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1. Zeller – Mondolfo. La filosofia dei greci nel suo sviluppo storico. La Nuova Italia, Firenze, 1938, p. 369 sgg.
 
2.  H. Diels.  Die fragmente der Vorsokratiker. I. Berlin, 1903. L’ edizione rinnovata del Kranz è la quinta e risale al 1935.

 

3.  M. Timpanaro – Cardini. I Pitagorici. Testimonianze e frammenti. LaNuova Italia Firenze, 1962. Filolao. Saggio introduttivo.

 

4.  La discussione sulla autenticità de   frammenti di Filolao è stata da tempo conclusa dal Mondolfo sulle note al testo dello Zeller (op.cit. 1), e ad essa rimando il lettore che già non la conoscesse.

In breve, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nostro si sviluppò la polemica culturale sull’argomento. Contro l’autenticità scrissero l. Bywater, il Burnet, il Doering, il Covotti (La filosofia nella Magna Grecia e in Sicilia. Pisa, 1901), lo Heidel, il Tannery (A propos des frgs. philolaiques sur la musique. 1904. Mem. sc. III, 220 sgg.) e altri, mentre favorevoli erano il Bauer, (der alt Phytag. Bern, 1896), l’Olivieri (Osservazioni sulle dottrine di Filolao, 1921), il Rostagni e il Reinhardt (Parmenides). Fra i massimi oppositori dell’autenticità furono il Frank, in sfavore del quale è scritta tutta la critica del Mondolfo,  e lo Cherniss. (Aristotles criticism).

Uno degli argomenti sui quali si basavano i demolitori era che si dovesse considerare anacronistico l’uso fatto da Filolao del dialetto dorico (Burnet, Bywater), il quale non apparirebbe ancora negli scrittori dorici dell’età di cui si tratta, tutti fermi all’uso dell’ellenico. Ma se noi che abbiamo una certa dimestichezza con la storia particolare di Taranto consideriamo che l’uso del dorico era proprio di Archita,  e se pensiamo che in dorico parlava e scriveva tutta la città, allora non ci meraviglieremmo più di vedere Filolao scrivere in questo dialetto.

Del resto, ho proposto come valida la permanenza di Filolao in Eraclea italica, colonia tarantina e turina, (Gamblico, 266), appunto basandomi su tale fatto, supponendo perciò che i libri di Filolao siano stati scritti verso la fine della sua vita, come dimostrerebbe sia la completezza della dottrina, che rivela derivazioni italiche e greche, sia il fatto, se si deve credere a Diogene L. VIII, 84, quando scrive che Platone dovette cercare i suoi libri anche in Sicilia, ma non in Tebe o in Atene.

Del resto, che la critica del Mondolfo abbia ormai detto l’ultima parola è ormai comunemente ammesso, come rilevano anche Charles Lloyd e lo Heath.

Naturalmente, occorre considerare le numerose testimonianze presentate dal testo Diels – Kranz, accuratamente scelte fra quelle ritenute autentiche, e tutte le altre traduzioni seguite ad esso Per la esecuzione del presente lavoro  mi sono perciò attenuto a un giudizio critico ritenuto comunemente valido.

 

5.  Che Filolao sia nato in Taranto viene ammesso da molte fonti (Laurenzio Lidio De mens II. 12), Vitruvio, I. 1, 16; Cicerone de orat. III, 34, 139; Diogene L VIII, 46; Giamblico Vita di Pitagora, ad eccezione diun passo di Diogene Laerzio, (VIII, 84),  smentito peraltro dallo stesso in VIII 46 in un luogo che proviene da Aristosseno e che perciò è comunemente ritenuto più attendibile. Lo stesso accade in Giamblico, che giudica Filolao crotoniate in 148 e tarantino in 267.

Molto importante è, a questo riguardo, considerare che Filolao scriveva in dorico, al pari di Archita. Se si considerano autentici i suoi frammenti (ed almeno per ciò che riguarda l’astronomia dovremmo averne le prove), allora, se uno degli argomenti più solidi contro l’ autenticità era offerto dalla considerazione che, in fondo Platone e Aristotele nulla avevano detto meno di quanto poi scrissero neoplatonici e neopitagorici. Si può rilevare, anche in questo stesso testo, che riguardo all’astronomia non era esattamente così, poiché nè Aristotele, nè Platone, avevano forse valutato perfettamente il valore del sistema filolaico se si ammettono autentici i frammenti, ripeto, come sembra ormai riconosciuto.

Si deve ammettere che in quell’ epoca  nè un crotoniate, nè un tebano avrebbero scritto in dorico, mentre un tarantino sì, come dimostra Archita. A questo riguardo mi sono attenuto sia alla opinione espressa nel testo dello Zeller – Mondolfo, sia a quella del Boekh (Philol. p. 5 sgg.) e alla opinione della Signora Maria Timpanaro Cardini e a quella di Sir Thomas Little Heath dell’Università di Oxford.

Alberto Fiori in Le città della Magna Grecia. Roma, Priviteri, 1965, a pag. 125 scrive: (Filolao) da alcuni erroneamente chiamato tarantino, in realtà nacque a Crotone verso il 470 a.C., senza dare altre spiegazioni.

 

6. Riguardo alla data di nascita di Filolao, per individuarla approssimativamente, ritengo si debba prendere in considerazione il fatto che egli non poté andarsene da Crotone, nè troppo giovane, nè troppo vecchio. Non giovane perchè le fondamenta della sua cultura sono fin troppo evidentemente crotoniate, particolarmente per ciò che riguarda l’astronomia, l’acustica e la fisiologia.

Filolao non dovette lasciare Crotone in venerabile età, sia perchè i frammenti che lo vogliono scampato alla persecuzione (Plutarco, De gen. Socr. 13; Olimpiodoro, Phaedon p. 8 sgg.; lo descrivono giovane (una simile attribuzione era considerata accettabile sino a 40 anni), sia perché le proprie derivazioni dalla cultura di Grecia sono anch’esse  molto forti. Tutto considerato penso si possa ritenere abbastanza esatta l’età di 40 anni per il trasferimento di Filolao in Tebe. mentre lo scioglimento forzato del sodalizio lo si ritiene avvenuto poco prima del 440 a.C., periodo intorno al quale la critica è abbastanza concorde.

A tale conclusione arriva anche lo Zeller seguendo un testo di Plutarco De gen. Socr. 8, 13.  Se dunque si ammette che a quel tempo Filolao avrebbe potuto avere una quarantina d’anni, se ne può dedurre con buona approssimazione, che il nostro dovrebbe essere nato intorno al 480 a,C., ed essere più vecchio di Socrate e Democrito.

 

7,  Lo Porto F, G, Tombe arcaiche tarentine con terrecotte ioniche. Bollettino d’arte XLVII n. 2-3 1862, pp. 153-170. – Anfora attica a figure nere con scena di aucupio dalla necropoli di Taranto. Bollettino d’arte XLVIII n. 1-2 1963, pp. 18.22. Inoltre: Gli scavi sull’Acropoli di Satyrion. I. Premessa storica. Bollettino d’arte XLIX  n. 1. 1964. pp. 67-80.

 

8.  Erodoto III, 136-137.

 

9.  Aristotele Metafisica A 6, 1071 b, 26; A 3, 983 b 27. Eliano, Varia historia VIII, 6; Taziano, p. 41, p. 42, 4. Damascio, de princ. 124.

 

10.  Esposizione della teologia orfica di Jeronimo e di Ellanico ap. Damascio 123 bis.

 

11.  Livio IV, 41, 4 sgg.

 

12.   Nella nota 24 a Il trionfo di Icco Rass. Com. XXXII 1-12 1963, avevo calcolato la partenza di Filolao da Taranto a prima del mutamento della costituzione cittadina. Penso però si potrebbe dire anche contemporanea, o appena successiva.

 

13. Per questa interpretazione mi sono attenuto ad Hegel G.G.F. Lezioni sulla storia della filosofia. La Nuova Italia, Perugia, Venezia, 1930, p. 224 sgg. Nuova edizione, 1963.

 

14,  Diogene Laerzio VIII 8, 56, IX. Isocrate Busiride 28. Proclo In Eucl.  65. Clemente alessandrino  Strom. I, 62. Porfirio, Vita di Pitagora.

 

15.  Gianblico  V.P. XXI, 100. Diogene Laerzio VIII, 22. Porfirio 40.

 

16.  Diodoro 9,2.

 

17.  vedi nota 6.

 

18.  Cicerone, De orat. III, 34, 139.

 

19.  Diogene L. VIII, 84. Gellio, III, 17,4. Giamblico V P 199. Zeller – Mondolfo, op. cit. p. 367 sgg.

 

20.  Plutarco, De genio socr. 13, p. 538.  A.

 

21.  Apollonio,  Eliano, Porfirio e Diogene Laerzio (periodi alessandrino e romano imperiale) raccontano che Pitagora era la reincarnazione di numerosi illustri personaggi trascorsi. Di lui si scrisse che uccise con un morso un serpente velenoso (con accostamento a Zarathustra), quindi che predisse l’incendio del sodalizio, e che, mentre percorreva le sponde di un fiume presso Metaponto, udì una voce sovrumana che lo salutò ponendo in grande spavento i suoi accompagnatori.

Noto è che Pitagora possedeva il dono dell’ubiquità (Apollonio, Mirab. 6), sicchè veniva visto spesso in luoghi diversi alla medesima ora. Una volta, in teatro, si sollevò le vesti lasciandosi ammirare una coscia d’oro. E’ chiaro che un tale modo di presentare il pitagorismo, come il concorrente di una religione, provocò, inevitabilmente, la sua scomparsa, nonostante esso fosse ancora popolare in epoca rinascimentale, come dimostra Leonardo da Vinci. (vedi le sue "novelle" in questo stesso sito).

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