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Enrico Orlandini:
EPISODI E FIGURE DELLA TARANTO CLASSICA
Taranto 1964
 
 
 
 
 

 

 

 

Lekythos attico a figure nere. VI sec. a.C.

Scena di palestra.

Taranto. Museo Nazionale.

 

 

A voi ritornerò a parlare;

terrò in mano questa stessa verghetta

e vi vedrò come ora, seduti.

EUDEMO AI DISCEPOLI.

 

La realizzazione di un saggio storico su un personaggio antico presenta, in genere, tre distinte difficoltà: la prima è quella di stabilire una cronologia che sia, per quanto possibile, scevra da inesattezze; un'altra, quella di comprendere bene la cultura e lo spirito del tempo e della società in cui visse; la terza, è quella di renderlo comprensibile al nostro secolo. Vedremo come quest'ultima sarà la difficoltà minore.

 

Venire esattamente a capo della cronologia è impossibile poiché i documenti antichi dai quali si deve trarre, come osservò giustamente il Mondolfo (1), non creano una tradizione, ma si confondono, tanto che gli autori moderni non sono meno discordi degli antichi.

 

 

 

La più importante raccolta di testimonianze e frammenti sui presocratici è stata fatta, da tempo, in lingua tedesca, dal Diels. L'opera, completata dal Kranz (2), è giunta oggi a numerose edizioni e la sua fortuna è tutt'altro che in declino. Sulla traccia di essa sono state composte in Italia utilissime raccolte, fra le quali sono da menzionare quelle di Quintino Cataudella, di Antonio Maddalena, di Angelo Pasquinelli e della Signora Maria Timpanaro Cardini, con buon corredo di note e saggi introduttivi sui vari autori, in particolare quello della Signora Timpanaro – Cardini su Filolao (3).
Dalla lettura di tali frammenti e dai saggi degli autori moderni (v. bibliografia), ci si può render conto che non è molto facile risultare esatti. Basterà dire che sul nostro autore esiste una corrente critica  (4) che lo vuole non esistito, bensì inventato in epoca ellenistica, ed anche più tardi. Corrente che è stata combattuta con successo dalla stesso Diels, dal Mondolfo, dal De Ruggiero, dalla Timpanaro, dall' Olivieri, e da altri. Dispute avvengono poi intorno ai fatti della sua vita, e si discute sulla durata del suo soggiorno in Tebe, o se si debba considerarlo scampato all'incendio, o se sia veramente tornato a Taranto verso la fine della sua vita, ed abbia poi preso dimora in Eraclea, ove avvrebbe insegnato ad Eudemo e ad Archita.
Nonostante ciò, il lettore non deve aspettarsi una storia confusa.
 
Gli autori antichi e moderni sono discordi nell'attribuire la nascita di Filolao, e si vuole che egli sia nato in Tebe, in Crotone, o in Taranto. Noi propendiamo per Taranto fra gli anni 480-475 a.C.   e ne daremo giustificazione in nota (5), (6). La società che, stando alla maggior parte dei suoi studiosi, accolse la sua giovinezza, fu quella che precedette l'introduzione in città del pitagorismo, pervasa da un'ansia di rinnovamento che esplose nel 473 a.C. col mutamento della Costituzione della città. Si manifestò in quel tempo il fenomeno che poi si ripeterà ancora in secoli diversi nell'antico mondo mediterraneo e che sempre si identificherà con la rinascita fisica, e spesso anche morale, del popolo che lo compirà; la genesi della borghesia.
Dall'epoca della spedizione di Falanto l'indirizzo politico e gli usi della città (di origine spartana e di dialetto  dorico), erano stati tali da favorire, soprattutto nel VII e nel VI secolo a.C., la fortuna di una classe sociale di aristocratici fondiari sulla quale si appoggiava il potere monarchico. Le guerre di penetrazione, o di difesa, contro le genti japige, ampliavano o riducevano i terreni coltivabili, e impoverivano o arricchivano la città, a seconda della fortuna. Non sembra che Taranto perseguisse altro genere di politica, almeno sino al mutamento della propria costituzione.
Nel secolo VI a.C. inizia comunque a definirsi la classe borghese cittadina, rappresentata da marinai, mercanti, artigiani, artisti e intellettuali. Molto importanti risultano, da questo punto di vista, alcuni ritrovamenti del prof. Felice lo Porto, sovritendente a Matera (7), i quali ci rivelano l'esistenza  di una attiva vita commerciale della città. L'importazione di oggetti d'arte e di prodotti manufatti doveva essere compensata dalla esportazione di altri articoli, con tutta probabilità derrate alimentari, grano, orzo, segala, miglio, avena, olio, vino,  frutta secca, ed anche animali da riproduzione, ecc.
La evoluzione della società tarantina in questi primi tre secoli della sua esistenza è dunque tipica: all'inizio espansione territoriale e messa a coltura di appezzamenti e latifondi,  per mangiare. Poi, quando la fame è saziata, ed anzi si hanno derrate in abbondanza, queste si cedono contro prodotti pregiati, Si agevolano gli scambi, navi giungono a Taranto, e navi ne partono; la primitiva società patriarcale e rozza si affina, la città si ingrandisce, comincia ad arricchirsi, il ricco aristocratico terriero e l'oplite che combattendo ha meritato il suo campicello, imparano a conoscere il mondo, le nuove possibhilità offerte dalla società in cui vivono, e si trasferiscono nella città.
La popolazione aumenta, le terre non bastano a tutti, nè il cittadino probabilmente le disidera più. Le belle navi che giungono da Corinto, o da Atene, e da tutte le città mercantili della Grecia, del Medio Oriente e dell'Africa, cariche di vasellame pregiato, di monili, di stoffe, il contatto che il mare porta con le più o meno fastose civiltà straniere (8), introducono fra i cittadini desideri e prospettive molto diverse da quelle di un tempo.
In breve, l'uomo della città comincia a sentirsi più fortunato del campagnolo legato alla terra, anche se quest' ultimo ne è il padrone e se schiavi lo servono
Attraverso il mare può giungere a Taranto tutta la civiltà del mondo, che può esprimersi, non soltanto negli oggetti, ma anche in un nuovo fermento intellettuale. E' questo il tempo in cui giungono Pitagora a Crotone e Senofane di Colofone a Elea (9); la cultura ionica fertilizza ora la Magna Grecia e prepara quei frutti che fra non molto si chiameranno Parmenide, Zenone, Filolao e Archita. In questo momento si muovono le correnti di pensiero, le filosofie, gli uomini migliori di tutta la grecità, mutando radicalmente le condizioni di vita, il costume, l' intelligenza dei cittadini che ne vengono a contatto, naturalmente con tutte le contraddizioni che poi la storia dimostrerà.
Comunque, sul momento la città si sviluppa; se navi straniere giungono al porto tarantino, la città ne costruisce di proprie, e dal VI secolo all'epoca della conquista romana avrà una delle flotte più forti  del Mediterraneo. Se dall'estero giungono bei prodotti d'artigianato, la città si pone in condizione di fare meglio, e fra poco avrà propri laboratori di vasellame, alleverà pecore pregiate, sfutterà nell'arte, col bisso e la porpora, le risorse del mare.
Anche l'architettura della città si affinerà. Dal quinto secolo alla conquista romana Taranto sarà una delle più belle città del mondo mediterraneo.
Per concludere, il fiorire delle città porta con sè la nascita della classe borghese (e viceversa), In questo tempo emergono  molti personaggi che saranno nominati nel proseguire di queste righe. I più rappresentativi fra tutti sono comunque (a parte Archita), Icco, che rappresenta la bellezza fisica e materiale della città, e Filolao, che incarna invece in sè i valori spirituali e intellettuali della sua epoca.
 
Fra  le religioni più in voga nella Taranto del tempo erano il culto di Apollo, al quale si collegava il mito di Falanto, ovvero quello dell'Uomo sul delfino, e l'Orfismo.
Riguardo all'orfismo, le raccolte dei frammenti mostrano passi di Aristotele, Eliano, Taziano, Damascio, Atenagora e altri  (9), dai quali si rende evidente l' essenza di questa dottrina: dalla speculazione intorno ai principi del mondo si giungeva alla genealogia degli dèi, che quindi apparivano materializzazioni di idee, o idealizzazioni di fatti naturali veri.
In principio erano l'acqua, e la materia sulla quale si formò, per condensato, la terra. Il terzo principio è Crono, e con esso si congiunge Ananche, la materia incorporea stendentesi per tutto il cosmo e toccante i confini di esso,
Crono genera una triplice figliolanza; l'umido Etere, l'infinito Caos, e l'Erebo caliginoso (10).
Naturalmente, più inesatta è la cognizione, più nebulosi e irreali sono gli dèi che la rappresentano, e meno esatte le leggi di vita che se ne traggono. Ciononostante l' Orfismo genera alcuni principi morali tuttora validi, come l'astenersi dalla uccisioni,  la credenza in una giustizia finale, cioè della premiazione dei buoni della condanna dei cattivi e della necessità della purificazione.
Platone, nelle sue "Leggi" espone come orfico un principio simile a quello del Karma, nel senso che la purificazione non avverrebbe attraverso un giudizio finale, ma dopo un percorso terreno di molte vite, per responsabilizzazione dello stesso soggetto vivente, del quale si dovrebbe dedurre un corpo che si rinnova, però con un'anima sempre diversa.
L'anima, in senso classico, era intesa come un motore, non come un extra corpo, che poi si addosserà tutte le responsabilità di una vita.
 
Da qui il carattere filosofico del pensiero pitagorico più antico che, superando l'orfismo, mantiene l'unità della scienza con la teologia e la morale. Da notare che il carattere scientifico del pitagorismo era sperimentale.
Ma se l'orfismo degenerava in una mistica piuttosto tenebrosa che, setacciata, concedeva ben poco oltre la fiaba, l' esigenza di progredire nella ricerca del vero consigliava molti giovani tarantini a prendere la via di Crotone per istruirsi nel sodalizio pitagorico. Di costoro ci giungono alcuni nomi: Archippo, Liside, Clinia, Filolao.  E' proprio ora, nella prima metà del quinto secolo a.C. che inizia la migrazione culturale.
Di questo temporaneo espatrio della migliore gioventù possono vedersi diverse cause. La prima, per quel che riguarda il periodo monarchico, la si potrebbe considerare, ma solo in parte, come un segno di opposizione allo indirizzo politico del Re Aristofillide e di altri, chiaramente militaresco e ancora legato alle tradizioni spartane.
La migrazione, che continua in periodo democratico, la si può considerare causata dal fervore spirituale seguito al mutamento politico. In definitiva i giovani si recavano in Crotone per educarsi e apprendere. Fra essi erano sia aristocratici che popolari, poichè l' associazione era aperta a tutti i ceti.
Importante comunque, dal punto di vista storico, è osservare che l'educazione contribuì certamente ad affinare la borghesia ed a permettergli di sostituire, nel governo della città, la vecchia aristocrazia. Un processo analogo vedremo ugualmente compiersi nella Roma repubblicana, sebbene in maniera più lenta, dopo secoli di lotte popolari (11).
 
Scena di palestra.
Soprintendenza alle antichità.
 
Più o meno intorno al 460 a.C. Filolao, secondo il nostro testo,  si reca in Crotone. Possiamo immaginarlo giovane, ricco di entusiasmo e di speranze, affascinato dal pensiero della vita che lo avrebbe atteso e dalle cose che avrebbe imparato (12).
Il viaggio dovette avvenire quasi sicuramente per mare. La rotta era facile, percorsa quotidianamente da battelli dalle diverse forme e nazionalità.
Tenendosi alle spalle la stella polare, e inseguendo la rosseggiante Antares, o al dì volgendo la prora verso il centro dell'arco percorso dal sole (se non costeggiando), in meno di una ventina d'ore si giungeva a Crotone. La via di terra sarebbe stata certamente più faticosa e lunga, anche per il forzato attraversamento di molti centri abitati.
Giunto nel sodalizio, Filolao fu ammesso a far parte dei novizi.
La comunità pitagorica possiamo immaginarla come una via di mezzo fra una università ed un convento. I novizi erano sottoposti a prove per essere valutati nella loro preparazione e nello spirito d'obbedianza; si osservava la loro condotta e si assumevano informazioni intorno alla loro famiglia. Lo scopo era scoprire le loro tendenze, per indirizzarli allo studio delle scienze o alla vita pubblica, oppure per conseguire i misteri (Hegel) (13).
Soltanto per questi ultimi era poi prescritto un noviziato di 5 anni nei i quali era loro prescritto il silenzio, inteso come proibizione a parlare di argomenti di scuola..

 

Tale suddivisione di indirizzi può servire a spiegare, in parte, alcuni aspetti contradditori  del pitagorismo.

Le fonti, o perlomeno gli autori neoplatonici e gli altri che ce ne parlano (14) descrivono il sodalizio in modo da farcelo apparire quasi una comunità di mistici studiosi vestiti d'abiti di bianco lino, intenti, come moderni monaci benedettini, a distribuire il lavoro e la meditazione nelle varie ore della giornata (15).  D'altro canto conviene osservare, come è stato anche notato dal prof. Detienne nel quinto Convegno di studi sulla Magna Grecia, che fonti più vicine al sodalizio mostrano un altro aspetto del pitagorismo, quello che, per fare un esempio, ci sorprende quando leggiamo in Dioodoro (16)  che furono proprio i pitagorici a promuovere la guerra sanguinosissima (e spietata per i vinti) contro Sibari, o quando apprendiamo dell'affogamento di Ippaso, o quando sorprendiamo la comunità in mezzo a volgari beghe coi ciloniani per la ripartizione delle terre e dei frutti della vittoria, o anche quando li vediamo organizzare squadre militari in Lucania, o nel Bruzzio, durante i tentativi di riprendere il sopravvento in Crotone.

Cilone era il capo della fazione democratica – popolare in Crotone,  rispetto alla quale i pitagorici potevano essere considerati aristocratici.

 

Intorno al 440 a.C., età sulla quale la critica è sufficientemente concorde nell' attribuire la data dello incendio del bund e della grande persecuzione che mandò esuli i pitagorici da quasi tutte le polis italiote (17),  Filolao è un uomo nel fiore delle proprie forze intellettuali e fisiche. Ha probabilmente fra i 35 e i 40 anni, si è già formato una cultura vasta e una maturità intellettuale che lo innalza parecchio sui propri colleghi.

Il fatto che egli non poteva essere troppo giovane quando migrò verso Tebe ci è mostrato dai suoi scritti, per i quali Aristotele lo definì Studioso italico,  E del resto lo vedremo molto meglio, fra poco.

Se Filolao si fosse recato in Tebe giovinetto, l'influenza italica nella sua cultura sarebbe stata meno evidente (e sarebbe  forzoso spostare ancora in direzione del IV secolo la grande persecuzione), mentre a ritardare troppo la partenza di Filolao da Crotone si corre il rischio di farne un contemporaneo di Archita. E vedremo che la cosa non è possibile, poichè Archita compie dei passi avanti rispetto al nostro, sia per quanto riguarda la interpretazione di alcuni problemi musicali, sia per la geometria. E certo ha ragione Cicerone (18) quando definisce Filolao Il maestro di Archita. In più, c'è il viaggio di Platone in Italia, che giunge per conoscere Archita, e secondariamente Eurito (discepolo di Filolao), mentre del nostro non ricerca che i libri (19).

 Quando Filolao lascia Crotone per recarsi, dopo molte peripezie (20) in Tebe, è già uno studioso maturo, bene in grado di dirigere una scuola, di manifestare la sua spiccata personalità nella cultura del proprio secolo.

La distruzione della comunità pitagorica, la grande tragedia vissuta, devono avere influito profondamente nella sua personalità. Gli scampati meno compromessi  negli avvenimenti se ne saranno chiesti un perchè, e Filolao avrà sicuramente meditato su essi, ricercandone le cause profonde. Ciò anche se non si ammette (Boeck) che egli sia scampato all'incendio, e anzi, se non si riconosce proprio che egli sia vissuto in Italia, cosa, tuttavia, molto difficile da provare.

Per quante colpe si possano attribuire ai ciloniani, al loro demagogismo e alla loro brutalità, certo è che una direzione settaria aveva portato il  bund  ad una eccessiva politicizzazione  provocando l'isolamento scientifico ed inquinando la speculazione sulla divinità.

Più tardi, autori neoplatonici e neopitagorici di epoca romana ci daranno un quadro forse per nulla esatto della struttura ideale del pitagorismo, Tesi in uno sforzo competitivo con i cristiani, dei quali volevano imitare i metodi, essi fecero di Pitagora un personaggio mitico, al quale miracoli e fatti straordinari sarebbero stati usuali (21).

 

 

 

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