Categoria: Storia

FILOLAO – Note 4

 

100.  v. note 5, 6.
 
101.  Sesto.  Adv. math.  VII., 126.
 
102.  Sesto.   Adv. math.  VII., 92.
 
103.  Stobeo.  ecl.  I.  proem. coroll.  3, p. 16, 20 W. Passo tradotto dalla Signora Maria Timpanaro Cardini Fil. b 11.
 
104.  Giamblico.  V.P.  266.
 
105.  Proclo.   Eucl. prolog. II. p. 66. 14;  Ptolomeo.  Harm. 1, 13. Si veda : Timpanaro Cardini, opera citata II. pag. 297 sgg.

 

FILOLAO – Note 3

 

54.  Aristotele.  Metaph. A 3, 984  a 7;  Simplicio. ln Phys.  p. 23, 33;  Ezio. I. 5, 5;  (T.C. 5  18 a 7).
 
55.  Isocrate.  XV, 268   (T.C. 14 (36) a 6).
 
56,  Aristotele.  Metaph. A 3,  983  b .6;  Simplicio.  Phis.  21, 23  M 1  a 12-13.
 
57.  Simplicio .   Phys.  24, 13;  Galeno.  in Hipp. de hum. I.  1 M (11) b3.
.
58.  Aristotele.  Metaph. A 3  984  a 7:  Simplicio, Phys.  28, 33;  Teofrasro.  Phys. Opin. fr 1 D 475.
 
59.  Ezio. I. 3, 11, passo tradotto da Quintino Cataudella, op. cit. o. 140.
 
60.  Simplicio.  De caelo  615, 13  A
 
61.  Aristotele.  Phys.  T 4, 203 B 6.
 
62.  Augustino.  C. D.  VIII, 2.
 
63.  Diogene L. II, 2.
 
64.  Ezio. III,  5,  10.
 
65.  Schol. Arat. p. 516, 27. M.
 
66.  Teodoreto.  4,  5,   (da Ezio):  Stobeo.  Ecl.  I. 10 12;   Olimpiodoro.   De arte sacra, 24.
 
67.  Simplicio.  Phys.  22, 23;  Ipolito.  Ref.  I. 16.
 
68.  Diogene. IX, 57.
 
69.  Aristotele.  De gen. et con.,  A 6  322  b  12.
 
70.  Ezio.  II. 3,  8;  Seneca.  Nat. quaest.  II. 20.
 
71.  Seneca.  Nat.  quaest.  IV, a 2, 26 sgg.
 
72.   Aristotele.  Metaph.  A 3  784  a  7;  Simplicio.  in Phis. 23, 33;  Ezio I. 5,  5,  ( T.C.  5 (18) A  7).
 
73.  Isocrate XV.,  268.
 
74.  Isocrate. X75V., 268  (T.C.  14 (36) a 6.
 
75.  Ezio.  II., 5, 3.  (T.C. Fil. a 18.
 
76.  Ezio II.,  6, 5, da Teofrasto, Phys. opin.  (T.C.  Fil. a 15).
 
77.  Timpanaro-Cardini. op. cit. II. p. 99, in nota. Aetio  in II, 6, 5  attribuisce a Pitagora la teoria che fa derivare i  quattro elementi da quattro dei corpi solidi, mentre dal quinto, il dodecaedro, si è formata la sfera dell’universo.
 
78.  Timone. (In Gellio III. 17, 4;  Diogene J. III. 9:  Giamblico V, p. 199 (T.C. Fil. a 8.
 
79.  Diogene L. III., 6. (R.C. Fil. a 5).
 
80.  Diodoro.  (in fragm. 554).
 
81.  Giamblico. V. P. 88, 246  (T.C. 5  (18) a 4.
 
82.  A. Maddalena, op. cit. p. 46.
 
83.  Giamblico.  in Nicom.  118,  23.  (T.C. Fil.  a  24).
 
84.  Schol. Plat. Phaed. 108 D  (T.C. 5 (18) a 12).
 
85.  Teone di Smirne. p. 59, 4 Hiller  (T.C.  5 (18) a 13).
 
86.  Boezio.  Inst. mus.  II. 19.
 
87.  T.C. 5 (18) a 14.
 
88.  Boezio.  Inst. mus,  III. 5. (T.C. Fil. a 26).
 
89.  Porfirio.  in Ptolem. V., p. 91;  Proclo. in Tim. p. 189. 18;  (T.C. Fil. a 25,26).
 
90.  Proclo. in Tim. II. p. 189, 18 Dielh. . in riferimento a Platone, Timeo 13  b – d.
 
 91.   Ezio.  II. 20, 12.
 
92.  T.C. a 18. Brano tradotto dalla Signora Maria Timpanaro Cardini.
 
93.   Achille.  Isag. 19.
 
94.  Ezio.  ii. 20. 
 
95.  Erodoto. I.  32.
 
96.  Erodoto.  III.  129.
 
97.  Calcidio.  In Tim.  p. 729
 
98.  Anonimi londinesi.  19, 8.
 
99.  Zeller – Mondolfo.  op. cit.  II, p. 430.
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FILOLAO – Note 2

Aristotele. De caelo B 13, 294 a 28

 
23. Diogene L.  VIII 1, 22.
 
24.  Suida.  Schol. Platonis in temp 600 A (ex Hesych).
 
25. Plutarco.  Strom. 2l
 
26.  Ezio II. 10, 2.
 
27.  Strumento adatto a determinare il tempo cronologico. Il corrispondente del latino Solarium. E’ questo il più semplice e primitivo orologio possibile. La sua forma è data da una punta  infissa a stilo su un piano orizzontale, all’aperto.
 
28.  Agathemer,  I, 1.
 
29.  Aristotele. De caelo 471, 1,
 
30.  Ezio. II, 2, 4; 
 
31.  Teone di Smirne. p. 198, 14 Hill.
 
32.  Plinio. N. H. II. 186.
 
33.  Ezio. III, 10, 3.
 
34. Diogene L.  IX, 57.
 
35.  Aristotele.  De gen. et  con. A 6, 322 b.
 
36.  Simplicio.  Phis. 151, 28.
 
37,  Traduzione di Antonio Maddalena.
 
38.  Diogene L,  VIII, 48;  Ezio. III, 15, 7.
 
39.  Diogene L, IX, 21-23.
 
40.  Strabone, I. 94.
 
41.  Ezio, II, 12, 1.
 
42.  Ezio, II. 13, 2-3 (T.C. 8 (24) a 4).
 
43.  Samburski S.  The phisical word of the Greeks. London. 1956.  Trad. ital. di Virginia Geymonat. Feltrinelli, Milano, 1958, p. 121
 
44.  Olimpiodoro. ad h. 1.
 
45.  Aristotele. Meteorolog. A 6, 342 B 29.
 
46.  Per una recente traduzione italiana del De caelo di Aristotele,  si veda Longo O. Aristotele. De caelo, (traduzione e note di O. Longo. Sansoni, Firenze, 1962.
Si vedano inoltre: Mondolfo R. Aristotele, antologia,  Commento e glossario a cura di Domenico Pesce. La Natura, pp. 71-104. La Nuova Italia, Firenze, 1955.
Schiaparelli G.  Origine del sistema planetario eliocentrico presso i greci. Memorie del R. Istituto Lombardo di Scienze e lettere  1896, p. 61, sgg. – I precursori di Copernico nell’ antichità.  Idem,  XII 1873.
 
47.  Timpanaro-Cardini.  Filolao.
 
48. Teofrasto, in Plutarco, Quaest. Plat. VIII, 2.
 
49.  Aristotele. De caelo, B 13, 293 a. (T.C. a 16 b).
 
50.  Riguardo a questo argomento riporto una nota della Timpanaro – Cardini, op. cit. p, 178:
"Il grande anno di Enopide (56 anni) fu adottato da Filolao, il quale calcolava l’anno solare in 364 giorni e mezzo. In tutto si avevano 25.505 giorni e mezzo ripartiti in 729 lunazioni di 29 giorni e mezzo ciascuna. Con queste si formavano 38 anni comuni di 12 lune e 21 anni intercalari di 13 lune. La 13^ luna era il mese intercalare di Censorino.
Questo calcolo non era molto esatto, infatti Enopide dava all’anno solare 365 giorni, cosa nota anche in Egitto, e i pitagorici dovevano saperlo. Schiaparelli (Precursori p. 375) dice che in 59 anni si contengono 2 rivoluzioni di Saturno, 5 di Giove, 31 di Marte, 59 del sole, di Mercurio e di Venere, 729 della luna.
 
51. Ezio. II. 39, 1. (T.C. Fil. a 10).
 
52, Ezio. II. 29, 12. (T.C.Fil. a 19).
 
53,  op. cit. II. p. 173.
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FILOLAO – Note 1

 

 
1. Zeller – Mondolfo. La filosofia dei greci nel suo sviluppo storico. La Nuova Italia, Firenze, 1938, p. 369 sgg.
 
2.  H. Diels.  Die fragmente der Vorsokratiker. I. Berlin, 1903. L’ edizione rinnovata del Kranz è la quinta e risale al 1935.

 

3.  M. Timpanaro – Cardini. I Pitagorici. Testimonianze e frammenti. LaNuova Italia Firenze, 1962. Filolao. Saggio introduttivo.

 

4.  La discussione sulla autenticità de   frammenti di Filolao è stata da tempo conclusa dal Mondolfo sulle note al testo dello Zeller (op.cit. 1), e ad essa rimando il lettore che già non la conoscesse.

In breve, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nostro si sviluppò la polemica culturale sull’argomento. Contro l’autenticità scrissero l. Bywater, il Burnet, il Doering, il Covotti (La filosofia nella Magna Grecia e in Sicilia. Pisa, 1901), lo Heidel, il Tannery (A propos des frgs. philolaiques sur la musique. 1904. Mem. sc. III, 220 sgg.) e altri, mentre favorevoli erano il Bauer, (der alt Phytag. Bern, 1896), l’Olivieri (Osservazioni sulle dottrine di Filolao, 1921), il Rostagni e il Reinhardt (Parmenides). Fra i massimi oppositori dell’autenticità furono il Frank, in sfavore del quale è scritta tutta la critica del Mondolfo,  e lo Cherniss. (Aristotles criticism).

Uno degli argomenti sui quali si basavano i demolitori era che si dovesse considerare anacronistico l’uso fatto da Filolao del dialetto dorico (Burnet, Bywater), il quale non apparirebbe ancora negli scrittori dorici dell’età di cui si tratta, tutti fermi all’uso dell’ellenico. Ma se noi che abbiamo una certa dimestichezza con la storia particolare di Taranto consideriamo che l’uso del dorico era proprio di Archita,  e se pensiamo che in dorico parlava e scriveva tutta la città, allora non ci meraviglieremmo più di vedere Filolao scrivere in questo dialetto.

Del resto, ho proposto come valida la permanenza di Filolao in Eraclea italica, colonia tarantina e turina, (Gamblico, 266), appunto basandomi su tale fatto, supponendo perciò che i libri di Filolao siano stati scritti verso la fine della sua vita, come dimostrerebbe sia la completezza della dottrina, che rivela derivazioni italiche e greche, sia il fatto, se si deve credere a Diogene L. VIII, 84, quando scrive che Platone dovette cercare i suoi libri anche in Sicilia, ma non in Tebe o in Atene.

Del resto, che la critica del Mondolfo abbia ormai detto l’ultima parola è ormai comunemente ammesso, come rilevano anche Charles Lloyd e lo Heath.

Naturalmente, occorre considerare le numerose testimonianze presentate dal testo Diels – Kranz, accuratamente scelte fra quelle ritenute autentiche, e tutte le altre traduzioni seguite ad esso Per la esecuzione del presente lavoro  mi sono perciò attenuto a un giudizio critico ritenuto comunemente valido.

 

5.  Che Filolao sia nato in Taranto viene ammesso da molte fonti (Laurenzio Lidio De mens II. 12), Vitruvio, I. 1, 16; Cicerone de orat. III, 34, 139; Diogene L VIII, 46; Giamblico Vita di Pitagora, ad eccezione diun passo di Diogene Laerzio, (VIII, 84),  smentito peraltro dallo stesso in VIII 46 in un luogo che proviene da Aristosseno e che perciò è comunemente ritenuto più attendibile. Lo stesso accade in Giamblico, che giudica Filolao crotoniate in 148 e tarantino in 267.

Molto importante è, a questo riguardo, considerare che Filolao scriveva in dorico, al pari di Archita. Se si considerano autentici i suoi frammenti (ed almeno per ciò che riguarda l’astronomia dovremmo averne le prove), allora, se uno degli argomenti più solidi contro l’ autenticità era offerto dalla considerazione che, in fondo Platone e Aristotele nulla avevano detto meno di quanto poi scrissero neoplatonici e neopitagorici. Si può rilevare, anche in questo stesso testo, che riguardo all’astronomia non era esattamente così, poiché nè Aristotele, nè Platone, avevano forse valutato perfettamente il valore del sistema filolaico se si ammettono autentici i frammenti, ripeto, come sembra ormai riconosciuto.

Si deve ammettere che in quell’ epoca  nè un crotoniate, nè un tebano avrebbero scritto in dorico, mentre un tarantino sì, come dimostra Archita. A questo riguardo mi sono attenuto sia alla opinione espressa nel testo dello Zeller – Mondolfo, sia a quella del Boekh (Philol. p. 5 sgg.) e alla opinione della Signora Maria Timpanaro Cardini e a quella di Sir Thomas Little Heath dell’Università di Oxford.

Alberto Fiori in Le città della Magna Grecia. Roma, Priviteri, 1965, a pag. 125 scrive: (Filolao) da alcuni erroneamente chiamato tarantino, in realtà nacque a Crotone verso il 470 a.C., senza dare altre spiegazioni.

 

6. Riguardo alla data di nascita di Filolao, per individuarla approssimativamente, ritengo si debba prendere in considerazione il fatto che egli non poté andarsene da Crotone, nè troppo giovane, nè troppo vecchio. Non giovane perchè le fondamenta della sua cultura sono fin troppo evidentemente crotoniate, particolarmente per ciò che riguarda l’astronomia, l’acustica e la fisiologia.

Filolao non dovette lasciare Crotone in venerabile età, sia perchè i frammenti che lo vogliono scampato alla persecuzione (Plutarco, De gen. Socr. 13; Olimpiodoro, Phaedon p. 8 sgg.; lo descrivono giovane (una simile attribuzione era considerata accettabile sino a 40 anni), sia perché le proprie derivazioni dalla cultura di Grecia sono anch’esse  molto forti. Tutto considerato penso si possa ritenere abbastanza esatta l’età di 40 anni per il trasferimento di Filolao in Tebe. mentre lo scioglimento forzato del sodalizio lo si ritiene avvenuto poco prima del 440 a.C., periodo intorno al quale la critica è abbastanza concorde.

A tale conclusione arriva anche lo Zeller seguendo un testo di Plutarco De gen. Socr. 8, 13.  Se dunque si ammette che a quel tempo Filolao avrebbe potuto avere una quarantina d’anni, se ne può dedurre con buona approssimazione, che il nostro dovrebbe essere nato intorno al 480 a,C., ed essere più vecchio di Socrate e Democrito.

 

7,  Lo Porto F, G, Tombe arcaiche tarentine con terrecotte ioniche. Bollettino d’arte XLVII n. 2-3 1862, pp. 153-170. – Anfora attica a figure nere con scena di aucupio dalla necropoli di Taranto. Bollettino d’arte XLVIII n. 1-2 1963, pp. 18.22. Inoltre: Gli scavi sull’Acropoli di Satyrion. I. Premessa storica. Bollettino d’arte XLIX  n. 1. 1964. pp. 67-80.

 

8.  Erodoto III, 136-137.

 

9.  Aristotele Metafisica A 6, 1071 b, 26; A 3, 983 b 27. Eliano, Varia historia VIII, 6; Taziano, p. 41, p. 42, 4. Damascio, de princ. 124.

 

10.  Esposizione della teologia orfica di Jeronimo e di Ellanico ap. Damascio 123 bis.

 

11.  Livio IV, 41, 4 sgg.

 

12.   Nella nota 24 a Il trionfo di Icco Rass. Com. XXXII 1-12 1963, avevo calcolato la partenza di Filolao da Taranto a prima del mutamento della costituzione cittadina. Penso però si potrebbe dire anche contemporanea, o appena successiva.

 

13. Per questa interpretazione mi sono attenuto ad Hegel G.G.F. Lezioni sulla storia della filosofia. La Nuova Italia, Perugia, Venezia, 1930, p. 224 sgg. Nuova edizione, 1963.

 

14,  Diogene Laerzio VIII 8, 56, IX. Isocrate Busiride 28. Proclo In Eucl.  65. Clemente alessandrino  Strom. I, 62. Porfirio, Vita di Pitagora.

 

15.  Gianblico  V.P. XXI, 100. Diogene Laerzio VIII, 22. Porfirio 40.

 

16.  Diodoro 9,2.

 

17.  vedi nota 6.

 

18.  Cicerone, De orat. III, 34, 139.

 

19.  Diogene L. VIII, 84. Gellio, III, 17,4. Giamblico V P 199. Zeller – Mondolfo, op. cit. p. 367 sgg.

 

20.  Plutarco, De genio socr. 13, p. 538.  A.

 

21.  Apollonio,  Eliano, Porfirio e Diogene Laerzio (periodi alessandrino e romano imperiale) raccontano che Pitagora era la reincarnazione di numerosi illustri personaggi trascorsi. Di lui si scrisse che uccise con un morso un serpente velenoso (con accostamento a Zarathustra), quindi che predisse l’incendio del sodalizio, e che, mentre percorreva le sponde di un fiume presso Metaponto, udì una voce sovrumana che lo salutò ponendo in grande spavento i suoi accompagnatori.

Noto è che Pitagora possedeva il dono dell’ubiquità (Apollonio, Mirab. 6), sicchè veniva visto spesso in luoghi diversi alla medesima ora. Una volta, in teatro, si sollevò le vesti lasciandosi ammirare una coscia d’oro. E’ chiaro che un tale modo di presentare il pitagorismo, come il concorrente di una religione, provocò, inevitabilmente, la sua scomparsa, nonostante esso fosse ancora popolare in epoca rinascimentale, come dimostra Leonardo da Vinci. (vedi le sue "novelle" in questo stesso sito).

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FILOLAO – Capo 4°

 

 

 

 

 

 

Kotile attico a figure nere.

Scena di palestra, VI sec, a,C.

 

 

Questi erano gli argomenti che Filolao trattava nella sua Scuola di Tebe, sebbene sia molto probabile che i suoi libri siano stati preparati in Italia (100). Ma, come è già stato detto, per la maggior parte dei filosofi presocratici, la scienza era speculazione completa intorno alla verità. Non si poteva perciò disgiungere l'argomento scientifico da quello etico. Anzi, la speculazione del piano fisico non aveva altro scopo che la ricerca del giusto modo di interpretare la vita, nè era consentito, per tali scopi, limitarsi all' astrazione.
Già il poeta Archiloco aveva detto che "gli uomini hanno tali pensieri qual' è il giorno che Zeus adduce. (101), intendendo che la nostra conoscenza possiede caratteri e preferenze  intimamente legati alla nostra natura umana. 

 

In Filolao si trova lo stesso modo di penetrare; in un frammento di Sesto (102) è detto:

 

"diceva Filolao che. essendo la ragione rivolta alla contemplazione della natura e dell'universo, ha con essa una certa affinità, secondo il principio che il simile è compreso dal simile"

Per il pensiero pitagorico, universo, natura vivente, e l'uomo stesso che li indaga  appartengono a un tutto che diventa sacro quando è definito attraverso il simbolo della decade, figura simbolica che esprime la misurabilità  della emanazione  di Dio della quale tutte le cose, ed anche noi stessi come genere umano, facciamo parte.

La decade è definita, nell'alfabeto ionico  dalla serie delle prime dieci lettere.

Esempio  1=eis;  2=duo;  3=treis;  4=téssares;  5=pente ;  6=chz ;  7 =éptà ;  8=octò ;  9=ennéa;  10=déka;

Tali numeri erano espressi con valori  alfabetici minuscoli che ora io non mi ritrovo tutti nel computer, ma che gli studenti del classico conoscono benissimo a memoria. Con essi si può contare l'intero universo, anche se i valori 20, 30, 40…fino ai multipli di mille, sono espressi con altre lettere.

Ma l'11 è già 10+1; il 20 corrisponde a 10×2; e così via.

Altrettanto può dirsi per la numerazione romana:

I., II., III., IV., V., VI., VII., VIII., IX., X.

mentre il 50, il 100, il 1000, pure con altri simboli, possono essere costruiti con i numeri precedenti.

Il giuramento sulla Tetraktis, sacro ai pitagorici, era simbolizzato dalla somma: 1+2+3+4 = 10  espressione di potenza, verità e totalità.

Al tempo dei primissimi pitagorici doveva essere usata la numerazione attica, e si lavorava molto con i punti. Ed è proprio nell'auge di Filolao che viene introdotto il numero, così com'è conosciuto adesso, con grande entusiasmo per la scoperta.

Un passo di Stobeo (103) è introdotto in questo modo:

 

"Di Filolao: L'essenza e le opere del numero devono essere giudicate in rapporto alla potenza insita nella decade; grande infatti è la potenza del numero, e tutto opera e compie, principio e guida della vita divina e celeste e di quella umana. Senza essa (la decade) tutto sarebbe interminato, incerto, oscuro.

Conoscitiva è la natura del numero, e direttrice e maestra per ognuno in ogni cosa che gli sia dubbia o sconosciuta. Perciò, nessuna delle cose sarebbe chiara ad alcuno, ne' per sè stessa, ne' in rapporto ad altre, se non ci fosse il numero e la sua essenza.

Ora questo, armonizzando tutte le cose con la sensazione nell'interno dell'anima, le rende conoscibili, e tra loro commensurabili…

Ne' solo nei fatti demoniaci e divini tu puoi vedere la natura del numero e la sua potenza, ma anche in tutte, e sempre, le opere e parole umane, sia che riguardino le attività tecniche in generale, sia propriamente la musica.

Nessuna menzogna accoglie in sè la natura del numero, ne' l'armonia; il falso nulla ha in comune con esse.

Menzogna e inadeguatezza sono proprie dell'interminato, dell'inintelligibile, dell'irrazionale. Giammai menzogna spira verso il numero, mentre la verità gli è propria e connaturata.

 

Questa è la prima forma di teologia che valorizza la  conoscenza delle verità fisiche  e le unifica a quelle sulla natura divina.

Nel senso in cui Filolao intendeva il numero, esso ci appare sia come la rappresentazione delle singole unità costituenti il tutto, sia come la misura delle nostre capacità di conoscenza, poichè è attraverso il numero (la misurazione, l'esperimento), che noi siamo in grado di conoscere e valutare tutte le cose. Ed è solo in quanto esistono le entità misurabili che noi possiamo avere pensieri attribuibili al nostro genere.

Inteso in questo senso il numero altro non è che il materiale che consente alla mente di funzionare e a noi di esistere come uomini allo interno della emanazione di Dio, della quale noi stessi facciamo parte insieme al tutto.

Questo è ciò che Filolao e i pitagorici antichi definivano logo mathematico, nel quale non è sentito ciò che usualmente vien definito il contrasto dello spirito con la materia.

Al contrario, per esso, tutto è unificato.

Si comprende quindi che la vita dev'essere intesa come aspirazione all'armonia, non più come contrasto di forze, poichè è chiaro che, una volta simboleggiato il tutto (o la decade, o il dieci, o l' Uno in senso parmenideo), nessun odio può venir concepito verso una parte di esso.

Per questo motivo, nella morale pitagorica, la parte, o il cosiddetto limitato, è concepito in senso negativo come male per sè. o causa del male.

 

In termini moderni, la decade è rappresentata dalle dieci unità arabe: 0. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, mediante le quali può comporsi qualsiasi  cifra.

A differenza della decade antica, ove il 10 costituisce un numero come agli altri, ora il 10 sta fuori della decade, ma la rappresenta ugualmente e completamente in quanto  l'uno è l'unica cifra che, sommata continuamente a sè stessa, può rappresentare tutte le altre. mentre lo zero può rappresentarne il contenitore.

La notizia che ci dà Giamblico (104)  del ritorno di Filolao in territorio tarantino e sulla sua dimora in Eraclea, sebbene non possa considerarsi una vera e propria prova storica, a me, tutto considerato, sembra attendibile. Diels, del resto, ci crede, e il testo dello Zeller – Mondolfo la giudica probabile. In fondo, Filolao era tarantino, e le notizie che dalla città provenivano dovevano essere buone; persecuzioni di pitagorici, che forse all'epoca dell'incendio di Crotone si erano temute, non ce n' erano state, ed anzi, in Taranto il pitagorismo era sempre stato favorito. Per di più Eraclea, colonia fondata da pochissimi anni, poteva avere motivi di attrarlo. La democrazia tarantina era certamente più vivibile di quella greca, che aveva imboccato la via della decadenza, Il desiderio di rivedere la patria, intesa almeno come territorio italico, doveva essere forte.

Così, Filolao tornò nella sua terra, forse intorno al 420 a.C., nel tempo della pace di Nicia. La propria permanenza in Tebe era durata una ventina d'anni.

L'importanza della scuola di Eraclea non fu minore di quella di Tebe; fra i tarantini che Filolao poté istruire furono Eurito ed Archita.

Intorno a quest'ultimo, è più probabile abbia frequentato una scuola pitagorica in patria, piuttosto che a Crotone, ove una fonte lo avrebbe voluto scampato all'incendio.

Fra Archita e Filolao vi sono in comune molte affinità: una è l'uso del dialetto dorico, cosa che non è priva di importanza, se si pensa che Crotone era colonia Achea, e che i filosofi dori della madrepatria scrivevano allora tutti in ellenico.  Quindi la comune idea della decade (Archita aveva scritto un libro su tale argomento); la cultura di Archita, per molti punti, e soprattutto per ciò che riguarda l'acustica e la matematica, non sembra altro che la continuazione di quella filolaica (105).

Completati i suoi studi Archita si recò a Reggio, luogo di raccolta di pitagorici verso i quali doveva sentirsi attratto.

Al ritorno da quella città fu in grado di occuparsi di affari pubblici e di scienza, e di amalgamare così bene queste sue qualità da diventare l'uomo di governo più illuminato della Taranto antica, ed il più illustre, forse, di tutta la Magna Grecia.

Ci piace immaginare felici gli ultimi anni di Filolao. Apprezzato e rispettato più che in Tebe, ov' era un emigrato, con discepoli che lo amavano, egli passava il suo tempo nello studio e nella compilazione dei suoi libri Sulla Natura, e Le Baccanti (106). La vita di Filolao probabilmente ebbe termine fra il 410 e il 390 a.C. dopo una esistenza durata fra i 65 e i 90 anni.

Intorno al luogo della sua morte, nessuno ce ne dà notizia, e la cosa non desta meraviglia, considerata la pessima conservazione delle memorie di Magna Grecia nel quinto secolo. Ne' il suo trapasso avrebbe potuto suscitare rumore. Morì un insegnante, un professore, un uomo assai semplice che, tuttavia, a distanza di venticinque secoli ha ancora qualcosa da dirci.

 

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FILOLAO – Capo 3°

 

Un'altra delle materie alle quali si interessavano Filolao e la sua scuola, era la fisica meteorologica. Egli ed Empedocle furono i primi a considerare uniti i quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco.
Prima di allora le scuole filosofiche non avevano trattato il problema del principio del mondo, considerando gli elementi globalmente. Con Ippaso (che si collega in questo a Parmenide) aveva trattato il fuoco (54), e con Ione di Chio la terra e l'aria (55). Nè vi era comunanza dei quattro elementi nelle scuole ioniche, nè in Elea.
Secondo Talete, l'elemento primordiale, il generatore di tutte le cose era l' acqua. Anche per Aristotele l'acqua doveva essere l' elemento più antico, poichè egli ricorda che i primi teologi misero Oceano e Teti al principio della generazione (56).
 
 
Secondo Anassimandro la terra si forma dalla continua trasformazione degli elementi (57), e tale concetto Galeno attribuì a Talete. Comunque, per lui (Anassimandro) gli elementi e la terra provengono dal fuoco (la sfera di fiamma). E' questo un postulato che precorre l'atomismo della scuola di Abdera.
Dello stesso avviso è Eraclito: tutto si genera dal fuoco, per rarefazione e condensazione (58):
"Spegnendosi il fuoco, si viene a formare l'universo" (59).

 

Simplicio ricorda che Anassimandro pone a principio l'infinito (60), ed Aristotele (61)  la natura che sta fra l'aria e il fuoco, o l'aria e l'acqua (62).

Secondo Ezio, la meteorologia di Anassimandro vuole che i tuoni, le folgori, le bufere e i tifoni, abbiano origine dall'aria mossa.

Secondo Anassimene, al principio starebbero l'aria e l' infinito (63), i venti sarebbero aria condensata e questa, rarefacendosi, può diventare fuoco (oggi diremmo che il calore dilata i gas). La compressione dell'aria formerebbe le nubi, e la sua condensazione le piogge, e tutte le altre precipitazioni. Alla fine, la estrema condensazione dell'aria formerebbe la terra.

L' arcobaleno, secondo Anassimene, si formerebbe per riflessione dei raggi solari quand'essi si specchiano nella umidità di una nube oscura. Non riuscendo ad attraversarla, rifletterebbero (64).  Per lui l'arcobaleno si formerebbe anche la notte, ad opera dei raggi lunari (65).

I terremoti avverrebbero durante la siccità, o nei periodi eccezionalmente piovosi.

Senofane di Colofone pone a principio la terra (66).

Secondo l'ateo Ippone i principi sarebbero il freddo e il caldo (67).

Per Diogene d'Apollonia l'elemento generatore è ancora l'aria (68), sebbene l'origine delle cose proceda dall' uno, ciò perchè il caldo può diventare freddo, l'asciutto umido e viceversa (69). La sua meteorologia è anch'essa originale e molto vicina alle conoscenze attuali. Il tuono sarebbe prodotto dallo spegnersi del fuoco sopra una nuvola (70),  mentre suo è il concetto del sole che, dopo aver attratto a sè, con l'evaporazione, l'umidità, la ridistribuisce (71).

Molto vicina alla verità (intesa come conoscenza del reale) è, comunque, la scuola pitagorica di Crotone, con Ippaso, all'inizio del quinto secolo a.C.  Egli ammette che tutte le cose si formino dal fuoco per condensazione dell'astro (72),  Alcmeone ammetteva due soli elementi (73) e così la scuola di Elea che, con Parmenide, supponeva soli elementi costitutori il fuoco e la terra, ai quali Ione di Chio aggiunse l'aria. (74).

 

Verso la metà del quinto secolo a.C., o appena un po' più tardi, Filolao ed Empedocle giungono contemporaneamente alla conclusione di collegare fra loro i quattro elementi naturali. Empedocle, sappiamo, rifiutava l'idea dell'unità del principio e. come ricorda Guido Calogero, cercò di conciliare le ragioni della scuola di Elea con quelle contenute nelle teorie di Eraclito. Egli pose a genesi delle cose esistenti le quattro radici del tutto: acqua, terra, aria, fuoco. Che poi oggi si sappia che gli elementi sono molti di più, filosoficamente la cosa non è importante.

Anche le cognizioni di Filolao riguardano soprattutto la trattazione di quelli che, dopo le sistemazioni dell'Accademia, saranno definiti i quattro elementi naturali (75) .

La trattazione dell'argomento acquista in Filolao carattere di particolare originalità, poichè Ezio ricorda la connessione che i pitagorici facevano fra i cinque poliedri regolari e gli elementi naturali (76).

La Timpanaro-Cardini, commentando il passo di Ezio, attribuisce invece l'accostamento al nostro autore (77). La cosa è molto probabile dato il carattere della scienza platonica (di Ezio), che risente molto di influenze pitagoriche, in particolare filolaiche.

Dei corpi solidi inseriti nella sfera, si sa che la scuola pitagorica conosceva in principio il cubo, il dodecaedro e la piramide, cui si aggiunsero, al tempo di Filolao, l'ottaedro e l' icosaedro regolari.

A dire il vero, uno scolio al libro XIII degli Elementi di Euclide, attribuisce la costruzione degli ultimi due poliedri a Teeteto, che fiorì nella prima metà del IV secolo a.C., ma non bisogna dimenticare che quest'ultimo era allievo del pitagorico Teodoro di Cirene, per cui non è escluso che i cinque poliedri regolari descritti fossero tutti conosciuti dai pitagorici già al tempo di Filolao.

Non bisogna dimenticare che Platone di Filolao usò largamente i libri, dei quali andava in cerca, come abbiamo già visto, tanto che fu accusato di avere da lui plagiati il Timeo (78). Occorre però considerare che Platone visitò anche Teodoro di Cirene (79).  Quindi vanno posti in rilievo i contatti che esistevano fra le scuole pitagoriche di Eraclea italica e quelle di Cirene, e si possono rammentare Clinia e Prorus (80). Ciò si spiega, naturalmente, solo ammettendo la permanenza di Filolao in Eraclea negli ultimi anni della sua vita.

Alla fine, accettando la tesi della Timpanaro-Cerdini, che si debba a Filolao la connessione fra elementi e solidi geometrici inscritti nella sfera, si deve concludere che questo argomento ha interesse storico in quanto stabilisce che furono Filolao ed Empedocle a trattare per primi, unitamente, i quattro elementi.

 

Kylix attica a figure nere con scena raffigurante

corridori in gara seguiti da cavalieri. VI sec. a.C.

Taranto, Museo Nazionale.

 
 

 

Altrettanto potrebbe dirsi per le cognizioni aritmogeometriche, le quali progredirono notevolmente nel quinto secolo a.C., per merito delle scuole pitagoriche, sino a scindersi definitivamente nella matematica e nella geometria propriamente dette.

L'evoluzione comincia al tempo di Ippaso, durante la scoperta dei cosiddetti numeri irrazionali. Prima di allora si consideravano soltanto le unità intere, ad es. un punto, o un corpo formato da una serie indeterminabile, ma pure finita, di punti. Non si aveva ancora idea del numero non finito (come potrebbe essere, ad es. il famoso 2,314159… determinato poi da Archimede). Fu proprio il gruppo di Ippaso, che speculando intorno a quello che oggi è definito il teorema di Pitagora si trovò ad imbattersi in quello che oggi è definito il "numero irrazionale".

 

 
Il teorema di Pitagora.

 

Preso da Google IMMAGINI.

 

 

 

Se si suppone a = 1 ; allora la diagonale del quadrato, per quasi qualsiasi grandezza di b, sarà uguale a un numero irrazionale. Ad esempio, per b= 2 il valore dell'ipotenusa sarà 2,23606797…, cioè si sarà ottenuta una espressione numerica non realizzabile con riga e squadra, ovvero  il primo di una serie di risultati cui pervennero in seguito Teodoro di Cirene e il suo celebre discepolo Teeteto, i quali condurranno alla fine dell'aritmogeometria come scienza ed alla suddivisione di essa in geometria e matematica.

Tale scoperta – si dice (vedi Giamblico) – potrebbe essere stata fatta dallo stesso Ippaso durante i suoi studi sul dodecaedro o sul teorema di Pitagora, ed essere stata considerata, sulle prime, una vera contraddizione di Scuola che Ippaso stesso avrebbe rivelato tradendo il segreto e screditando il sodalizio.  Cosa che suscitò indignazione contro di lui e che lo volle, o affogato nel mare per naufragio "per castigo divino" oppure, proprio affogato di proposito (81).

Tornando ai numeri irrazionali, Antonio Maddalena sostiene (82)  che la dimostrazione della irrazionalità di √2 si deve ad Archita.

Durante l'auge di Archita, infatti, la divisione sarà completamente compiuta, tanto che egli sosterrà essere l'aritmetica superiore alla geometria. Per il momento, comunque, ci si mantiene in un periodo di transizione durante il quale progressi sono compiuti dalle scuole di Cirene, ma non da quella di Filolao in Tebe.

 

Ben diversa è, invece, l'importanza di Filolao per quanto riguarda l' evoluzione delle teorie musicali e per la conoscenza della fisica acustica. E' importante rilevare che, nella storia della scienza greca, le prime esperienze di sperimentazione acustica furono compiute proprio nella scuola pitagorica di Crotone.

E' stato scritto che fu Pitagora a iniziare i crotoniati alle teorie musicali, e che avesse egli stesso tratte le proprie conoscenze dai babilonesi (83). Sperimentalmente, comunque, le prime sperimentazioni musicali greche devono attribuirsi al gruppo del metapontino Ippaso (84)  del quale facevamo parte Glauco e Laso di Ermione.

Di Glauco è stato detto che usava misurare il timbro dei suoni percotendo dischi sovrapposti. Laso di Ermione (85)  eseguiva misure seguendo il criterio della velocità delle vibrazioni. Attraverso tali sperimentazioni si scoprì che, variando la quantità di liquido contenuta in un vaso possono ottenersi suoni misurabili di timbro diverso.

Se, ad esempio, si prendevano due vasi uguali, ed uno lo si teneva vuoto, e l'altro lo si riempiva a metà, si poteva attribuire un valore alla differenza dei suoni ottenuti.

A un accordo similare si diede nome di ottava, mentre nome di quarta si diede a un accordo ottenuto percuotendo un vaso vuoto e un altro (uguale) pieno la quarta parte.

Fra un vaso vuoto e un altro (uguale) riempito per un terzo si otteneva un accordo detto di quinta. Cioè: 2:1 nell'ottava, 3:2 nella quinta, 4:3 nella quarta.

Secondo Boezio (86) Eubulide ed Ippaso perfezionarono questi rapporti. Unendo i rapporti di quinta e ottava essi ottennero un rapporto definito triplo ovvero, 2:1 per 3:2 uguale a 3:1. Ed unendo il triplo alla quarta ottennero il cosiddetto rapporto quadruplo, che chiamarono anche doppia ottava (87).

 

Al gruppo di Filolao può attribuirsi, in questo campo, la divisione del tono in apotome e leimma (88).

Le conoscenze antiche si basavano, abbiamo visto, nella constatazione, valida tutt'oggi, che i suoni vengono percepiti in quanto vibrazioni dell'aria provocate da oggetti. Da qui la ricerca di rapporti numerici fra il timbro di detti suoni e la lunghezza delle corde, o lo spessore dei dischi che vengono posti in vibrazione.

A Filolao sono attribuiti anche esperimenti con strumenti a fiato, e le sue esperienze lo portarono a dedurre che l' ottava era il prodotto della quinta per la quarta: 3:2 per 4:3 = 12:6 = 2:1. mentre il loro rapporto dava il tono 3:2 :4:3 = 9:8.

Il tono, a sua volta, si poteva dividere in due parti, la leimma (semitono minore, o diesis, e l' apotome (89).

Il rapporto della leimma era 243:256, e quello della apotome 2048:2187. Il prodotto di questo rapporto riconduce il tono intero a 9;8.

Importante è rilevare quanto ricorda Proclo (90),  cioè che la scala musicale di Platone descritta nel Timeo, deriva per notevole parte da quella di Filolao. Anzi, in Platone manca l' apotome, pure essendo la scala più estesa.

Un progresso in questo campo si avrà ancora in Archita, e sarà rappresentato nella importante scoperta scientifica, che le note sono proporzionali alle velocità vibratorie, e in ragione inversa della lunghezza.

Ancora nella fisica Filolao ci dà il limite cui era giunta la scienza greca nel quinto secolo a.C. Egli si occupò della natura della luce, di quella del calore e del colore.

Un frammento di Ezio (91)  ricorda che, secondo Filolao, il sole è di natura vitrea, esso assorbe il fuoco che è nel cosmo e ne trasmette a noi la luce e il calore, tanto che, in un certo senso, vi sono due soli, la sostanza ignea celeste e il corpo reso igneo da quella (92).

Secondo gli studiosi ionici Anassimandro e Anassimene il sole era una massa d'aria condensata piena di fuoco, Avrebbe avuto forma di ruota, o di tromba, e avrebbe mandato luce dal centro, attraverso i raggi (93) (Anassimandro). Esso sarebbe stato grande 28 volte la terra (94),  e l'eclisse sarebbe avvenuta quando uno spiraglio, o una bocca, si otturavano.

 

Morte di Milone di Crotone imprigionato dall'albero.

di Joseph Benoit Suvee (1743-1807).

preso da Google IMMAGINI.

 
 

 

Per quanto riguarda la fisiologia, Filolao rivela pienamente la sua provenienza culturale italica.

Qui Filolao traeva da una tradizione illustre, considerando che l'arte medica periodeutica della scuola di Crotone era, nella prima metà del quinto secolo a.C., la migliore del mondo. Essa traeva i suoi postulati fondamentali da un concetto puramente etico che veniva applicato sul piano fisico: la constatazione che la perfezione si identifica con l'armonia. sia essa formale, che morale.

Si riteneva che un corpo armonicamente proporzionato, sia nell'estetica che nelle funzioni, dovesse essere un corpo sano, e questo è un concetto che rivela una influenza spartana. Ma mentre in Sparta la ginnastica era praticata fine a sè stessa e riguardava la preparazione militare, in Crotone essa divenne raffinata arte medica avente lo scopo di mantenere nell'uomo l'armonia fisica e, tramite questa, proteggerlo dalle malattie.  Il metodo era quindi, non tanto di guarire gli ammalati, ma di non fare ammalare i sani. Se dobbiamo giudicare dalla longevità dei pitagorici dei quali ci porta notizia Aristosseno, il grande tarantino del quarto secolo, dobbiamo dedurre che il metodo funzionava. Del resto Erodoto considera di 70 anni, la media della vita nell'antichità (95), cifra interessante se si considerano le frequenze, e i modi delle guerre di allora,

In conclusione, proprio i sani erano curati e controllati costantemente dai medici, mediante gli esercizi di palestra e le diete.

Non si deve però pensare che, all'occasione, non si sapessero guarire i malati; la storia ricorda la brutta caduta da cavallo di Dario di Persia e la sua caviglia slogata, guarita dal celebre chirurgo crotoniate Democede dopo che nessuno fra i medici egiziani e persiani era giunto un buon risultato (96).

Ora, è chiaro che una buona chirurgia richiede adeguate cognizioni di anatomia, così come una buona medicina richiede cognizioni di fisiologia.

Fra i crotoniati si era distinto Ippone, ma Alcmeone ci è noto come il vero e proprio fondatore della vivisezione  (97).

Ancora può venirci in mente quanto da queste deduzioni trassero Diogene d'Apollonia ed Empedocle, che certo alle scuole pitagoriche devono molto.

Per Filolao. anch'egli convinto fautore dell'armonia, (e lo vedremo meglio trattando il suo pensiero teologico), il corpo umano. invece di dovere la vita a un equilibrio di contrari, è formato di solo caldo, e il freddo vi s'introduce attraverso la respirazione. Però, come giustamente osserva la Timpanaro – Cardini riprendendo una opinione del Covotti, in questo concetto esiste implicito il senso di un'armonia dinamica: il continuo riequilibrio del caldo col freddo.

Secondo le testimonianze di Menone, per Filolao le malattie si generano o per cause dovute alla bile, o al sangue, o al catarro, che egli ritiene caldo. Cause pratiche ne sarebbero l'eccesso o la scarsità di riscaldamento, o di aria, o di nutrimento, e simili, secondo una traccia alcmeonica.

Da notare che l'autenticità del frammento citato in nota (98) fu messa in dubbio dal Doëring, che credette di rilevare incompatibilità tra il Filolao aritmogeometra, o astronomo, e il medico. L'obiezione fu contestata dal Mondolfo (99), secondo il quale le materie delle quali Filolao si occupava erano tutte introdotte nella scuola pitagorica.

 

 

 

 

 

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FILOLAO – Capo 2°

 

 

Pelike attica a figure rosse. Scuola polignotea.
Nike che premia un atleta. Fine V. sec. a.C.
Taranto, Museo Nazionale. Foto G. Carrano.

 

 

La descrizione della dottrina e della intelligenza di Filolao sarà divisa in due parti. Nella prima saranno presentate le sue intuizioni di astronomia. aritmo – geometria, acustica, ottica e fisiologia; la seconda sarà dedicata al suo concetto etico della vita, alla decade e alla esposizione dei suoi principi morali.

 

Sarà bene riepilogare brevemernte il succedersi delle scoperte e intuizioni astronomiche dei greci sino al quinto secolo a.C., allo scopo di comprendere bene il valore del sistema filolaico che sarà presentato.

Le prime intuizioni astronomiche greche delle quali siamo a conoscenza, appartengono alle scuole ioniche del settimo secolo a.C.

Secondo Talete, il grande astronomo noto dai testi di Erodoto per avere preannunciato l'eclisse di sole dell'estate 610 a.C., al tempo di Ciro il Grande,  la terra è piatta come una tavola che galleggia sull'acqua (22).

 

 
Un tale errore non impedì la esecuzione di interessanti misurazioni, come quella dell'intervallo fra solstizio e solstizio, quella dell'anno, che fu diviso in 365 giorni, 12 mesi e 4 stagioni. Calcolò Talete la grandezza del sole e quella della luna, relativa alle loro orbite (23). Insegnò ai naviganti a servirsi dell'orsa minore, costellazione che comprende la stella polare (24). Mise l'acqua a principio del tutto.
Secondo Anassimandro, dall' infinito generatore nacque una sfera di fiamma la quale, spezzatasi e separatasi in cerchi, diede origine al sole, alla luna e agli ai pianeti (25).
E' questa una ipotesi sull'origine del sistema solare che, alla luce delle nostre conoscenze, resta una delle più vere.
La rappresentazione del sistema è  geocentrica, e la forma della terra è quella di una colonna di marmo (26).  sovrastata dalla calotta del firmamento. Ciò a simiglianza delle esperienze visibili: guardandoci intorno dall' alto di un colle, o sulla superficie del mare, scorgiamo il circolo dell'orizzonte, sicchè potrebbe sembrare, se non avessimo cognizioni più approfondite, di starcene proprio sulla estremità di un cilindro piantato in verticale.
Il sistema di far procedere la scienza per osservazioni del reale sempre più approfondite, deve considerarsi corretto.
Scoperte e misurazioni importanti dell'epoca sono tuttavia la scoperta dell'esistenza del polo (mediante la stella polare), lo gnomone (27). la divisione del giorno in 12 parti e la constatazione della obliquità dell'ellittica. Ad Anassimandro viene attribuita la prima tavola della terra conosciuta (28). e, secondo Simplicio (29) la misurazione della grandezza apparente del sole e quella della luna, e la loro distanza, mediante lo studio delle eclissi.
Per Anassimene ogni cosa è originata dall'aria, intendendo con questo nome anche ciò che molto più tardi sarà definito etere cosmico.
La terra ne è ferma nel mezzo, e il cosmo si muove intorno ad essa come una mola di mulino (30). Le stelle sono ignee, conficcate nel cielo come chiodi (31).
Degna di nota è la intuizione che la luna riceve la propria luce dal sole (cosa delle quale era convinto anche Filolao), e la scoperta che lo stesso giorno dell'anno aveva una durata di luce diversa, dipendentemente dalla latitudine (32); quest'ultima scoperta favorì notevolmente la successiva constatazione della rotondità della terra.
Per Anassimene, comunque, la terra è ancora di forma piana (33).
Diogene d'Apollonia, suo discepolo (34), fu un convinto assertore della sfericità della terra, che però non  distaccò dal geocentrismo. Al suo nome sono legate alcune osservazioni molto interessanti:
Tutte le cose – egli dice – hanno origine dall'uno, poichè il caldo può divenire freddo, l'asciutto umido, e così via (35).  Tale considerazione lo pose a dare un significato etico alle proprie scoperte, definendo, con Anassagora, l'esistenza del Nous, ovvero di un principio d'intelligenza universale suo proprio.
Per dire tutto in breve – egli afferma – a me sembra che tutte le cose esistenti siano per alternanza del medesimo che si trasforma e muta (36). A questo principio egli attribuì intelligenza.
Non potrebbe – aggiunge – distribuirsi se non avesse intelligenza, in modo che ci sia per ogni cosa una misura, per l'inverno e per l'estate, per la notte e per il giorno, per le piogge, per i venti e per il sereno (37).
La Scuola di Elea conobbe la sfericità della terra grazie a Parmenide (38),  probabilmente più tardi di quella di Crotone. Anzi, se si ritiene Parmenide discepolo del pitagorico Aminia, come è probabile (39). può darsi che questa conoscenza sia giunta a Elea grazie ai rapporti con gli studiosi del sodalizio.
Ezio, Diogene e Strabone scrivono di Parmenide come di un astronomo serio, che non si limitava alle congetture. Di lui si dice che osservò gli astri Espero e Lucifero, scoprendo che si trattava dello stesso corpo celeste (il pianeta Venere), e che divise la terra in cinque zone: l'artica e l'antartica, le due temperate, e la zona torrida (40).
Comunque, la scuola pitagorica aveva già effettuato una analoga divisione della volta celeste (41). 
Hydria tardo-attica a figure rosse.
Il trionfo di Eracle e l'apologia della forza.
Fine V. sec. a.C. Taranto, Museo Nazionale.
 
 Quando Pitagora giunge a Crotone porta con sè la conoscenza della sfericità della terra. Riepilogando, abbiamo visto che già le ricerche di Anassimene sulla diversa durata del giorno avevano preparato la scienza greca a tali risultati.
Al gruppo di Ippaso si deve la constatazione, del resto non originale, che l'universo è in perpetuo movimento, ma soltanto con le scoperte di Alcmeone si preparano le successive costruzioni filolaiche. Al crotoniate Alcmeone si deve infatti la importante osservazione che i pianeti presentano un moto apparentemente ritardato rispetto a quello delle stelle fisse (42), e vedremo in seguito che questa indagine risulterà importantissima per la costruzione della teoria pirocentrica di Filolao. Quest'ultimo, infatti, toglierà  la terra dal centro del sistema planetario e porrà le basi per le più esatte concezioni eliocentriche di Aristarco di Samo e Copernico.
 

 

Si noti che in epoca presocratica le cognizioni scientifiche si susseguono le une alle altre ordinatamente, per progressione, così come avviene oggi, e che raramente si notano recessioni. Ricorda il Sambursky che la storia della scienza moderna, caratterizzata da una organica successione cronologica, non trova riscontro nella scienza greca, slegata e individualista. Però ciò avviene con, e dopo Aristotele.

"Alcune idee di Aristotele, ad esempio, seguono un passo indietro rispetto a quelle dei primi atomisti, giacché hanno impedito lo sviluppo di alcuni principi validi contenuti in tali dottrine" (Sambursky (43).

Se questo accade nei lunghissimi secoli che vanno da Socrate a Galileo, con le eccezioni splendide, ma isolate, della scienza dell'età ellenistica, bisogna pur riconoscere che, nei presocratici, anche tra scuola e scuola, esistevano interdipendenza, organicità, continuazione di pensiero e progressione di risultati.

 

Sulla traccia delle scoperte alcmeoniche ci giungono le deduzioni di Ippocrate di Chio intorno alla natura delle comete. Secondo questo autore si deve riconoscere la dipendenza delle comete (o della cometa) dal sistema planetario. Soltanto che, invece di risolvere il problema supponendo un'orbita molto grande (ciò che permise, ad es. a Halley e ad Encke di pronosticare  esattamente le frequenze delle apparizioni delle loro), egli dedusse che la cometa si trovava talmente vicina al sole da apparire invisibile per lunghissimo tempo. Ciò egli affermava a similitudine di quanto accade al pianeta Mercurio, raramente percettibile con mezzi ottici normali, o allo stesso pianeta Venere, l'astro più luminoso del cielo, però visibile soltanto nei brevi intervalli crepuscolari mattutino e serontino.

La luminosità dei componenti la cometa si attribuiva a rifrazione di raggi solari, teoria che, tutto sommato, non si discosta molto dalle conoscenze attuali (44).

Aristotele ricorda (45) che il ritardo della cometa avverrebbe in prossimità dei due circoli polari, Tale ritardo, già constatato da Alcmeone nei pianeti, faceva sì che il moto apparente di questi (e della cometa) dovesse considerarsi retrogrado.

Questa era la base delle cognizioni astronomiche greche al tempo di Filolao.

Al nostro studioso va il merito di averle di molto ampliate e migliorate.

 

La concezione astronomica di Filolao comprende, in breve, per prima, il moto della terra. Anche se il sole non è ancora collocato al centro del sistema, e se il suo posto è occupato da un invisibile fuoco, non vi è dubbio che questa concezione spinge avanti, nel modo giusto, il progredire scientifico.

Soprattutto se si considera, che, nonostante le scoperte di Aristarco di Samo, si dovette giungere al XVI secolo dopo Cristo per ottenere una teorizzazione (con quali contrasti tutti sappiamo) di eliocentrismo.

Maggior merito acquistano le considerazioni di Filolao se si constata che esse costituiscono la logica conseguenza delle scoperte astronomiche sino a quel momento avvenute, in particolare delle scoperte sul moto ritardato dei pianeti, e degli studi, che si perfezionarono sempre più, intorno alle eclissi di sole e di luna.

Proprio per giustificare le eclissi la scuola di Filolao mise un astro accanto al fuoco centrale e lo chiamò antiterra.

Questa antiterra, primo dei pianeti del sistema pirocentrico, era invisibile dalla terra, perchè, secondo le cognizioni dell' epoca, soltanto l'emisfero boreale era abitato. L' altro emisfero volgeva all'antiterra, con la quale la terra era in congiunzione, e l'antiterra volgeva al fuoco.

Le distanze della terra e dell' antiterra dal fuoco erano relativamente piccole, e ciò, come informa Aristotele (46)  per minimizzare l'errore di parallasse che, secondo il suo giudizio, avrebbe dovuto rendersi evidente nel caso la terra non si fosse trovata al centro.

Vedremo che, a parte la determinazione della parallasse equatoriale della luna, dovuta a Ipparco, dovremo giungere addirittura a Henderson, in pieno XIX secolo, o perlomeno al 1662, con la determinazione della parallasse solare, per ottenere misurazioni soddisfacenti in questo settore.

Si noti quindi che non si poteva ancora parlare di rivoluzione della terra intorno al sole, così come la conosciamo noi oggi. Si parlava allora di rivoluzione della terra e dell' antiterra a fianco del sole. Rivoluzione che la terra eseguiva velocemente, essendo vicina al fuoco centrale, sicchè in un intero giorno perdeva il sole (che eseguiva la propria rivoluzione intorno al fuoco assai più lentamente (essendo più lontano), e lo riguadagnava all'alba nel modo indicato nella figura.

E' da rilevare che qui il sole è considerato fermo, e che le grandezze non sono, ovviamente, proporzionali alle distanze.

 

Sistema planetario ideato nella Scuola di Filolao.

Il valore scientifico di questo sistema proviene dall'intendimento di dare un significato alla scoperta del moto ritardato dei pianeti formulata da Alcmeone di Crotone. La Terra si muoverebbe intorno a un fuoco centrale insieme a un'Antiterra, invisibile dall'emisfero settentrionale, teorizzata per superare la discussione sull'errore di parallasse, (vedi nel testo) che impediva, in quel tempo, di mettere il sole al centro, cosa peraltro sostenuta, in epoca ellenistica, da Aristarco di Samo (310 – 230 a.C.). Soltanto più tardi la centralità della Terra sarà sostenuta in modo sacrale sia dalle religioni pagane che cristiane o comunque successive.

 

 

 

In effetti il moto del sole intorno al centro doveva produrre uno sfasamento, ovvero un ritardo rispetto al moto apparente delle stelle fisse. Tale ritardo, se non poteva essere osservato a occhio nudo di giorno, dato che la luminosità del sole cancella la luce di riferimento delle stelle, era tuttavia rilevabile nei pianeti che, al pari del sole, erano interessati alla rivoluzione intorno al fuoco centrale.

Il moto retrogrado era già stato osservato, come abbiamo visto, nel sodalizio crotoniate.

Filolao dunque trae logiche conclusioni dalle osservazioni dei suoi predecessori, e sulla base di esse postula una teoria di sistema astronomico avanzato.

Si noti che, come la constatazione delle diversa durata del giorno a differenti latitudini aveva avuto come conseguenza la consapevolezza della sfericità della terra, in modo analogo la scoperta del moto apparentemente più lento dei pianeti doveva condurre la scienza al ripudio della concezione geocentrica.

Tale moto era spiegato con supposizioni molto arbitrarie: alcuni ritenevano che i pianeti rallentassero la loro corsa in corrispondenza dei poli, altri, come gli astronomi Eudosso e Callippo, seguiti da Aristotele, che eseguissero strani movimenti di rotazione di sfere concentriche.

Filolao, in definitiva, si rende conto del valore della scoperta di Alcmeone e compie il primo passo nella direzione giusta. Per concludere, il suo sistema comprendeva, oltre all'antiterra, terra, luna a sole, anche i  pianeti  (in ordine di vicinanza dal sole) Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, quindi i cielo delle stelle fisse (47). Non è ben chiarito se Filolao attribuisse movimento al cielo delle stelle fisse, ma sembrerebbe di no, perlomeno in senso relativo ai pianeti.

Se si eccettua la parentesi eliocentrica di Aristarco di Samo (che ebbe, comunque, assai poco seguito nella sua epoca), dovranno passare oltre duemila anni prima che il mondo si renda in grado di postulare un sistema astronomico più progredito. Teofrasto riferisce che Platone, da vecchio, si pentì di non avere teorizzato il fuoco centrale (48).

Il numero totale dei corpi celesti compresi nel sistema di Filolao, assomma a dieci (compresa la sfera delle stelle fisse), ma se ad essi si aggiungono il fuoco centrale e la cometa, la decade scompare, e qui appare inutilmente polemica la critica di Aristotele (49)  nella quale i pitagorici italici sono accusati di pregiudizio. Cioè, secondo lo stagirita, si sarebbe costruito un sistema planetario di dieci corpi, soltanto per contemplare la decade.

Anche Aristotele, comunque, opponeva un concetto valido per quell'epoca, ed era la famosa questione della parallasse, che, vedremo, potrà essere risolta soltanto dopo l' invenzione del cannocchiale.

Si sapeva, all'epoca, che, essendo la terra sferica, un angolo di parallasse si sarebbe dovuto poter misurare almeno nei corpi celesti vicini, come la luna, il sole e i pianeri, e abbiamo visto che Aristarco, in epoca ellenistica, tali misurazioni le compì. Però, la negazione che uno spostamento parallattico potesse rilevarsi dalla osservazione delle posizione delle stelle fisse rimase, fino a Galileo, il principale argomento di opposizione a tutti i sistemi diversi da quello geocentrico,

 

In conclusione, è da escludere che il sistema astronomico di Filolao presupponesse la conoscenza della precessione degli equinozi, scoperta che si deve ad Ipparco di Nicea (190 -120 a.c.).

La base scientifica sulla quale si fondava Filolao era semplicemente quella del moto ritardato dei pianeti. Censorino, nel de die natali 238 d.C. informa che il grande anno di Filolao comprendeva 59 anni e 21 mesi. L'anno solare sarebbe invece stato composto di 364 giorni e mezzo (50).

Riguardo alla natura della luna e del sole, secondo Filolao la prima sarebbe formata di sostanza terrosa, e simile al nostro pianeta (51),  anzi, il nostro autore giunse a supporre che fosse abitata. Riguardo alla natura del sole, secondo la testimonianza di Ezio (52), Filolao lo intenderebbe formato di materia vitrea porosa capace di assorbire il calore del fuoco cosmico e diffonderlo.

La Timpanaro-Cardini  (53) ricorda Schiaparelli, il quale riteneva che, nella  concezione filolaica, il sole dovesse assorbire anche la luce invisibile del fuoco centrale. Naturalmente, la scienza ha bisogno di un adeguato sussidio di strumenti pratici, senza i quali non le è possibile sapere se le deduzioni che si raggiungono sono esatte e riproducibili.

 

 

 

 

 

 

 

 

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FILOLAO – Capo 1°

 

Enrico Orlandini:
EPISODI E FIGURE DELLA TARANTO CLASSICA
Taranto 1964
 
 
 
 
 

 

 

 

Lekythos attico a figure nere. VI sec. a.C.

Scena di palestra.

Taranto. Museo Nazionale.

 

 

A voi ritornerò a parlare;

terrò in mano questa stessa verghetta

e vi vedrò come ora, seduti.

EUDEMO AI DISCEPOLI.

 

La realizzazione di un saggio storico su un personaggio antico presenta, in genere, tre distinte difficoltà: la prima è quella di stabilire una cronologia che sia, per quanto possibile, scevra da inesattezze; un'altra, quella di comprendere bene la cultura e lo spirito del tempo e della società in cui visse; la terza, è quella di renderlo comprensibile al nostro secolo. Vedremo come quest'ultima sarà la difficoltà minore.

 

Venire esattamente a capo della cronologia è impossibile poiché i documenti antichi dai quali si deve trarre, come osservò giustamente il Mondolfo (1), non creano una tradizione, ma si confondono, tanto che gli autori moderni non sono meno discordi degli antichi.

 

 

 

La più importante raccolta di testimonianze e frammenti sui presocratici è stata fatta, da tempo, in lingua tedesca, dal Diels. L'opera, completata dal Kranz (2), è giunta oggi a numerose edizioni e la sua fortuna è tutt'altro che in declino. Sulla traccia di essa sono state composte in Italia utilissime raccolte, fra le quali sono da menzionare quelle di Quintino Cataudella, di Antonio Maddalena, di Angelo Pasquinelli e della Signora Maria Timpanaro Cardini, con buon corredo di note e saggi introduttivi sui vari autori, in particolare quello della Signora Timpanaro – Cardini su Filolao (3).
Dalla lettura di tali frammenti e dai saggi degli autori moderni (v. bibliografia), ci si può render conto che non è molto facile risultare esatti. Basterà dire che sul nostro autore esiste una corrente critica  (4) che lo vuole non esistito, bensì inventato in epoca ellenistica, ed anche più tardi. Corrente che è stata combattuta con successo dalla stesso Diels, dal Mondolfo, dal De Ruggiero, dalla Timpanaro, dall' Olivieri, e da altri. Dispute avvengono poi intorno ai fatti della sua vita, e si discute sulla durata del suo soggiorno in Tebe, o se si debba considerarlo scampato all'incendio, o se sia veramente tornato a Taranto verso la fine della sua vita, ed abbia poi preso dimora in Eraclea, ove avvrebbe insegnato ad Eudemo e ad Archita.
Nonostante ciò, il lettore non deve aspettarsi una storia confusa.
 
Gli autori antichi e moderni sono discordi nell'attribuire la nascita di Filolao, e si vuole che egli sia nato in Tebe, in Crotone, o in Taranto. Noi propendiamo per Taranto fra gli anni 480-475 a.C.   e ne daremo giustificazione in nota (5), (6). La società che, stando alla maggior parte dei suoi studiosi, accolse la sua giovinezza, fu quella che precedette l'introduzione in città del pitagorismo, pervasa da un'ansia di rinnovamento che esplose nel 473 a.C. col mutamento della Costituzione della città. Si manifestò in quel tempo il fenomeno che poi si ripeterà ancora in secoli diversi nell'antico mondo mediterraneo e che sempre si identificherà con la rinascita fisica, e spesso anche morale, del popolo che lo compirà; la genesi della borghesia.
Dall'epoca della spedizione di Falanto l'indirizzo politico e gli usi della città (di origine spartana e di dialetto  dorico), erano stati tali da favorire, soprattutto nel VII e nel VI secolo a.C., la fortuna di una classe sociale di aristocratici fondiari sulla quale si appoggiava il potere monarchico. Le guerre di penetrazione, o di difesa, contro le genti japige, ampliavano o riducevano i terreni coltivabili, e impoverivano o arricchivano la città, a seconda della fortuna. Non sembra che Taranto perseguisse altro genere di politica, almeno sino al mutamento della propria costituzione.
Nel secolo VI a.C. inizia comunque a definirsi la classe borghese cittadina, rappresentata da marinai, mercanti, artigiani, artisti e intellettuali. Molto importanti risultano, da questo punto di vista, alcuni ritrovamenti del prof. Felice lo Porto, sovritendente a Matera (7), i quali ci rivelano l'esistenza  di una attiva vita commerciale della città. L'importazione di oggetti d'arte e di prodotti manufatti doveva essere compensata dalla esportazione di altri articoli, con tutta probabilità derrate alimentari, grano, orzo, segala, miglio, avena, olio, vino,  frutta secca, ed anche animali da riproduzione, ecc.
La evoluzione della società tarantina in questi primi tre secoli della sua esistenza è dunque tipica: all'inizio espansione territoriale e messa a coltura di appezzamenti e latifondi,  per mangiare. Poi, quando la fame è saziata, ed anzi si hanno derrate in abbondanza, queste si cedono contro prodotti pregiati, Si agevolano gli scambi, navi giungono a Taranto, e navi ne partono; la primitiva società patriarcale e rozza si affina, la città si ingrandisce, comincia ad arricchirsi, il ricco aristocratico terriero e l'oplite che combattendo ha meritato il suo campicello, imparano a conoscere il mondo, le nuove possibhilità offerte dalla società in cui vivono, e si trasferiscono nella città.
La popolazione aumenta, le terre non bastano a tutti, nè il cittadino probabilmente le disidera più. Le belle navi che giungono da Corinto, o da Atene, e da tutte le città mercantili della Grecia, del Medio Oriente e dell'Africa, cariche di vasellame pregiato, di monili, di stoffe, il contatto che il mare porta con le più o meno fastose civiltà straniere (8), introducono fra i cittadini desideri e prospettive molto diverse da quelle di un tempo.
In breve, l'uomo della città comincia a sentirsi più fortunato del campagnolo legato alla terra, anche se quest' ultimo ne è il padrone e se schiavi lo servono
Attraverso il mare può giungere a Taranto tutta la civiltà del mondo, che può esprimersi, non soltanto negli oggetti, ma anche in un nuovo fermento intellettuale. E' questo il tempo in cui giungono Pitagora a Crotone e Senofane di Colofone a Elea (9); la cultura ionica fertilizza ora la Magna Grecia e prepara quei frutti che fra non molto si chiameranno Parmenide, Zenone, Filolao e Archita. In questo momento si muovono le correnti di pensiero, le filosofie, gli uomini migliori di tutta la grecità, mutando radicalmente le condizioni di vita, il costume, l' intelligenza dei cittadini che ne vengono a contatto, naturalmente con tutte le contraddizioni che poi la storia dimostrerà.
Comunque, sul momento la città si sviluppa; se navi straniere giungono al porto tarantino, la città ne costruisce di proprie, e dal VI secolo all'epoca della conquista romana avrà una delle flotte più forti  del Mediterraneo. Se dall'estero giungono bei prodotti d'artigianato, la città si pone in condizione di fare meglio, e fra poco avrà propri laboratori di vasellame, alleverà pecore pregiate, sfutterà nell'arte, col bisso e la porpora, le risorse del mare.
Anche l'architettura della città si affinerà. Dal quinto secolo alla conquista romana Taranto sarà una delle più belle città del mondo mediterraneo.
Per concludere, il fiorire delle città porta con sè la nascita della classe borghese (e viceversa), In questo tempo emergono  molti personaggi che saranno nominati nel proseguire di queste righe. I più rappresentativi fra tutti sono comunque (a parte Archita), Icco, che rappresenta la bellezza fisica e materiale della città, e Filolao, che incarna invece in sè i valori spirituali e intellettuali della sua epoca.
 
Fra  le religioni più in voga nella Taranto del tempo erano il culto di Apollo, al quale si collegava il mito di Falanto, ovvero quello dell'Uomo sul delfino, e l'Orfismo.
Riguardo all'orfismo, le raccolte dei frammenti mostrano passi di Aristotele, Eliano, Taziano, Damascio, Atenagora e altri  (9), dai quali si rende evidente l' essenza di questa dottrina: dalla speculazione intorno ai principi del mondo si giungeva alla genealogia degli dèi, che quindi apparivano materializzazioni di idee, o idealizzazioni di fatti naturali veri.
In principio erano l'acqua, e la materia sulla quale si formò, per condensato, la terra. Il terzo principio è Crono, e con esso si congiunge Ananche, la materia incorporea stendentesi per tutto il cosmo e toccante i confini di esso,
Crono genera una triplice figliolanza; l'umido Etere, l'infinito Caos, e l'Erebo caliginoso (10).
Naturalmente, più inesatta è la cognizione, più nebulosi e irreali sono gli dèi che la rappresentano, e meno esatte le leggi di vita che se ne traggono. Ciononostante l' Orfismo genera alcuni principi morali tuttora validi, come l'astenersi dalla uccisioni,  la credenza in una giustizia finale, cioè della premiazione dei buoni della condanna dei cattivi e della necessità della purificazione.
Platone, nelle sue "Leggi" espone come orfico un principio simile a quello del Karma, nel senso che la purificazione non avverrebbe attraverso un giudizio finale, ma dopo un percorso terreno di molte vite, per responsabilizzazione dello stesso soggetto vivente, del quale si dovrebbe dedurre un corpo che si rinnova, però con un'anima sempre diversa.
L'anima, in senso classico, era intesa come un motore, non come un extra corpo, che poi si addosserà tutte le responsabilità di una vita.
 
Da qui il carattere filosofico del pensiero pitagorico più antico che, superando l'orfismo, mantiene l'unità della scienza con la teologia e la morale. Da notare che il carattere scientifico del pitagorismo era sperimentale.
Ma se l'orfismo degenerava in una mistica piuttosto tenebrosa che, setacciata, concedeva ben poco oltre la fiaba, l' esigenza di progredire nella ricerca del vero consigliava molti giovani tarantini a prendere la via di Crotone per istruirsi nel sodalizio pitagorico. Di costoro ci giungono alcuni nomi: Archippo, Liside, Clinia, Filolao.  E' proprio ora, nella prima metà del quinto secolo a.C. che inizia la migrazione culturale.
Di questo temporaneo espatrio della migliore gioventù possono vedersi diverse cause. La prima, per quel che riguarda il periodo monarchico, la si potrebbe considerare, ma solo in parte, come un segno di opposizione allo indirizzo politico del Re Aristofillide e di altri, chiaramente militaresco e ancora legato alle tradizioni spartane.
La migrazione, che continua in periodo democratico, la si può considerare causata dal fervore spirituale seguito al mutamento politico. In definitiva i giovani si recavano in Crotone per educarsi e apprendere. Fra essi erano sia aristocratici che popolari, poichè l' associazione era aperta a tutti i ceti.
Importante comunque, dal punto di vista storico, è osservare che l'educazione contribuì certamente ad affinare la borghesia ed a permettergli di sostituire, nel governo della città, la vecchia aristocrazia. Un processo analogo vedremo ugualmente compiersi nella Roma repubblicana, sebbene in maniera più lenta, dopo secoli di lotte popolari (11).
 
Scena di palestra.
Soprintendenza alle antichità.
 
Più o meno intorno al 460 a.C. Filolao, secondo il nostro testo,  si reca in Crotone. Possiamo immaginarlo giovane, ricco di entusiasmo e di speranze, affascinato dal pensiero della vita che lo avrebbe atteso e dalle cose che avrebbe imparato (12).
Il viaggio dovette avvenire quasi sicuramente per mare. La rotta era facile, percorsa quotidianamente da battelli dalle diverse forme e nazionalità.
Tenendosi alle spalle la stella polare, e inseguendo la rosseggiante Antares, o al dì volgendo la prora verso il centro dell'arco percorso dal sole (se non costeggiando), in meno di una ventina d'ore si giungeva a Crotone. La via di terra sarebbe stata certamente più faticosa e lunga, anche per il forzato attraversamento di molti centri abitati.
Giunto nel sodalizio, Filolao fu ammesso a far parte dei novizi.
La comunità pitagorica possiamo immaginarla come una via di mezzo fra una università ed un convento. I novizi erano sottoposti a prove per essere valutati nella loro preparazione e nello spirito d'obbedianza; si osservava la loro condotta e si assumevano informazioni intorno alla loro famiglia. Lo scopo era scoprire le loro tendenze, per indirizzarli allo studio delle scienze o alla vita pubblica, oppure per conseguire i misteri (Hegel) (13).
Soltanto per questi ultimi era poi prescritto un noviziato di 5 anni nei i quali era loro prescritto il silenzio, inteso come proibizione a parlare di argomenti di scuola..

 

Tale suddivisione di indirizzi può servire a spiegare, in parte, alcuni aspetti contradditori  del pitagorismo.

Le fonti, o perlomeno gli autori neoplatonici e gli altri che ce ne parlano (14) descrivono il sodalizio in modo da farcelo apparire quasi una comunità di mistici studiosi vestiti d'abiti di bianco lino, intenti, come moderni monaci benedettini, a distribuire il lavoro e la meditazione nelle varie ore della giornata (15).  D'altro canto conviene osservare, come è stato anche notato dal prof. Detienne nel quinto Convegno di studi sulla Magna Grecia, che fonti più vicine al sodalizio mostrano un altro aspetto del pitagorismo, quello che, per fare un esempio, ci sorprende quando leggiamo in Dioodoro (16)  che furono proprio i pitagorici a promuovere la guerra sanguinosissima (e spietata per i vinti) contro Sibari, o quando apprendiamo dell'affogamento di Ippaso, o quando sorprendiamo la comunità in mezzo a volgari beghe coi ciloniani per la ripartizione delle terre e dei frutti della vittoria, o anche quando li vediamo organizzare squadre militari in Lucania, o nel Bruzzio, durante i tentativi di riprendere il sopravvento in Crotone.

Cilone era il capo della fazione democratica – popolare in Crotone,  rispetto alla quale i pitagorici potevano essere considerati aristocratici.

 

Intorno al 440 a.C., età sulla quale la critica è sufficientemente concorde nell' attribuire la data dello incendio del bund e della grande persecuzione che mandò esuli i pitagorici da quasi tutte le polis italiote (17),  Filolao è un uomo nel fiore delle proprie forze intellettuali e fisiche. Ha probabilmente fra i 35 e i 40 anni, si è già formato una cultura vasta e una maturità intellettuale che lo innalza parecchio sui propri colleghi.

Il fatto che egli non poteva essere troppo giovane quando migrò verso Tebe ci è mostrato dai suoi scritti, per i quali Aristotele lo definì Studioso italico,  E del resto lo vedremo molto meglio, fra poco.

Se Filolao si fosse recato in Tebe giovinetto, l'influenza italica nella sua cultura sarebbe stata meno evidente (e sarebbe  forzoso spostare ancora in direzione del IV secolo la grande persecuzione), mentre a ritardare troppo la partenza di Filolao da Crotone si corre il rischio di farne un contemporaneo di Archita. E vedremo che la cosa non è possibile, poichè Archita compie dei passi avanti rispetto al nostro, sia per quanto riguarda la interpretazione di alcuni problemi musicali, sia per la geometria. E certo ha ragione Cicerone (18) quando definisce Filolao Il maestro di Archita. In più, c'è il viaggio di Platone in Italia, che giunge per conoscere Archita, e secondariamente Eurito (discepolo di Filolao), mentre del nostro non ricerca che i libri (19).

 Quando Filolao lascia Crotone per recarsi, dopo molte peripezie (20) in Tebe, è già uno studioso maturo, bene in grado di dirigere una scuola, di manifestare la sua spiccata personalità nella cultura del proprio secolo.

La distruzione della comunità pitagorica, la grande tragedia vissuta, devono avere influito profondamente nella sua personalità. Gli scampati meno compromessi  negli avvenimenti se ne saranno chiesti un perchè, e Filolao avrà sicuramente meditato su essi, ricercandone le cause profonde. Ciò anche se non si ammette (Boeck) che egli sia scampato all'incendio, e anzi, se non si riconosce proprio che egli sia vissuto in Italia, cosa, tuttavia, molto difficile da provare.

Per quante colpe si possano attribuire ai ciloniani, al loro demagogismo e alla loro brutalità, certo è che una direzione settaria aveva portato il  bund  ad una eccessiva politicizzazione  provocando l'isolamento scientifico ed inquinando la speculazione sulla divinità.

Più tardi, autori neoplatonici e neopitagorici di epoca romana ci daranno un quadro forse per nulla esatto della struttura ideale del pitagorismo, Tesi in uno sforzo competitivo con i cristiani, dei quali volevano imitare i metodi, essi fecero di Pitagora un personaggio mitico, al quale miracoli e fatti straordinari sarebbero stati usuali (21).

 

 

 

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Pitagorismo ed epicureismo a Taranto – Note 2

 

Rigo Camerano
Note a Epicuro

 

EPICUREISMO: Note

(1) In questo testo si accetta la teoria cronologica del Droysen J.G. (Geschichte des hellenismus Hamburg 1836-43, 2. Ed. Gotha 1877) introduttore del termine Ellenismo. Secondo l’Autore il periodo prosegue dalla morte di Alessandro il Grande (323 a.C.) sino alla battaglia di Azio (31 a.C.) dopo la quale l’ascendenza politica degli Stati orientali fu definitivamente sostituita da quella di Roma. 
Il senso dei termini Ellenizein (parlare il linguaggio dei greci) e Ellenismòs (imitazione dei greci) (Secondo libro dei Maccabei IV, 12-13; Atti degli apostoli VI, 1; IX, 29) usati per significare la cultura greca antica in tutte le sue fasi e senza limitazioni di tempo e spazio, giustificano l’uso più elastico che ne hanno fatto altri autori, che non si sono posti limitazioni cronologiche ed hanno fatto giungere il periodo sino a oltre la caduta dell’impero romano.
Sul problema dell’ellenismo in Taranto, si legga la relazione di I. Moretti negli Atti del X Convegno di Studi sulla Magna Grecia: Problemi di storia tarantina 3. Taranto dall’età ellenistica alla romanizzazione. Taranto, 4-11 ott. 1970.
(2) L’affermazione della elevazione culturale degli Stati ellenistici non ha bisogno di giustificazioni. Si potranno, tuttavia, ricordare, le fondazioni del Museo e della Biblioteca di Alessandria, avvenute in quest’epoca, e lo sviluppo delle scienze sperimentali e matematiche delle quali principali rappresentanti sono Eratostene di Cirene, calcolatore delle dimensioni della Terra, del Sole e della Luna, con le relative distanze; Aristarco di Samo, che migliorò l’antico sistema planetario filolaico e pose il Sole al centro; Euclide, padre della geometria elementare; Apollonio di Parga, fondatore della trigonometria e del calcolo infinitesimale; Archimede di Siracusa; Teofrasto, continuatore degli studi di botanica e zoologia iniziati da Aristotele; lo stesso Aristosseno, il tarantino scienziato e umanista; Erofilo di Calcedonia ed Erasistrato di Ceo, fisiologi e anatomisti; per non parlare che di pochi, e senza citare la folta messe di artisti e filosofi universalmente noti. Una descrizione, anche sommaria, della cultura ellenistica, richiederebbe, evidentemente, un volume a parte.
(3) Ciaceri E., Storia della Magna Grecia, vol. III. Soc. Ed. Dante Alighieri. Milano, Genova, Roma, Napoli, 1932, p. 24.  Livio, in IX, 13.
(4) Olivieri A. Frammenti della commedia greca e del mimo nella Sicilia e nella Magna Grecia. II. Frammenti della commedia fliacica. 2. Ed. 1947. Collana di studi greci diretta da Vittorio De Falco. Libreria Scientifica Editrice, Napoli.
Drago C. Il popolo di Taranto ed il teatro fliacico. Lecce, tipografia “La Modernissima”, 1936. Id. Vasi fliacici nel museo di Taranto. Estratto da “Japigia” organo della R. Deputazione di Storia Patria per le Puglie. N.S., VII, 1936, fasc. IV. Bari, Grand’Uff. A. Cressati, 1936. Si legga inoltre, a cura del Museo Nazionale di Taranto: Letteratura e arte figurativa nella Magna Grecia. Arti Grafiche Nunzio Schena, Fasano, X, 1966.
(5) Della poetessa Nosside: (Anth. Pal. VI, 414) 

 

ACCANTO ALLA TOMBA DI RINTONE 
Passami accanto con un sorriso dimesso
e rivolgimi una parola amica:
Sono Rintone di Siracusa,
piccolo usignolo delle Muse.
La mia edera colsi dalle tragiche parodie.
                                                    (trad. pers.)
 
(6) Tito Livio XVII, 16; Plutarco, Fab. 22; Eutropio, III, 16; Orosio, IV 18, 5 cf. Floro I, 13, 27.
(7) Plinio, Nat. Hist., XXXIV, 40.
(8) Si veda: Agatino D’Arrigo, Ricerche di storia della tecnica nell’Italia antica. I. L’interferosupporto oscillante dello Zeus di Lisippo nell’agorà di Taranto. (IV sec. A.C.). Roma, Ministero della Difesa, Marina, 1952.
(9) Da Archita… si veda la prima parte di quest’opera.
(10) Agatino D’Arrigo, op. cit. alla nota 8.
(11) De Alexio Isacii Angeli fratre, Lib. III. Bekker, 687, 21 ap. Dorig Josè: Lysippos Letztes Werk. Basilea, Manoscritto.
(12) Così Ateneo, in Diogene Laertio, Vita Epicurei cum testamento, 7, 1. E in Gnomologium Vaticanum Epicureum, 25. Dall’epistola a Meneceo, 128 sgg.:
Una giusta conoscenza (dei desideri) sa riferire ogni atto di scelta e di rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell’anima, poiché questo è il termine entro cui la vita è beata. E’ allora, infatti, che abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo perché esso non c’è; quando non soffriamo non abbiamo bisogno del piacere. E per questo noi diciamo che il piacere è principio e termine estremo di vita felice. Esso, noi sappiamo, è il bene primo a noi connaturato, e da esso prendiamo inizio per ogni atto di scelta e di rifiuto, e ad esso ci rifacciamo giudicando ogni bene in base alle affezioni assunte come norma. E poiché questo è il bene primo e connaturato, perciò non tutti i piaceri noi eleggiamo, ma può darsi anche che molti ne tralasciamo, quando ad essi segue incomodo maggiore; e molti dolori consideriamo preferibili ai piaceri, quando piacere maggiore ne consegua per aver sopportato a lungo i dolori.
Tutti i piaceri, dunque, per loro natura a noi congeniti, sono bene, ma non tutti sono da eleggersi; così come tutti i dolori sono male, ma non tutti sono tali da doversi fuggire.
In base al calcolo ed alla considerazione degli utili e dei danni bisogna giudicare tutte queste cose. Talora infatti esperimentiamo che il bene è per noi un male, e di converso il male è un bene.
Ratae sententiae III: Il limite di grandezza dei piaceri è la detrazione di ogni dolore.
R.S. XV: La ricchezza secondo natura ha dei limiti ben precisi e beni facilmente procacciabili, ma quella secondo le vane opinioni non ha alcun limite.
Gnomologium Vaticanum Epicureum 21: Non bisogna far violenza alla natura, ma persuaderla, e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari; quelli naturali se non recano danno, respingendo aspramente quelli dannosi.
Epistularum fragmenta: Johann. Stob. III, XVII, 13 H (51 Arr.): Trabocca il mio corpo di dolcezza vivendo di pane e acqua, e rinuncio ai piaceri del lusso, non per sè stessi, ma per gli incomodi che li seguono.
Ep. Fragm. Porph. Ad Marc. 29, 293, 8 N (117) Arr.: Meglio per te, impavido, giacere su umile giaciglio, che in preda a turbamento possedere aureo letto e sontuosa mensa.
Tutte le traduzioni sono di Graziano Arrighetti, in Epicuro, Opere. Einaudi Editore, 1960.
(13) Philod. Pragmateia (73 Arr.).
(14) Questo concetto è contenuto particolarmente nella Epistola a Pitocle, in D.L. da 97, 6 sgg., nell’argomento che riguarda il metodo delle possibili spiegazioni nella indagine della natura.
Dall’Epistola a Meneceo, in D.L. 123, 7.:
Gli dèi esistono: evidente è, infatti, la loro conoscenza; non esistono, piuttosto, nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano vengono a toglier loro ogni fondamento di esistenza. Empio, pertanto, non è colui che gli dèi del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo attribuisce agli dèi, poiché non sono prenozioni, ma fallaci presunzioni i giudizi del volgo a proposito degli dèi.
Traduzione di Graziano Arrighetti, op. cit. alla nota 12. Si legga, su questo tema, il commento dello stesso traduttore, a pag. 489.
Dall’opera Sugli dèi, di Epicuro, in Deperditorum librorum reliquiae (16 Arr.): Per Epicuro, nell’opera “Sugli dèi”: L’essere che non ha, per natura, una costituzione caduca è sinonimo della natura divina, e l’essere che non è di natura che sia soggetta al dolore, ed appartiene alla specie divina, è tale da non provocare in noi alcun turbamento, essendo puro da ogni cosa che è ostica e estranea, e che non è impedito da alcunché nel compiere tutte queste cose lo dice nell’opera Sugli dèi.
Nell’opera Sugli dèi dice, senza lasciare adito a dubbi, che l’essere che possiede una natura perfetta deve essere tutto percettibile con l’intelletto e non essere concepito affatto come sensibile.
Questi concetti avvicinano la filosofia di Epicuro alle costruzioni pitagoriche sull’anima-armonia.
Dal Dep. Libr. Rel. (25 Arr.): E nel 12° libro dell’opera “Sulla natura” dice che i primi uomini si formarono concetti di nature immortali; sono infatti coloro ai quali ci si rivolge nelle preghiere, del tutto degni dell’immortalità che vien pensata come loro propria, e della più assoluta beatitudine. Ma non si seguita a mantenere tale l’essere che si è posto come beato in tutto e per tutto e assolutamente immune da dissoluzione.
Traduzioni di Graziano Arrighetti, nell’opera citata alla nota 12.
(15)   Il metodo scientifico (o comunque razionalistico) nella investigazione della natura aveva, per Epicuro, un significato morale profondo che si rivelava, appunto, nella liberazione dell’ essere umano dalle paure del mito. Epicuro tratta questo argomento nella Epistola a Erodoto (D.L., 76, 8 sgg.).
Per quanto riguarda i moti e le rivoluzioni, e il sorgere e il tramontare, e gli altri fenomeni congeneri dei corpi celesti, non bisogna credere che ci sia essere che a ciò è preposto e dia, o abbia dato, ordine ad essi, e nello stesso tempo goda della più completa beatitudine e dell’immortalità, poiché occupazioni e preoccupazioni e ire, e benevolenze, sono inconciliabili con la beatitudine: sono cose che provengono da debolezza e timore, e bisogno degli altri, né, essendo un po’ di fuoco conglobato, dotati di beatitudine assumano questi moti per spontaneo atto di volontà…
78. Bisogna ritenere inoltre che è compito della scienza della natura indagare la causa dei fenomeni fondamentali, e che la felicità riguardante la conoscenza dei fenomeni celesti consiste in questo, e nel sapere quali sono le nature dei fenomeni che si contemplano nei cieli, e quanto tutto questo è congenere per il raggiungimento della perfetta conoscenza…
81. Oltre a tutto ciò, bisogna credere questo, che il più grave perturbamento sorge nelle anime degli uomini, nel credere che le medesime nature possono essere beate e immortali e avere volontà, e azioni, e cause contrarie a tali loro attributi e, o nell’attendere o nel temere, prestando fede ai miti, qualche male esterno, o nel paventare quella mancanza di sensibilità che è nella morte, come se fosse per noi un male, e nel dover sopportare tutto ciò, non in seguito a proprie opinioni, ma per una specie di irragionevole insania: per cui, non sapendo ben determinare che cosa si deve temere, sono soggetti allo stesso, od anche a maggiore perturbamento che se avessero delle loro decise opinioni nei riguardi di ciò. L’imperturbabilità, poi, proviene dalla completa liberazione da tutto ciò.
Dalle Ratae sententiae:
XI. Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l’ignoranza dei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura.
XII. Così, non era possibile, senza lo studio della natura, avere pure gioie.
XIII.  A niente giova il procacciarsi sicurezza degli uomini finchè rimanevano i sospetti e le paure delle cose del Cielo e dell’Ade, e di tutto ciò che avviene nell’universo.
Tutte le traduzioni di questa nota appartengono a Graziano Arrighetti, op. cit. alla nota 12.
La diffusa diffidenza verso Epicuro è stata spesso causata dalla falsa credenza che uno studio della natura secondo verità dovesse forzatamente escludere il concetto di Dio. Per tale motivo Epicuro viene spesso definito ateo, nonostante l’opinione di Diogene Laertio che testimonia il contrario.
Dal confronto fra la filosofia epicurea e le dottrine pitagoriche dei secoli precedenti, appare molto più chiara la posizione di Epicuro di fronte a questo problema. Come usava scrivere Nietzsche, perseguendo consimili scopi d’indagine: Tutto era, ed è, rovesciato.
(16) Su questo argomento, Epicuro è molto chiaro. Nella Epistola a Erodoto afferma la validità della esperienza sensoriale. D.L. 38, 4 sgg.
Prima di tutto, nulla nasce dal nulla, perché qualsiasi cosa nascerebbe da qualsiasi cosa, senza bisogno di semi generatori; e se ciò che scompare avesse fine nel nulla, tutto sarebbe già distrutto, non esistendo più ciò in cui si è dissolto. Inoltre, il tutto sempre fu com’è ora, e sempre sarà, poiché nulla esiste in cui possa tramutarsi, né oltre il tutto vi è nulla che, penetrandovi, possa produrre mutazione.
E in 50, 8: L’inganno e l’errore è sempre in quel che nel giudizio aggiungiamo a ciò che attende di essere confermato o di non avere attestazione contraria…se invece vien confermato, o non riceve attestazione contraria, è la verità.
Tale concetto è espresso anche nella epistola a Pitocle: Non bisogna indagare la scienza della natura secondo vacui assiomi e legiferazioni, ma come richiedono i fenomeni. Perché la nostra vita non ha bisogno di irragionevolezza e di vuote opinioni, ma di trascorrere tranquilla. E si ottiene la massima serenità riguardo a tutti i problemi che vengono risolti secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i fenomeni, quando si ammetta in proposito, come è conveniente, il verosimile.
Ma quando qualcosa si ammette a priori, qualcos’altro invece si rifiuta, pure essendo in accordo coi fenomeni, è chiaro allora che si abbandona qualsiasi genere di scienza della natura, per cadere nella mitologia.
Traduzioni di graziano Arrighetti nell’op. cit. alla nota 12.
(17) Questa traduzione, come le altre di Epicuro citate in queste note, sono tratte dal citato volume di Graziano Arrighetti, autore di un’opera di ricerca altamente benemerita la quale, assieme ai lavori della Maria Timpanaro Cardini, di Cataudella, Maddalena, Mondolfo, Untersteiner, altre volte citati in questa serie di saggi, costituiscono un monumento di interpretazione e traduzione che onora altamente la cultura italiana nel mondo.
(18) Si vedano le testimonianze storiche di Aristosseno citate nel saggio “Da Archita…” op. cit. e M. Timpanaro Cardini, Pitagorici, testimonianze e frammenti, fasc. III, Aristosseno, pp. 272-278, e Dalle sentenze pitagoriche e Dalla vita pitagorica, di Aristosseno. Pp. 280-333. La Nuova Italia, Firenze, 1964.
(19) Per determinare la incerta cronologia di Leonida, la critica si basa principalmente sul fatto che il poeta dovette trovarsi in Epiro, al servizio di Neoptolemo, verso l’inizio del terzo secolo a.C., o addirittura prima, Il fatto si deduce da un epigramma che si riferisce a un’offerta fatta agli dèi dallo stesso eacide che si vuole ucciso da Pirro nel 295-96 a.C.
Conviene rammentare che il poeta scrisse anche due belle poesie, citate ai nn. 1 e 2 della raccolta De Vincentiis – Carrozzari, in occasione di una sua visita a un donario offerto ad Atena dai tarantini, per ricordare una vittoria ottenuta da un tal generale Euantide sui lucani, probabilmente nel tempo della guerra di Cleonimo (c.ca 300 a.C.).
 Otto cimieri e otto scudi, con otto corazze di lino
ed altrettante spade, tutte di sangue intrise
queste armi, nobili spoglie lucane, ad Athena del Capo
Agnone, Euantide pose, guerriero invitto.
Questi, rapiti ai lucani, e qui intorno in bell’ordine appesi
Scudi e freni e ben lisce lance con doppia punta,
son sacri a Pallade, tutti bramanti del pari i cavalli
ed i guerrier, ma truce la morte l’ingoiava.
                  (Traduzione di Raffaele Carrozzari)
 Si conviene dunque che, quando scrisse queste poesie, ed era già chiamato nelle corti straniere, Leonida avesse almeno 30 anni, e senz’altro non più di 40, visto che scrisse ancora dopo la resa della città ai romani (VII, 715).
Su questi argomenti si legga principalmente il fondamentale testo di G. Geffcken: Leonidas von Tarent, text und Erlanterungen. Jahrbucher fur Klass. Philologie, suppl. XXII, 1896, 1, sgg. ; quindi Ettore Bignone : L’epigramma greco. Studio critico e traduzioni poetiche. N. Zanichelli, Bologna, 1921, pp. 253-263; e poi il testo del Waltz, citato, e le celebri traduzioni di Salvatore Quasimodo.
Degni di considerazione sono, inoltre, i testi di Eduardo De Vincentiis, Leonida e Timarida da Taranto. Tip. Della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1905. Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche, vol. 2°, sez. Roma, 1903, sebbene Timarida sia probabilmente, come vuole Diaz de Santillana, di Paro.
Dello stesso autore: Leonida. Vecchi e C. Trani, 1911, e quindi il già trattato: De Vincentiis E., Carrozzari R. Note su Leonida e Timarida da Taranto. Tip. F.lli Martucci, 1905. In questo testo gli autori si basano sull’epigramma 53 (VI, 334) della loro raccolta, per stabilire la fioritura di Leonida verso il 276 a.C.
La traduzione delle poesie, curata dal dr. Raffaele Carrozzari, costituisce una raccolta di 100 epigrammi leonidei, lodata al tempo in cui uscì, giudicata oggi farraginosa per eccesso di elaborazione.
Riguardo al problema cronologico, si accettano in questo testo le deduzioni tratte da Angelo Galeone e apparse nella citata “Rassegna…” in III, n. 5-6, 1934; Leonida, il dolce poeta di Taranto.
Salvatore Quasimodo (340-335 a.C. per la nascita), si mantiene, praticamente, dello stesso avviso. Di non diverso parere è, inoltre, Marcello Gigante, che colloca la nascita di Leonida negli ultimi decenni del IV secolo a.C.
Gigante M. Leonida nella storia della cultura della Magna Grecia contemporanea. – Leonida nella storia della poesia greca e della critica moderna. Atti del X Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto, 4-11 ott. 1970.
Si può, in definitiva, concludere che la cronologia di Leonida è acquisita con sufficiente approssimazione.
(20) Gilbert Arthur Highet, nello The Oxford classical dictionary. Oxford University Press. Amen House, London. E Perrotta G. Storia della Letteratura greca. Vol. III, Milano, 1948.
(21) In una lettera al suo giovane amico Diocle, Meleagro di Gàdara presenta i 48 poeti, dei quali la sua antologia contiene versi.:
Musa, che in un canestro rechi, riuniti, i tuoi fiori, lascia ch’io, Meleagro, li intrecci e a Diocle di Magnesia li doni.
Comincerò con gran copia di gigli, quelli bianchi di Anite e i rossi di Moiro, con le rose di Saffo, i narcisi di Melanippide fecondo d’inni armoniosi, e coi giovani tralci della vigna di Simonide.
Ed ora, alla rinfusa aggiungo i bei profumati giaggioli di Nosside a cui Eros ammorbidì le tavolette di cera dura, la maggiorana odorosa di Riano, il dolce, virginale croco di Erinna, il giacinto di Alceo al quale i poeti stessi riconoscono il dono del bel parlare, e i rami di lauro di Samio, con il loro fogliame oscuro.
Vi aggiungo foglie e foglie dell’edera tenace di Leonida, e la chioma pungente dei pini di Mnasalca… etc.  (Trad. pers.).
Meleagro paragona Leonida all’edera tenace, non senza motivo, poiché egli stesso, che visse circa due secoli più tardi, ne imitò qualche volta i versi (v. epigr. 40, VII 422).
(22) Rocco Labellarte, Introduzione alla letteratura di Leonida di Taranto. La Rassegna Pugliese III, 6-8, 1968, pp. 306-323.
(23)  Salvatore Quasimodo, Fiore dell’Antologia Palatina. Saggio introduttivo e note di Caterina Vassalini. Guanda, Bologna, 1958, pp. 56-63. Lirici greci. Mondadori, Milano, 1962. Dall’Antologia Palatina. Introduzione e note di Caterina Vassalini. Mondadori, Milano, 1968. Leonida di Taranto, poeta degli umili e della morte. In “Voce del Popolo” LXXXV, n. 2-3, 22.6.1968. Leonida di Taranto. Con un saggio su Quasimodo di Carlo Bo. Presentazione di Antonio Rizzo. Lacaita editore, Mandria, 1969. Leonida di Taranto. G. Le Noci, Milano, maggio 1969. Fra i commentatori più noti, oltre ai già citati Bignone e De Vincentiis, Stella, Olivieri, Pontani e ben pochi altri, in Italia e all’estero.
(24) Queste opinioni traggo da un colloquio avuto col poeta stesso, nel pomeriggio del 12 aprile 1967, in occasione di una sua visita nella biblioteca cittadina “Acclavio”.
 Disse allora, chiaramente, l’ospite illustre, che Leonida dev’essere considerato il più grande poeta prodotto da Taranto in tutti i tempi, e ben più meritevole di Livio Andrònico, sperticatamente lodato, ma che sarebbe ben difficile per chiunque ricostruire con qualche discernimento, non rimanendo di lui che un’ottantina di frammenti di Nonio, Festo, Paulo, Prisciano, e qualche altro, tutti brevissimi e difficilmente utilizzabili per una appena poco profonda comprensione del loro autore.
Si legga: Livius Andronicus. Scriptorum Romanorum quae extant omnia. In Aedibus Francisci Pesenti del Thei Venetiis, MCMLXIV. Nonostante fosse tanto meno comprensibile di Leonida, Andrònico ebbe miglior fortuna.
(25) Pierre Waltz. Antologie Grecque: Première partie. Anthologie Palatine. Tome IV et V. Texte établi par Pierre Waltz. Deuxième édition. Société d’édition « Les belles lettres », Paris, 1960. Traduit par A.M. Desrousseaux, A. Dain. P. Camelot. E. des Places, M.lle Dumitrescu, H. Le Maitre et G. Soury.
(26) Geffcken. Testo citato nella nota 19.
 

 

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Pitagorismo ed epicureismo a Taranto – Note 1

 

Rigo Camerano

Note a Pitagora

  

PITAGORISMO: Note 

(1) Stobeo, Floril. I. 178. 

(2) Intorno all’inizio del IV secolo a.C., vedi, nella citata “Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto, XXXIII 1-12. Filolao, nota 6. 

(3) Della guerra fra Turio e Taranto narra Diodoro in XII, 23, 2. Intorno alla fondazione di Eraclea, della quale il porto commerciale fu Siri, distante 24 stadi, notizie se ne hanno in Diodoro XII, 36, 4; Antioco ap. Strabone VI 264, cfr. Plinio, n.h., III, 97.

Jean Bèrard in La colonisation grecque de l’Italie méridionale et de la Sicile dans l’antiquité. L’histoire et la légende. Paris, 1957, introdotto in Italia da Einaudi e tradotto da Piero Bernardini Marzolla, scrive a pagina 193 (ed.it.):

Diodoro dice che nel 444-443 i Turi scesero in campo contro i tarantini: i due avversari devastarono reciprocamente i loro territori e si logorarono in una serie infinita di scaramucce, senza che né l’uno, né l’altro intraprendessero mai un’azione decisiva. La lotta per il possesso della Siritide sarebbe dunque iniziata l’indomani stesso della fondazione della colonia panellenica; e da un’offerta dedicata a Olimpia dai tarantini risulta che furono appunto questi ad avere il sopravvento. Da un altro passo di Diodoro sappiamo che nel 433-432 i tarantini, trasferendo gli abitanti di Siri e aggiungendo a questi un certo numero di loro coloni, fondarono la città che fu chiamata Eraclea. 

(4) Il donario offerto dai tarantini ad Olimpia (I.G.A. n. 548 Sylloge 31, 61, cfr. Wuilleumier, Tarente… p. 60 sgg. ; Lenormant, La Grande Grèce I., p. 164 ; Byvanck, De Magnae Greciae historia antiquissima 1912, p. 58 sgg. ; Ciaceri, St.M.G. vol. 2°, p. 378; Jean Bérard, op.cit. cap. V., n. 18; G.A. Mansuelli, Taranto nella storia di Roma. Pàtron, Bologna, 1957, prime pagine) era costituito da tre punte di lancia, ben poca cosa per una battaglia importante. Si deve pensare, più che a una guerra, a una serie di scaramucce, nelle quali gli eserciti avrebbero avuto ben poca parte. 

(5) Di Cleandrida, mercenario di Turio, che combatté contro i lucani, crotoniati e tarantini, abbiamo notizie in Tucidide VI, 93, VII, 2; Diodoro XIII, 106, 10; Strabone VI, 264 C; Plutarco, Pericle, 22; Polibio II, 10, 4; Frontino, II, 9, 12. Intorno alla fondazione di Turio ed ai motivi che la determinarono, si veda l’ottimo testo di Jean Bérard (op.cit. p. 152-153). 

(6) Erodoto VII, 170. Si veda nella “Rassegna…” citata: Il Trionfo di Icco, di E. Orlandini, XXXI 1-12, 1962, nota 3. Il donario di Delfi che ricorda la morte del Re Opis, sarebbe opera di Onata di Egina, e forse, secondo Ciaceri e Klein, anche di Agelada di Argo. Il donario era molto ricco, del valore di 1/10 del bottino, e significava che anche la vittoria era stata grande. Il fatto risalirebbe al 465 a.C. 

(7) Intorno alla decade, per la cui spiegazione rimando a Filolao, p. 31 sgg. (della cui opera si ha un sunto, in questo sito, alla nota 6 del capitolo 3 del "Manuale del buon filosofo da caffè")  ricordo che essa era costituita semplicemente dalla serie dei 10 numeri greci (rappresentati, come si sa, dalle prime 10 lettere dell’alfabeto), che si combinavano fra loro per formare qualsiasi altro numero, analogamente a quanto succede ancor oggi, con segni non alfabetici.

Nella simbologia pitagorica la decade rappresentava perciò, tutto ciò che esiste, sia per quel che riguarda l’oggetto fuori di noi, che la nostra capacità di indagarlo.

Un passo di Ezio I, 3, 8 (D. 280; T.C. Pitagorici anonimi B. 15) dice in proposito: Diceva (Pitagora) che la natura del numero è la decade; infatti tutti, Greci e Barbari, contano fino al dieci, e quivi giunti, di nuovo tornano all’uno. Del dieci a sua volta, egli afferma, la potenza sta nel quattro e nella tetrade; e la ragione è questa:, se, cominciando dall’unità, si sommano numeri sino a quattro, si ottiene il numero dieci; se si sorpassa il quattro, si sorpasserà anche il dieci.

Pertanto, l’essenza del numero, secondo unità, sta nel dieci, secondo potenza, nel quattro. Per questa ragione i pitagorici anche giuravano per la Tetrade, ritenendola il più solenne giuramento: – No, per colui che alla nostra testa affidò la Tetractys, fonte e radice della sempre fluente natura. E la nostra anima, dice, è formata dalla Tetrade, cioè: mente, conoscenza, opinione, senso; d’onde proviene ogni arte e scienza e per la quale noi stessi siamo forniti di ragione.

(La traduzione è della Signora Maria Timpanaro Cardini)

 

Questo concetto, integra l’altro, noto, dell’anima-armonia. Per meglio comprendere il carattere di questi argomenti o, se vogliamo, per meglio tradurli in termini attuali, sarà utile ricordare che le scuole pitagoriche, considerato un fenomeno, non si limitavano a chiedersi in che modo esso avveniva, ma anche perché e a cosa servisse. Unificavano cioè le domande: Perché avviene? – Come avviene? – A che serve? – che la metodologia moderna ha diviso. Secondo alcuni, tale divisione, se pure riconosciuta inevitabile, avrebbe messo la scienza moderna in condizione di sudditanza nei confronti di qualsiasi tipo di religione.

Un tipo simile di metodologia usò Nietzsche, cosa che lo portò, sia a rifiutare qualsiasi tipo di sistema, sia ad accettare la contraddizione fine a sé; ad affermare, in fondo “tutto e il contrario di tutto”. Ciò non significa però che lo si debba “sommare a zero”, in quanto noi possiamo sempre “scegliere da lui”.

Testimonianze sugli usi e costumi dei pitagorici ci vengono dal pitagorico tarantino Aristosseno, tradotte e pubblicate in lingua italiana dalla Signora Maria Timpanaro Cardini, nel III volume della sua opera I Pitagorici pp. 280-333.

Nelle Sentenze pitagoriche e nella Vita di Pitagora di Aristosseno (T.C. D 1°, in Giambico V.P. 95) è scritto dei compiti che Pitagora aveva assegnato ai propri discepoli durante la giornata. Per prima cosa, erano tenuti a passeggiare lungamente, al mattino, da soli, in luoghi salubri di verde, e tranquilli di templi. Finita la passeggiata, si incontravano fra loro per insegnare, o apprendere. Dopo di ciò, per ricrearsi, facevano un po’ di ginnastica: si ungevano il corpo, correvano, lottavano, eseguivano movimenti a corpo libero o con attrezzi. Terminata la ricreazione ginnica, che aveva lo scopo di rinforzare il corpo e  prevenire le malattie, consumavano la colazione cibandosi preferibilmente di miele e pane. Dopo colazione si occupavano ognuno dei propri affari. A sera riprendevano a passeggiare, in gruppetti, rammentando i fatti trascorsi durante il giorno. Quindi, bagno e cena, libando, e leggendo alla fine.

Traduce Maria Timpanaro Cardini:

Al momento di andarsene, il coppiere versava loro il vino per libare, e fatta la libagione, il più anziano pronunciava queste parole: Non danneggiate né distruggete piante coltivate, e da frutto, come anche animali che non siano nocivi all’uomo. Inoltre abbiate animo buono e pio verso gli dèi, i demoni e gli eroi, ed uguali sentimenti abbiate verso i genitori e i benefattori; difendete la legge e combattete l’illegalità. Terminate queste parole, ognuno tornava a casa. Usavano vesti bianche e pulite; le coperte erano panni di lino, che non facevano uso di lana. Non approvavano la caccia e non si davano a tale esercizio.

Tali erano dunque, per quel sodalizio, le prescrizioni giornaliere riguardo al cibo e alle occupazioni della vita.

Sebbene Giambico intenda narrare di Pitagora e della sua Scuola primitiva, è quasi fuori dubbio che le informazioni di Aristosseno, dalle quali trasse, si riferiscono agli usi delle scuole pitagoriche esistenti nel territorio tarantino nel periodo della loro più piena auge, ovvero nel tempo di Archita, o poco prima.

Riguardo agli usi pitagorici, ancora in Giambico (V.P. 163) è la notizia della regola del silenzio, che si imponeva ai novizi. In Stobeo, Ecl. II 31, 119 Wehrli, è un passo tratto dalle sentenze pitagoriche di Aristosseno:

Dicevano che tutti gli insegnamenti delle scienze e delle arti sono buoni a raggiungere lo scopo se impartiti e ricevuti spontaneamente; ma se avvengono contro voglia riescono sterili e vani.

In Giambico V.P. 200: Riguardo alla opinione, tali si dice che fossero i loro insegnamenti: è da stolto seguire ogni opinione, di chiunque sia, specialmente quella che proviene dalla maggioranza, poiché il pensare e il giudicare rettamente è di pochi…ma è anche da stolto disprezzare ogni giudizio e opinione; chi pensa così rimarrà ignorante e non si correggerà…Un essere lasciato a sé stesso e trascurato, rapidamente scivola nella malvagità e nella inettitudine. T.C. III, p. 3.

Pare che sostenessero, in generale, che mai nulla si debba fare mirando al piacere, perché è un fine disonesto e per lo più dannoso, ma che si debba compiere il proprio dovere mirando anzitutto al buono e all’onesto, e in secondo luogo al comodo e all’utile, e che per questo si richiede una facoltà di giudizio non comune (idem, p. 317).

In seguito Aristosseno invita gli uomini a non rendersi schiavi degli oggetti e delle passioni, vizi che colpiscono per lo più le persone ricche.

Riguardo alla educazione della gioventù, ed alla cura che si deve all’infanzia e all’adolescenza, le sentenze aristosseniche raccomandano di evitare ogni precocità…perché, né le piante, né gli animali precoci danno buoni frutti, ma deve passare un certo tempo prima della fruttificazione, affinché tanto i semi che i frutti provengano da corpi robusti e pienamente sviluppati. Conveniva pertanto allevare fanciulli e fanciulle in…esercizi fisici…a loro adatti, nutrendoli con cibo conveniente ad una vita laboriosa, temperante, tollerante alle fatiche.

Riguardo alla educazione sessuale dei giovani…deve pertanto il fanciullo essere educato in tal modo, che non cerchi tali rapporti prima d’aver compiuto i vent’anni; quando abbia raggiunto tale età ne usi raramente, il che avverrà se sarà abituato a considerare il pregio e l’utilità della buona salute; che buona salute e intemperanza non possono coesistere. (T.C. III, p. 321).

In Stobeo (Flor.. III, 1, 101) è un principio etico derivato da Aristosseno:

Diceva Aristosseno che il vero amore del bello sta nelle attività pratiche e nelle scienze; perché l’amare e il voler bene hanno inizio dalle buone usanze e occupazioni, così come, nelle scienze ed esperienze, quelle buone ed oneste amano davvero il bello; mentre ciò che dai più è detto amore del bello, cioè quello che si manifesta nelle necessità e nei bisogni della vita è, se mai, la spoglia del vero amore.

 (8)   Eliano, Varia istoria XII, 15 (T.C. A 21 (47) 8).

 (9)   Ateneo, XII 519 B (T.C. A 21 (47) 8).

 (10) Giambico, Vita di Pitagora 197. (T.C. A21 (47) 9).

 (11) Ateneo, XII 545 A; Cicerone Catonem. 12,39 (T.C. A 21 (47) 9).

 (12) Em. Ciaceri, Storia della Magna Grecia vol. II. Soc. Ed. Dante Alighieri, Milano, Roma, Napoli, p. 438, ricorda Eudosso, discepolo di Archita, precursore del grande Archimede nella costruzione di macchine da guerra (Plutarco, Marcellus 14, 5) ed Eraclide tarantino, ch’ebbe un posto alla corte di Filippo V di Macedonia, quale rappresentante di questa scuola. (Polibio, XIII 4; XV 6; Diodoro XXVIII 2, 9 cfr. Ateneo XIV 634 b.

 (13) Plutarco, Quaestiones convivales VIII 2, 1.

 (14) Aristotele, Politica O 6.1340b 25 (T.C. 21 (47) A 10).

 (15) Testimonianze sulla colomba si trovano in Gellio X 12, 8 (T.C. 21 (47) A 10a).

 (16) Olivieri A. Su Archita tarantino. Memoria dell’Accademia Pontaniana, letta in Napoli il 14 giugno 1914. Stab. Tip. Giannini e Figli. Estratto dal vol. XLIV degli Atti dell’Accademia Pontaniana.

A pagina 4 ricorda che ai cittadini poveri di Taranto, secondo Aristotele, era dato il possesso dei beni demaniali. Le cariche erano conseguite per elezione e per votazione (Aristotele, Politica VI, 59) affinché il potere fosse aperto a tutte le classi sociali. Ovvero, secondo questo autore, si tendeva al raggiungimento della tranquillità sociale seguendo principi di uguaglianza.

 Un giusto ed esatto apprezzamento della realtà comporta riflessi morali e sociali. Esso serve a diminuire Ribellione e aumenta Concordia. Ciò perché, là dove opera Ragione regna Uguaglianza, ivi non è possibile la competizione; cioè, tutti siamo costretti a convenire sull’unico significato obiettivo della verità. Ed è sempre come riflesso di codeste considerazioni di carattere razionale che noi dovremo giungere ad intenderci pure sopra i reciproci doveri sociali. Per questo impulso della ragione, non solo i ricchi saranno spinti a dare aiuto ai poveri, ma anche i poveri si sentiranno attratti a porgere la loro prestazione ai ricchi. L’autore cita: Donati B. Dottrina pitagorica e aristotelica della giustizia. Modena, 1911.

 (17) Aristotele, Politica VI, 1320 b 9.

 (18) Ciaceri Em. Storia della Magna Grecia, vol. II, p. 285-86. Soc. Ed. Dante Alighieri, Milano, Roma, Napoli, 1927.

 (19) Abate Guido Grandi, Elementi geometrici piani e solidi di Euclide, posti brevemente in volgare. Venezia, 1780. Per F. Enriques e coll. Gli elementi di Euclide e la critica antica e moderna. Bologna, 1925, 1932.

 (20) Nel Papyrus Rhind, scritto fra il 1500 e il 1700 a.C. è contenuta la regola approssimata per calcolare l’area del cerchio. Dato un diametro, lo si decurti della nona parte e con tale segmento si costruisca un quadrato. L’area di tale quadrato sarà più o meno uguale all’area del cerchio che si vuole considerare. Traducendo il discorso in termini matematici si avrebbe: considerando il raggio uguale a 1 e il diametro uguale a 2;  e poi 2/9 uguale a 0,22

(2r – 2r/9) = 1,78 il quale, moltiplicato per sè stesso dà 3,1684,  ovvero un valore molto vicino al famoso pi greco (3,1416…) calcolato da Archimede oltre mille anni più tardi.

 (21) Diodoro, X, 6, 4; Diogene L. I. 24; Proclo, in Eucl. Prolog.II p. 66, 14.

 (22) Notizie sulla geometria antica, ed in particolare sui teoremi dei triangoli, in Proclo (in Eucl.) con uno scolio largamente citato nelle raccolte dei frammenti. Vedi Maria Timpanaro Cardini, Pitagorici anonimi, fasc. III. La Nuova Italia, Firenze, 1964, p. 109 sgg.

 (23) Eratostene, in Maddalena, I Pitagorici. Laterza, Bari, 1954, 47 A 15. (Eutocio, in Archim. Sphaer. et cyl.II, (III, 112, 19 Heiberg).

 (24) Eutocio in Archimedis sphaer. et cyl. II, (III 84 Heiberg) (T.C. 21 (47) A 14).

Il problema riportato da Eutocio tratta della inserzione fra due grandezze di due medie proporzionali in proporzione continua. Omissis. Presente nel testo letterario di E. Orlandini (qui, v.n. 47) alla nota 27.

 (25) Ptolomeo, Harm. I. 13, p. 30, 9 During.

Archita da Taranto si dedicò allo studio della musica più di ogni altro pitagorico. Egli si sforzò di mantenere le proporzioni dei rapporti, non soltanto negli accordi, ma anche nelle divisioni interne ai tetracordi, giudicando che la simmetria degli intervalli è nella natura dell’armonia…Egli distinse tre gamme, la enarmonica, la cromatica e la diatonica.

 (26) Eudemo, Fisica, fr. 27 (Simpl. Fisica, 431, 8).

 (27) Aristostotele, Metafisica H 2 1043 A 19.

 (28) Eudemo, Fisica, fr. 30 (Simpl. Fisica, 467, 26).

 (29) Simplicius in Aristot. Phis., p. 700, 19 Diels (T.C. Pitagorici anonimi B  33). Giambico ap. Simplicius, Corollarium de tempore p. 786, 11 Diels (T.C. Pitagorici anonimi B 33) Ezio, I. 21, 1. (D. 318) (T.C. Pitagorici anonimi B 33).

 (30) Maria Timpanaro Cardini, op.cit. III, p. 195, in nota.

 (31) Apuleio, Apologia, 15.

 (32) Platone, Timeo, 64 A.

 (33) Giambico, in Nicom., 9, 1.

 (34) Porfirio, in Ptolom. Harm., p. 92.

 (35) Molto chiara ed esplicativa è la nota del Maddalena al passo di Porfirio citato nel testo: Della genuinità dei vari frammenti raccolti dal Diels non c’è ragione di dubitare, tanto diversi sono dalle speculazioni attribuite dai neo-pitagorici ai pitagorici. Qui è la limpida esposizione delle tre medietà antiche,la medietà aritmetica, quella geometrica e quella armonica; che esse fossero già conosciute dice lo stesso Archita. La definizione della medietà aritmetica implica questa formula: 3-2 = 2-1; il rapporto fra i termini maggiori (3/2)è minore del rapporto fra i termini minori (2/1). La definizione della medietà o proporzione geometrica implica la formula 2:4 = 4:8; i rapporti fra i termini maggiori e i termini minori sono uguali (8:4 = 4:2). La definizione della medietà armonica implica la formula (12-8) : (8-6) = 12:6; ovvero, il rapporto fra i termini maggiori (12/8) è maggiore del rapporto fra i termini minori (8/6).

 (36) Aristotele, Probl. 16, 9 915 a 25.

 (37) Stobeo, Ecl. I prooem. coroll. 3 p. 16,20 W. (T.C. Filolao B 11. Una esemplificazione di questo passo si trova nella “Rassegna” (Filolao, XXXIII, 1-12, 1964, p. 31).

 (38) Giambico, de comm. Math. sc. 11, p. 44, 10. Traduzione di Antonio Maddalena.

 (39) Diodoro, XIII 112, 3.

 (40) Diogene VIII, 79.

 (41) Ateneo, XII 545 A; Cicerone, Catone m. 12,39 (T.C. 21 (47) A 9). In questa testimonianza, riferita da Nearco di Taranto, Archita ammonisce i giovani a non abusare dei piaceri corporei, poiché nulla più di essi corrompe l’animo e indebolisce il divino dono della mente. Eliano V.h.  XIV 9 (T.C. 21 (47) A 11) riferisce che Archita curava molto il comportamento, che doveva essere sempre dignitoso, ed evitava di dire parole sconvenienti. Una volta, forzato a dirne una, la scrisse su una parete, evitando di pronunziarla.

 (42) Diodoro, XVI, 5, 2.

 (43) Orazio, CarminiaI., 28, 1-6.

 (44) Pais, UTET, II., p. 590.

 (45) Agatino D’Arrigo. La colomba di Archita. 1945, anno 1°, 28 luglio. Cantarelli Luigi, da cui riprende il D’Arrigo in Studi Romani e Bizantini: Un’ode oraziana. I. 28. Tip. R. Acc. Dei Lincei, Roma, 1915. Per il naufragio propendono Pais, Ciaceri, Olivieri ed altri. In sede locale è da ricordare la pubblicazione di Stano G., Archita. Liceo Ginnasio “Archita” di Taranto. Ed. Cressati, 1939. L’autore sostiene, in essa, la dipendenza intellettuale e di Scuola, di Archita dal tarantino Filolao.

 (46) Livio, VIII, 27 (108-116).

 (47) Si veda il testo Da Archita ad Alessandro il Molosso, di E. Orlandini. Nella “Rassegna…” XXXVI, 1967. Da una parte di questo testo è stata tratta la presente scrittura.

 

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