o di minaccia, o di tracotanza, ma tutti questi atti inopportuni il giovane deve evitare verso l’anziano.
Un ragionamento simile facevano anche rispetto al grado: verso un uomo che abbia raggiunto una effettiva dignità dovuta ai suoi meriti, non è opportuno dimostrare grande familiarità o alcun’altra delle sconvenienze anzidette.
Cose simili a questa insegnavano anche riguardo ai rapporti coi genitori e coi benefattori.
Invero, l’uso dell’opportunità è in certo modo vario e molteplice. C’è chi s’adira e s’infuria tempestivamente, e chi fuor di proposito; e di quanti son mossi o da appetito, o da desiderio, o da impulso verso qualcosa; alcuni è opportuno secondare, altri inopportuno.
Lo stesso discorso vale anche per le altre passioni e azioni, e disposizioni, e relazioni ad incontri.
Questo spirito d’opportunità è fino ad un certo punto insegnabile, razionale e suscettibile di una trattazione teorica; ma in via generale e assoluta non può essere regolato da precetti e formule.
Si accompagnano alla natura dell’opportunità, quasi come suoi seguaci, quella che noi chiamiamo tempestività, e il decoro, e la convenienza, e ogni altra cosa congenere.
Dimostravano poi che, in ogni cosa, è da tenere nel massimo conto il principio; nella scienza, come nella vita pratica e nella generazione, e così anche nella famiglia e nella città, nella milizia e in tutte le istituzioni simili; ma difficile è riconoscere e cogliere a colpo d’occhio la natura del principio delle cose suddette.
E infatti, nelle scienze, non è da qualsiasi intelligenza saper riconoscere e giudicare, guardando le singole parti, quale di queste è il principio. E’ una questione molto importante, e quasi si mette a rischio l’universale conoscenza del tutto ove non si comprenda rettamente il principio.
Lo stesso discorso vale per il principio nell’altro significato (di comando), poichè nè famiglia, nè città potranno essere ben governate se non c’è chi realmente comanda ed esercita consensualmente il dominio e la sovranità.
Conviene infatti che la sovranità si eserciti col consenso di entrambi, governanti e governati; così come dicevano essi, perchè l’insegnamento sia efficace devono esere animati da buon volere, il discepolo e il maestro, che se mai l’uno o l’altro di essi sia riluttante, non potrà condursi a buon fine l’opera intrapresa.

IAMBL. V.P. 196-198. – T.C. D. 6, 250.

Queste cose insegnò ai Pitagorici Pitagora, che per primo le mise in pratica.
Essi avevano cura che il corpo loro si mantenesse sempre nelle stesse condizioni e non fosse, a volte macilento, a volte troppo grasso; il che stimavano segno di vita sregolata
Così anche per la disposizione dell’anima; non a volte allegri, a volte tristi, ma lieti, di una calma e sempre uguale letizia.
Tenevan lungi da sè le ire, gli scoraggiamenti, le agitazioni; ed era ad essi precetto che nessuno degli accidenti umani deve riuscire inaspettato all’uomo saggio, ma tutto egli deve aspettarsi di ciò che non è in suo potere. E se mai o ira, dolore, o altra cosa simile fosse loro sopraggiunta, si isolavano, e ciascuno rinchiuso in sè stesso cercava di smaltire e di sanare la sua sofferenza.
Ancora un’altra cosa si dice dei Pitagorici, che nessuno di essi puniva un servo, o rimproverava un uomo libero mentre era dominato dall’ira, ma aveva la pazienza di attendere che l’animo tornasse nel primitivo stato. Il rimprovero lo chiamavano “raddrizzare”, e trascorrevano l’attesa in raccolto silenzio.
Perciò Spintaro raccontava spesso di Archita di Taranto, ecc.
Anche di Clinia, diceva, si raccontavano episodi simili, anche lui, cioè, rimandava ogni rimprovero e castigo a quando l’animo fosse tornato sereno. Diceva anche che codesti uomini si astenevano da gemiti, lacrime, e altre cose simili, nè mai sorgeva contesa fra loro per guadagno, e cupidigia, o ira, o ambizione,o altra cosa del genere, ma tutti i Pitagorici si comportavano tra loro come un padre affettuoso verso i figli.
Bello era anche che attribuissero tutto a Pitagora e di tutto lo chiamavano inventore; nè alcuna gloria sulle verità scoperte rivendicavano per sè, se non di rado; infatti di pochissimi di loro sono noti scritti recanti il loro nome.

IAMBL. V.P. 233-238. T.C . D 7, 281.

Che poi i pitagorici, non casualmente, scansassero le amicizie con estranei, anzi, con gran cura le evitassero, e se ne guardassero, mentre poi fra di loro conservassero inalterata l’amicizia per molte generazioni, è provato da molte testimonianze, e specialmente da quanto Aristosseno nella “Vita Pitagorica” narra d’ aver udito egli stesso da Dionisio tiranno di Siracusa quando, caduto dal potere, faceva il maestro di scuola in Corinto.
Ecco il racconto di Aristosseno:
“Cotesti uomini si astenevano, per quanto è possibile da gemiti, lacrime, e ogni altra cosa del genere, Lo stesso si dica riguardo ad adulazioni, preghiere, suppliche, e cose simili.
Dionisio dunque, perduto il potere e venuto a Corinto, ci raccontava spesso il fatto di Fintia e Damone Pitagorici. Si trattava di una malleveria per un condannato a morte nelle circostanze seguenti:
C’erano alcuni cortigiani di Dionisio che spesso facevano menzione dei Pitagorici denigrandoli, schernendoli, chiamandoli impostori, ed affermando che quella loro gravità e simulata lealtà e impassibilità si sarebbe infranta se alcuno avesse incusso loro un grosso spavento.
Poichè alcuni dissentivano, sorse una contesa, per cui fu inscenata, contro Fintia e i suoi amici, l’azione seguente.
Dionisio, raccontava, mandò a chiamare Fintia e, in sua presenza, uno degli accusatori disse: che era stata scoperta una congiura di Fintia insieme con altri, contro di lui; il fatto era confermato da testimoni presenti, e lo sdegno appariva in tutti sincero. Si stupì a queste parole Fintia, ma poichè Dionisio stesso dichiarava che le prove del fatto erano sicure, e che egli doveva subire la pena di morte, Fintia soggiunse che, se per suo giudizio doveva accadere così, almeno gli concedesse il resto del giorno per poter sistemare gli affari suoi, e quelli di Damone, che questi due uomini vivevano insieme e in comunanza di beni, ed essendo più anziano Fintia, aveva assunto su di sè gran parte dell’amministrazione.
Chiedeva pertanto il permesso di andare, dopo avere lasciato come mallevadore Damone.
Stupì Dionisio e chiese se mai esistesse un uomo che accettasse d’esser garante per una condanna capitale.
Affermandolo Fintia, fu mandato a chiamare Damone il quale, udito l’accaduto, disse che accettava d’essere mallevadore, e sarebbe restato lì fino al ritorno di Fintia.
Dionisio raccontava d’esser rimasto molto colpito da queste parole, mentre quelli che da principio avevano proposto la prova, deridevano Damone dicendo che sarebbe rimasto lì nelle peste e, motteggiando, lo chiamavano il capro espiatorio.
Ma quando il sole era ormai al tramonto, ecco giungere Fintia, pronto a morire; al che tutti rimasero colpiti e soggiogati, E Dionisio raccontava che allora li abbracciò e baciò ambedue, chiedendo di essere ammesso come terzo nella loro amicizia; ma quelli in nessun modo, per quanto egli li pregasse, vollero acconsentire.
Questo racconto Aristosseno lo apprese dalla stessa bocca di Dionisio.
Si dice poi che i Pitagorici erano pronti a compiere atti di amicizia anche verso coloro che non conoscevano e neppure mai avevano visto quando, da qualche segno s’accorgessero che appartenevano alla medesima Scuola. Sicchè, dopo tali episodi, non si può negar fede a quel detto, che gli uomini virtuosi, anche se abitano nei paesi più lontani della terra, sono amici fra loro, prima ancora di conoscersi e di rivolgersi la parola.
Si racconta, per esempio, di un Pitagorico il quale, durante un lungo viaggio che compiva da solo, giunto a un albergo, per la stanchezza e varie altre cause, cadde in una lunga e grave malattia, sicchè vennero a mancargli i mezzi di sussistenza. L’oste invece, sia per compassione, sia per dovere di ospitalità, tutto gli fornì, non risparmiando nè opera, nè spesa alcuna.
Aggravandosi poi la malattia, il Pitagorico, prossimo a morire, tracciò un certo segno di riconoscimento sopra una tavoletta e raccomandò all’oste che, se lui moriva, appendesse la tavoletta fuori, sulla via, e stesse attento se mai uno dei passanti riconoscesse il segno; costui, diceva, gli avrebbe restituito il denaro speso per lui, e gli avrebbe dimostrato la riconoscenza per il beneficio resogli.
Dopo la sua fine, l’oste ne seppellì il corpo con ogni cura, pur senza alcuna speranza di riprendersi il denaro speso, nè tanto meno di prendersi una ricompensa da qualcuno che riconoscesse il segno.
Tuttavia, scosso dalla raccomandazione, volle fare la prova, e ogni giorno esponeva la tavoletta sulla pubblica via. Ed ecco, finalmente, dopo molto tempo, passa di lì un Pitagorico, si ferma, riconosce il segno esposto, si informa dell’accaduto e all’oste rende il denaro in misura molto maggiore di quanto aveva speso.

Idem, c.s. 239 – T,C. D 7, 360.

E anche ricordano Clinia di Taranto che venuto a sapere come Prono, di Cirene, seguace della dottrina pitagorica, si trovasse a rischio di perdere tutte le sue sostanze, raccolta una somma dsi denaro, navigò verso Cirene, dove rimise in sesto gli affari di lui, non solo trascurando la perdita del proprio denaro, ma anche affrontando il rischio di un viaggio per mare.
Allo stesso modo, Testore di Posidonia, sapendo solo per sentito dire, che Timarida di Paro era Pitagorico, quando questi, da uno stato di grande ricchezza cadde nell’indigenza, raccolta una grossa somma si recò a Paro e gli riscattò tutti i beni.

cfr. Idem, c.s. 127 – T.C. D 7, 371.

Tali storie aveva raccontato Dionisio ad Aristosseno: di Fintia e Damone, di Platone e Archita, di Clinia e Proro.
Un’ altra è la storia di Eubulo di Messina; egli navigava verso la patria quando fu preso dai pirati ertruschi e trasportato in Etruria. Ma l’etrusco Nausitoo, che era pitagorico, avendo saputo che quegli era un seguace di Pitagora, lo sottrasse ai pirati e lo fece tornare sano e salvo a Messina.
E una volta che i Cartaginesi stavano per confinare in un’isola deserta più di cinquemila mercenari, Milziade cartaginese, visto fra loro l’argivo Poside, che era come lui Pitagorico, gli s’accostò, e senza spiegargli l’azione che si stava preparando, gli consigliò di fuggire al più presto in patria, e imbarcatolo sopra una nave di passaggio, e fornitolo del necessario, salvò l’uomo dai pericoli.

IAMBL. V.P. 200-213. T.C. D.8, 287.

Riguardo alla opinione, tali si dice che fossero i loro insegnamenti:
E’ da stolto seguire ogni opinione, di chiunque sia, specialmente quella che proviene dalla maggioranza, perchè il pensare, e il giudicare, solitamente è di pochi, essendo proprio delle persone colte, le quali sono poche, donde è chiaro che non possa estendersi alla moltitudine una tale capacità.
Ma è anche da stolto il disprezzare ogni giudizio e opinione: chi pensa così rimarrà ignorante e non si correggerà.
E’ necessario dunque che chi non sa apprenda ciò che ignora e non sa; e chi apprende segua il giudizio e l’opinione di chi sa e può insegnargli; per dirla in breve, è necessario che i giovani che vogliono salvarsi seguano i giudizi e le opinioni dei più vecchi, che abbiano degnamente vissuto. Inoltre, dicevano che in tutto il corso della vita umana ci sono alcune età “ripartite” (per usare il loro termine) e che non è da chiunque il sapere connettere fra loro, che, anzi, esse possono sovvertirsi l’una con l’altra, se l’uomo non sia fin dalla nascita bene e rettamente condotto.
Pertanto, di una educazione onesta, saggia e virile impartita al fanciullo, gran parte dovrà essere trasmessa all’età dell’adolescenza, e similmente della cultura ed educazione onesta, virile e saggia impartita al giovanetto, gran parte dovrà essere trasmessa all’età virile.
Invece, quanto accade nella generalità delle persone è assurdo e ridicolo. Perchè si pensa che i fanciulli, come tali, debbano mantenersi disciplinati e temperati, e astenersi da tutto ciò che appare volgare e turpe; ma non appena giungono all’adolescenza si concede loro, almeno a giudizio dei più, di fare quello che vogliono, sicchè confluiscono, si può dire, in questa età, gli errori delle due età contigue, e così gli adolescenti commettono molti errori infantili, e molti degli adulti..
Altrettanto il rifuggire, in genere, da ogni specie di applicazione e di ordine, e di seguire l’attrattiva del gioco, della sfrenatezza e della petulanza infantile, è cosa tutto propria della fanciullezza. E’ da questa età che una simile disposizione tende a passare nella età successiva.
D’ altro lato, le brame violente, le ambizioni d’ogni specie; e tutte le altre pericolose e inquiete inclinazioni e disposizioni, tendono a trasferirsi dall’età virile all’adolescenza, Per cui, di tutte le età, questa dicevano aver bisogno della maggior sorveglianza.
Insomma, l’ uomo non deve mai essere lasciato libero di fare quello che vuole, ma sempre ci dev’essere una direzione e un governo serio fondato su leggi, al quale ogni cittadino sia sottoposto.
Un essere lasciato a sè stesso e trascurato, rapidamente scivola nella malvagità e nella inettitudine,
E dicono che spesso interrogavano sul motivo per cui noi abituiamo i bambini a mangiare con ordine e misura, e dimostriamo loro che l’ ordine e la moderatezza sono belle, mentre i loro contrari, il disordine e la smoderatezza sono brutti, per cui chi eccede nel vino e nel cibo è oggetto di grave biasimo.
E infatti, se nulla di questo dovesse giovarci nell’età adulta, sarebbe vano abituarci a una tal regola da fanciulli. Lo stesso, ragionevolmente valeva anche per gli altri costumi.
Nè già, essi dicevano, si vede accadere nell’allevamento degli altri animali, quanto avviene per l’uomo, ma subito e in principio, il cucciolo e il puledro si abituano e imparano ciò che dovranno fare da adulti.
In modo assoluto poi i Pitagorici raccomandavano in chi in loro si imbatteva ed entrava con loro in familiarità, di guardarsi dal piacere, come cosa che, quantun’altra mai, esige la massima cautela; nessun’altra affezione quanto questa ci devìa e ci induce in errore. Pare che sostenessero, in generale, che mai nulla si debba fare mirando al piacere, perchè è un fine disonesto e per lo più dannoso, ma si debba compiere il nostro dovere mirando al buono e all’onesto; e in secondo luogo al comodo e all’utile, e che per questo si richiede una facoltà di giudizio non comune.
Riguardo a ciò che si suol chiamare desiderio corporeo, si racconta che quegli uomini professassero tali principi: il desiderio è propriamente una specie di trasporto dell’anima , e impulso e tendenza o a un qualche soddisfacimento, o alla presenza di qualche sensazione, o a una certa disposizione della sensibilità.
Può esserci anche desiderio di cose contrarie a queste, cioè di svuotamento, di assenza di qualche sensazione e insensibilità per alcune cose. Varia è, infatti, questa affezione, e quasi fra tutti gli affetti umani, la più multiforme. In massima parte poi, i desideri umani sono acquisiti e creati dagli uomini stessi, per cui questa affezione richiede anche la massima cura e sorveglianza e una disciplina fisica non comune.
Così, il desiderio del cibo, quando il corpo è vuoto, è un desiderio naturale, come è naturale desiderare l’evacuazione quando è pieno, ma il desiderare cibi squisiti, o vesti e coltri elaborate e morbide, e abitazione elegante, sontuosa e adorna, questo è acquisito, e lo stesso si dica delle suppellettili, del vasellame, della servitù e del bestiame allevato per nutrimento dell’uomo. Insomma, fra tutte le passioni umane, questa si può dire, è tale che su nulla si ferma, ma procede all’infinito onde, fin dalla prima età si deve badare a che i bambini aspirino a cose buone e rifuggano dai desideri vani e superflui, e così si mantengono sereni e puri da simili tendenze e disprezzino quelli che in tali tendenze sono invischiati.
Specialmente poi facevano osservare che di tutti i desideri, quelli vani, dannosi, superflui e sfrenati, sorgono in coloro che vivono nelle ricchezze; nulla, infatti, è tanto fuori dal comune, a cui non si senta attratto l’animo di fanciulli, uomini e donne di ricca condizione.
In generale, svariatissimo è il genere umano rispetto alla moltitudine dei desideri, e ne è segno evidente la varietà dei cibi; infinita, si potrà dire, è la quantità dei frutti, infinita quella delle erbe di cui si nutre l’uomo, che inoltre si ciba di svariate carni, tanto che è difficile trovare tra gli animali terrestri, acquatici e volatili, di quali egli non gusti.
Ed anche ha escogitato svariati modi di cucinarli, e salse di ogni genere, onde è naturale che la stirpe umana vada soggetta a folli e multiformi moti dell’animo.
Infatti, ogni cibo genera una particolare disposizione. Vero è che gli uomini osservano gli effetti di quegli alimenti che son causa di immediate e notevoli alterazioni, come, per es. il vino, che bevuto più del normale, in principio rende allegri, in seguito toglie il senno e il senso del decoro; ma poi non badano a quei cibi che non mostrano effetti molto evidenti; mentre è vero che ogni cibo crea una disposizione particolare; onde si richiede grande accorgimento per osservare e conoscere di quali cibi dobbiamo nutrirci, e in che quantità.
Questa scienza appartenne da principio ad Apollo, e a Peone, poi ad Asclepio e alla sua Scuola.
Circa la generazione, si tramanda che dicevano questo:
Stimavano che si dovesse del tutto evitare quel che essi chiamavano “precocità”, perchè, nè le piante, nè gli animali precoci danno buoni frutti, ma deve passare un certo tempo prima della fruttificazione, affinché tanto i semi che i frutti provengano da corpi robusti e pienamente sviluppati. Conveniva pertanto allevare fanciulli e fanciulle in fatiche, in esercizi fisici, in prove di resistenza a loro adatte, nutrendoli con un cibo conveniente ad una vita laboriosa, temperante, tollerante alle fatiche.
Molte cose poi ci sono nella vita umana che è meglio apprendere più tardi, di esse una è la pratica dei piaceri d’amore. Deve pertanto il fanciullo essere educato in tal modo che non cerchi tali rapporti prima d’aver compiuto i vent’anni; quando abbia raggiunto tale età ne usi raramente, il che avverrà se sarà abituato a considerare il pregio e l’utilità della buona salute; ché buona salute e intemperanza non possono coesistere.
E si dice che essi lodavano le istituzioni già in uso nelle città greche, che vietavano di trovarsi insieme con la madre o la figlia, o la sorella, nei templi o nei luoghi pubblici, ritenendo cosa buona ed utile l’opporre quanto più è possibile ostacoli a tale comportamento.
Come si vede, quegli uomini reputavano che si dovessero impedire i concepimenti contro natura, o per libidine, e quelli secondo natura e temperanza sono da permettersi solo se tendono a una saggia e legittima procreazione.
Reputavano ancora che chi vuole aver figli deve essere molto previdente riguardo ai nascituri; prima e massima previdenza il prepararsi alla procreazione seguendo un metodo di vita sobrio e sano, senza riempirsi di cibo fuori tempo, o mangiar tali cose che guastino la salute, e soprattutto senza ubriacarsi. Pensavano infatti che da una costituzione fisica debole, squilibrata e disordinata provenissero germi cattivi.
Giudicavano poi addirittura uomo leggero e sconsiderato colui che, accingendosi a procreare un figlio e a condurlo alla nascita e all’esistenza, non procurasse con ogni zelo che il suo ingresso nell’essere e nella vita avvenisse nel modo più felice.
Mentre un allevatore di cani studia con ogni accortezza le condizioni di allevamento, cioè la qualità dei genitori, il loro stato fisico e l’epoca dell’accoppiamento, perchè i cuccioli nascano di buona indole; e così anche fanno gli amatori di uccelli.
Ed anche tutti gli altri che vogliono avere razze pregiate di animali, si danno gran cura perchè la procreazione non avvenga a caso; invece gli uomini non fanno alcun conto dei loro figlioli, e non solo nel generarli agiscono a caso, e alla ventura, ma anche dopo li allevano e li educano con estrema negligenza.
Questa è la causa più grave e più evidente dell’essere, i più degli uomini, o malvagi, o inetti, perchè per la maggi0or parte la procreazione dei figli è un fatto casuale o animale.
Tali regole e usanze seguivano quegli uomini, con le parole e coi fatti, circa la temperanza, secondo i precetti che da tempo avevano ricevuto , quasi oracoli delfici, dallo stesso Pitagora.

Ad §§ 209-212 cfr. STOB. Flor. IV 37, 4, p. 878, 13 II. – T.C. D 8, 476.

Dagli scritti di Aristosseno Pitagorico, quella generazione, dei figli, diceva questo.
Bisogna evitare del tutto ciò che si chiama “precocità”, perchè nè le piante, nè gli animali precoci danno buoni frutti; ma devono prepararsi alla fruttificazione per un certo tempo, durante il quale i corpi si irrobustiscono e raggiungono il pieno sviluppo, per esser capaci di produrre semi e frutti.
Molte cose poi ci sono nella vita umana che è meglio apprendere più tardi; una di esse è la pratica dei piaceri d’amore. Occorre pertanto che il fanciullo sia tenuto così occupato nei vari esercizi, che non solo non cerchi, ma possibilmente neppure sappia di tali rapporti, fino a vent’anni; e anche quando abbia raggiunto tale età ne usi scarsamente; questo giova molto alla buona salute dei genitori e dei nascituri.
Diceva anche di non accostarsi a donne per procreare, essendo pieni di cibo e di vino, perchè da una prava e turbolenta unione, non solo non nasce prole armoniosa e bella, ma neppure buona in modo assoluto.

IAMBL. V.P. 230-233. – T.C. D 9, 594.

Conviene dunque, anche intorno a questo argomento, esporre il metodo educativo di Pitagora, e i precetti che dava ai suoi discepoli.
Raccomandavano cotesti uomini di tener lontano dalla vera amicizia le rivalità e le contese; da tutte le amicizie, se possibile, se no almeno da quelle che si legano al padre e in genere ai più anziani e ai benefattori, perchè se con tali persone sorge gara e contesa, aggiungendovi l’ira, o alcun’ altra passione simile, l’ amicizia non sopravvive.
Dicevano ancora che nelle amicizie si devono evitare al massimo scalfitture e ferite, e ciò si ottiene se ambedue gli amici, ma specialmente chi è più giovane e si trova in uno dei rapporti anzidetti, sappia cedere e reprimere l’ira.
Pensavano che le correzioni e gli ammonimenti, che essi chiamavano “raddrizzamenti” devono gli anziani muovere ai giovani con molta benevolenza e cautela, dimostrando chiaramente, nell’ammonire, sollecitudine e affetto, solo così infatti l’ammonimento può essere dignitoso e utile.
Dall’amicizia, dicevano, non doversi mai separare la lealtà, neppure per scherzo, che non è facile conservare l’amicizia una volta che la menzogna si sia insinuata nelle abitudini di coloro che si dichiarano amici.
Non si deve ripudiare l’amicizia per un rovescio di fortuna e per altri interessi che capitano nella vita; ma unica e ammissibile ragione di ripudiare l’ amico, o l’amicizia con lui, è quando egli dimostra una malvagità grande e incorreggibile.
Non bisogna farsi volontariamente nemico di chi non è del tutto malvagio, però, se abbiamo appreso ad esserlo, bisogna persistere coraggiosamente nell’opposizione finché l’avversario non abbia cambiato costume e ripresa una onesta condotta.
E lottare si deve, non con le parole, ma coi fatti, e giusta e lecita è la guerra quando è combattuta da uomo a uomo. Non dobbiamo mai farci ragione di discordia per quanto stia in noi, ma, fin dall’inizio, guardarcene con tutto il nostro potere.
Anche dicevano che nell’amicizia, perchè risulti vera, devono esser poste, nel maggior numero possibile, condizioni definite e regolate seguendo un giusto criterio, e non a caso; bisogna adeguarsi a ciascuna indole per sè stessa, perchè nessuna unione si formi superficialmente e a caso, bensì con decoro, consapevolezza, e saggia determinazione; nè alcuna passione possa insorgere, o per caso, o per leggerezza, o per mala intenzione, come desiderio o ira.
Lo stesso discorso era da farsi per tutte le altre passioni o disposizioni dell’animo.

F I N E

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