Categoria: Poesia

LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari – Note

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 
 n o t e

 

(1)   Lett.: lo porto entrando nell’Ade.
Il Waltz annota: Il n’est guère possibile de ne pas rapprocher de cette épigramme plusieurs endroits des Dialogues des morts de Lucien, entre autres le dialogue 27.
 
(2)   Di Diòtimo o di Leonida.
 
(3)   Di Anite o di Leonida
 
(4)   Versi imitativi di questo epigramma e del (21) VII 665 furono composti da Giuliano l’Egiziano e presentati al VII 582 dell’Antologia palatina:
Giunto nell’Ade, o naufrago
non accusare i marosi, ma il vento.
E’ lui che ti ha vinto.
Ma l’onda amara t’ha rotolato
dolcemente a riva
accanto alle tombe dei tuoi. 
                (trad. pers.)
 
(5)   “Slegare le gomene dalla tomba di un naufrago” era un proverbio diretto a chi si accingeva a una impresa temeraria compiendo all’inizio, anziché un sacrificio propiziatorio, una profanazione. (Si veda l’epigramma successivo).
 
(6)   Euros, vento dell’Est.
 
(7)   Verso l’inizio della primavera.
 
(8)   Arcturus, la stella più luminosa della costellazione del Bootes, visibile tutto l’anno nell’emisfero settentrionale. Il poeta si riferisce qui, probabilmente, alle burrasche estive, essendo la primavera simbolizzata da Orione tramontante. (Vedi (8) VII, 273, etc.).
 
(9)   Maronide è nome d’imitazione letteraria, come giustamente rileva il Waltz: Maron, fils d’Evantheus, épargué par Ulysse, lui avait donné amphores d’un vin admirable qui fit danser Polyphème. (Odissea IX, 196-211; Euripide, Ciclope, 141 ; Teocrito, id. VII, 151-153). Un epigramma quasi uguale si trova poi in VII 353, composto da Antipatro di Sidone.
 
(10)         Aggiunzione alla VII, 472 riconosciuta poi indipendente.
 
(11)     “Fuggi una vita tumultuosa”. In questo senso traduce il Waltz.
 
(12) Rammenta il Waltz che il passo seguente fu imitato da Andrea Chénier nell’Idylle XVII, v. I. sq.
Bergers, vous dont ici la chèvre vagabonde
La brebis se trainant sous la laine féconde,
Au front de la colline accompagnent le pas…
                       E in seguito : (v. 9-20)
  Que vos agneaux au moins viennent
   près de ma cendre…etc.
 
(13)  Ortone era nome usuale in Siracusa, come a volte confermano le fonti storiche. E’ molto probabile che tutti gli epigrammi di Leonida, se pure non incisi, si riferiscano a morti veri, per i quali il poeta avrebbe ricevuto commissione di commemorare.
 
(14)    Passo di dubbia interpretazione, che il Waltz commenta in questo modo: “Au lieu de jouir de ma patrie, je suis venu mourir d’un accident; ou bien, mort dans les deux cas, jaurai, dans ma patrie, un large espace et non un coin parcimonieusement mesuré comme ici, le coin des étrangers.
 
(15)   Stazza, sta qui per profondità, capienza.
 
(16)    Il testo greco è oscuro, ma certamente dà l’idea di un lavoro inutile al telaio paragonato all’idea della vita umana priva di scopo. Il tessuto che non si riesce a ottenere è la ragione ultima della esistenza umana. La meditazione è caratteristica dei tempi. Anche il Waltz interpreta in questo modo. Quasimodo, Bignone e Gigante offrono una interpretazione diversa.
 
(17)   Cerca secondo le tue forze, poiché non è possibile indagare oltre le proprie capacità.
 
(18) O “puleggio” Menta pulegium, così il Waltz.
 
(19)   Aggiunzione.
 
(20) Di Leonida o d’Antipatro di Sidone.
 
(21) Bignone traduce: quegli che iroso latrava contro suo padre, Ipponatte.
 
(22) Aggiunzione.
 
(23)    Testo particolarmente difficile che, in questo caso, è stato risolto con una traduzione interpretativa. Per un approfondimento sul testo greco è consigliabile riferirsi all’opera del Waltz Cfr. Pierre Waltz. Antologie Grecque: Première partie. Anthologie Palatine. Tome IV et V. Texte établi par Pierre Waltz. Deuxième édition. Paris. Société d’édition « Les belles lettres » 1960. Traduit par A. M. Desrousseaux, A. Dain, P. Camelot, E. des Places, M.lle Dumitrescu, H. Le Maitre et G. Soury.
 
(24)      Cratego, sta qui per biancospino. Secondo il Waltz si tratterebbe del Rhammus paliurus.
 
(25)    Alcmano, come informa la VII, 18 di Antipatro di Tessalonica, era, probabilmente, un lidio di Sardi condotto in Sparta come schiavo (Cratete, ap. Suda). Una testimonianza di Eraclide pontico (ap. Suda, fr. 2) ci informa che fu liberato per la sua bravura di musico. Il Waltz traduce in questo modo: “Le gracieux Alcman, le cygne chanteur des Hyménées, dont les accents furent dignes des Muses, est dans ce tombeau, grande faveur pour Sparte, ou le poète, ayant rejeté le fardeau enroulé autour de son corps (a) s’en est allé dans l’Hadès. – (a). C’est le fardeau de l’ésclavage, qui le tenait, pour ainsi dire, ligoté.
 
(26)    Ricostruzione interpretativa. Il testo è di difficilissima traduzione letterale. L’importanza di questo epigramma leonideo è posta in rilievo dal Waltz. Esso, infatti, è servito di modello per ben altri sette brani, di Antipatro Sidonio (fl. 130 a.C.) (VII, 423-427) Meleagro di Gàdara (428) e Alceo di Mitilene (429), tutti descriventi ornamenti allegorici.
(27)      Qui si intende la lancia da guerra.
 
(28)      E qui la lancia da caccia.
 
(29)      Il Waltz così interpreta: “Sans doute parce que son tombeau, placé, comme dit le poète, sur le bord de la route, sert de poteau ou de borne indiquant le chemin.
 

LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 6.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 
 c o m m e m o r a z i o n i
 
(38)  VII,  19.
 
Qui giace Alcmano,
sublime cantore d’Imeneo,
ben gradito alle Muse.
Di lui si onora Sparta
che lo liberò da schiavo. (25)
Ma dalla servitù della vita
se ne uscì da sè stesso,
gettando il fardello che ve lo tratteneva.
Così Alcmano se n’entrò nell’Ade.
 
 
(39)  VII,  35.
 
Caro ai propri concittadini
quanto gradito agli stranieri
fu Pindaro, servitore delle Muse
dalla bella voce.
 
 
(40)  VII,  422.  (26)
 
Sulla tomba di Peisistrato
appare, chiaramente scolpito,
un colpo d’aliossi di Chio.
Chi mai di noi rivelerà l’enigma?
Poichè, che tu fossi di Chio è probabile,
ma forse non eri buon giocatore
nè procurarti sapevi,
mio caro, i grossi punti.
Ormai, tutto è lontano dal calcolo
e tu sei morto durante le libagioni
di puro vino di Chio.
Così ritengo,
e questa volta l’abbiamo azzeccata.
 
 
(41)  VII,  440.
 
Di quale morto, tumulo,
nella tua notte celi le ossa!
Quale ingegno, o terra, hai ingoiato!
L’amato dalle bionde Cariti,
un grande oggetto per le memorie:
Aristocràte.
Sapeva Aristocràte tenere al popolo
piacevoli discorsi, senza attirarsi,
lui nobile, sorrisi di tolleranza.
Sapeva inoltre, nelle libagioni di Bacco,
dirigere senza contesa le ciarle
che tengono sospese le coppe.
Sapea l’arte di accogliere,
sia gli stranieri che i suoi compatrioti.
 
 
(42)  VII,  448.
 
Ecco la tomba di Pratalìda di Licasto,
primo nell’arte di amare,
primo nella battaglia,
primo nella caccia con reti,
primo nei cori e nella danza.
Dio sotterraneo, come hai potuto
mettere questo cretese
accanto agli altri cretesi?
 
 
(43)  VII,  449.
 
A Pratalìda Eros aveva donato
l’amore di bei fanciulli,
Artemide la caccia,
le Muse i cori,
Ares la battaglia.
Come non ebbe ad essere beato
li licastèo, lui ch’era
primo in amore,
primo nel canto,
primo nella zagaglia, (27)
primo nello schidione? (28).
 
 
(44)  VII,  661.
 
Qui è il monumento d’Eustèneo,
fisiognomonista, il filosofo ch’era capace
di cogliere, accanto all’occhio,
il pensiero stesso.
Egli è stato sepolto, come a lui si addiceva,
dai suoi compagni.
Lui, straniero in terra straniera
e grande amico dell’autore
di questi stessi versi.
Benché povero, ebbe tutti gli onori
che gli erano dovuti: lui, il filosofo,
trovò gente che si occupò di lui.
 
 
(45)  VII,  663.
 
Il piccolo Medeo ha innalzato,
alla sua balia tracia,
il monumento posto ai margini della strada,
e sovra esso ne ha inciso il nome:
Cleita.
Questa donna avrà il suo rimerito
per avere nutrito il fanciullo.
Il quale modo?
Lei rende ancora servigi dopo la morte! (29)
 
 
(46)  VII,  664.
 
Soffermati e contempla
l’antico poeta dei giambi, Archiloco,
del quale gloria immensa è diffusa
nei paesi della notte e in quelli dell’aurora.
Sì, veramente le muse ed Apollo Delio
lo ebbero caro, poiché egli era armonioso,
abile a comporre versi
ed a cantarli al suono della lira.
 
 
(47)  VII,  719.
 
Questa è la tomba di Tèllene.
Sotto le mie zolle sta il vecchio
che fu il primo a fare
delle canzoni per ridere.
 
 
(48)  VII,  740.
 
Sono la pietra che copre Crètone
e ne rivela il nome.
Ma Crètone, presso gli dèi infernali
non è che cenere.
Egli che un tempo era paragonato
a Gige stesso, per la sua ricchezza,
lui possessore di armenti numerosi
e greggi e greggi di capre,
lui che una volta…
ma perchè dire oltre?
Colui che tutti giudicavano felice,
ohimè! Ecco di quelle terre
quale parte gli resta.
 

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LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 5.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 
 p r o f a n a z i o n i

 

(32)  VII,  316.  (20)
 
Oltrepassa la stele e non salutare,
non cercare il mio nome
nè quello di mio padre.
Che tu non possa compiere
la strada che stai percorrendo!
E se passi in silenzio,
neanche così tu possa
portare a termine il tuo cammino.
 
 
(33)  VII,  408.
 
Passate leggeri,
lontani da questo tumulo
e paventate di svegliare
la vespa cattiva che riposa nel sonno.
Qui giace, invero, il figlio d’Ipponatte,
che latrava parole mordenti. (21)
Per ora è steso, addormentato in pace,
ma state in guardia!
Le sue parole di fuoco
sanno ferire anche dall’Ade.
 
 
(34)  VII,  478.
 
Chi sei? Di chi sono le ossa
miseramente nude
rimaste sul ciglio
entro una bara consunta,
mentre sepolcro e tomba,
povere cose, sono intaccate
dalle sale e dalle ruote dei carri
dei viaggiatori che si susseguono?
Fra poco saranno i tuoi stessi fianchi
che i carri stritoleranno.
Infelice, su te nessuno verserà
la più piccola lacrima.
 
 
(35)  VII,  480.
 
Le mie ossa per metà esposte,
e la lastra che grava sopra il mio scheletro
sono già sminuzzate.
Già i vermi brulicano allo scoperto (22)
dentro il mio feretro!
Chi mi ricoprirà?
Poichè gli uomini hanno aperto una strada
là dove mai prima passavano,
ed ora vanno e vengono sulla mia testa.
Oh, nel nome degli dèi sotterranei,
di Ade, di Ermete e della Notte,
allontanatevi da questo sentiero.
 
 
(36)  VII,  655.  (23)
 
Mi accontento di un po’ di terra
e di polvere.
La sfarzosa e pesante colonna
del mio sepolcro, grava pesantemente
su un altro morto.
Questo carico, che ebbi quando morii,
è ora intollerabile.
Di tanto sfarzo nulla importa
ad Alcandro, figlio di Callitèle.
 
 
(37)  VII,  656.
 
Al piccolo tumulo ed alla tomba,
monumenti dell’infelice Alchimène,
viandante, fa un gesto di saluto!
Purtroppo, tutto è celato
entro il cratego spinoso. (24)
Ai rovi un tempo, pur io, Alchimène,
facevo guerra.
 

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LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 4.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 

 
 T r a g e d i e 

 

(28)   VII,  163.

 

 
–   Chi sei? E di qual padre
    tu che riposi sotto questa colonna
    di marmo pario?
–   Sono Presso, figlia di Callitèle.
–   Di che Paese?
–   Di Samo.
–   Chi ha innalzato la tomba?
–   Mio marito, Teòcrito
    al quale i miei m'avevano donata.
–   Che cosa ti condusse alla morte?
–   I dolori del parto.
–   Quanti anni avevi?
–   Ventidue.
–   Avesti figli?
–   Sì, lasciai Callitèle, di tre anni.
–   Che la vita smetta d'esser crudele con lui (19)
    e che pervenga a vecchiaia avanzata.
–   Altrettanto auguro a te, straniero:
    che la fortuna ti conceda tutti i tuoi beni.
 
 
(29)  VII,  463.
 
Ecco Timòcleia, Ecco Fillade,
Aristea e Timatea, figlie d'Aristòdico,
tutte morte di parto.
Dopo ch'ebbe innalzato la tomba
anche il padre morì,
Aristòdico.
 
 
(30)  VII,  466.
 
Oh, sciagurato Antìcle,
ed infelice me, che nel fiore degli anni
dovetti stendere nella tomba
il mio unico figlio.
A diciott' anni sei morto, figlio,
ed ora piango la mia vecchiaia solitaria.
Bramo d'entrare
nella oscura dimora dell'Ade,
poiché nè l'aurora,
nè il raggio del sole fuggente
ormai più mi trattengono.
Tu, infelice, hai già concluso il destino:
potessi almeno togliermi dal dolore
privandomi della vita!
 
 
(31)  VII,  662.
 
Questa bambina, che possedeva
sentimenti d'una età più avanzata,
è partita per l'Ade anzitempo,
durante il suo settimo anno.
La sventurata fanciulla si afflisse a morte
per suo fratello di venti mesi che,
così piccolo, su di sè aveva attratto
l'impietoso Thànatos.
Ohimè, Peristèra,
così dolorosamente provata:
come il destino ha posto
accanto ai mortali i mali più terribili!
 

 

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LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 3.

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 

 
 M e d i t a z i o n i

 

 

(24)   VII,   472.

 

 
Infinito, uomo, fu il tempo
trascorso prima che tu venissi all'aurora,
ed infinito è il tempo che t'attende nell'Ade.
Che parte di esistenza ti resta
se non per il valore d'un punto
e meno ancora?
La tua breve vita ne è come schiacciata,
ed essa poi, lungi dall'essere piacevole,
è più affliggente dell'odiosa morte.
Ecco di quale radunanza d'ossa
sono fatti i mortali, e con essa si elevano
verso l'aria e le nubi!
Uomo, vedi come ogni sforzo è inutile,
poichè la parte estrema della trama
dalla quale si vorrebbe ottenere il tessuto,
neanche tocca la spola! (16)
Simile è tutto a un cranio dissepolto:
inutile e molto più schifoso
della mummia rinsecchita d'un ragno.
Giorno dopo giorno vivi con le tue forze, (17)
attieniti a vita semplice
e rammenta a te stesso,
finchè bazzichi i viventi,
di quale paglia sei fatto.
 
 
(25)  VII,  648.
 
Il probo Aristocràte
in partenza per l'Acheronte,
affermò, ponendosi la mano sul capo
poco prima di andarsene:
L'uomo deve desiderare
di avere figli e prender moglie,
anche se sopporta le offese
di una tormentosa vita di povertà.
Che ognuno procuri solide basi
alla sua vita, poichè una casa
senza appoggi val poco.
Al contrario, il tetto ideale per l'uomo
è quello che si puntella
sopra robuste colonne e dove,
nel calore di un fuoco esuberante,
egli può starsene comunemente seduto
contemplando i propri tizzoni.
Aristocràte conosceva la verità,
ma delle donne, amico,
aveva in odio la scelleratezza.
 
 
(26)  VII,  715.
 
Riposo molto lontano dalla terra d'Italia
e da Taranto, mia patria,
e ciò m'è più amaro della morte.
Tale sorte hanno i nomadi
a conclusione della loro inutile vita!
Le muse, però, m'hanno caro,
ed a compenso delle mie afflizioni
m'hanno offerto una dolcezza di miele.
Il nome di Leonida non tramonta per esse:
i loro nomi lo testimoniano
sino all'ultimo sole.
 
 
(27)  VII,  736.
 
Non ti assuefare, uomo,
a condurre vita vagabonda,
non ti ci abituare!
Una capanna vuota,
riscaldata da un piccolo
fuoco fiammeggiante
ti mette al sicuro.
Ambisci a una piccola crosta
e a un poco di farina grossolana
impastata nella spianatoia
con le tue mani.
Oh, bontà della menta (18)
e del timo!
Grato è il sapore di quei grani amari
addolciti dalla mescolanza
ch'uno ne fa, mangiandoli col pane.
 

 

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LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 2.

LEONIDA  DA  TARANTO
 

 

 
B o z z e t t i  (2)
 
(13)  VII,  472 bis.  (10)
 
Fuggi la rotta tempestosa (11)
e dirigiti all'ancoraggio,
come me, Fidone
figlio di Critos, verso l'Ade.
 
 
(14)  VII,  503.
 
Tumulo innalzato su questo antico greto
dimmi, chi è l'uomo che tu racchiudi?
Chi è suo padre? E qual'è il suo Paese?
– Egli è Fintia d'Ermione, figlio di Baticleo,
che una grand'onda uccise
mentre affrontava la tempesta d'Arturo.
 
 
(15)  VII,  504.
 
Pàrmide, figlio di Callignoto,
pescatore di costa, ottimo arpionatore
di pesci tordi, scari, e di perche voraci;
e di tutti gli animali abitanti in caverne
scavate nelle rocce profonde,
morì un giorno, dopo avere addentato
una funesta anguilla di scoglio
ch'avea tratto dal mare
insieme alla preda guazzante.
Scivolosa le fuggì dalla mano
sgusciando viva nella sua strozza angusta.
Lui, rantolando fra le sue corde,
fra i suoi strumenti di lavoro,
fra le sue lenze,
essendosi esaurito il filo delle Parche,
spirò.
Per questo morto Grìpone il pescatore
ha innalzato la tomba.
 
 
(16)  VII,  506.
 
Qual fato singolare:
per volontà delle Parche
sono sepolto nella terra
e disperso nel mare;
io, Tarsis, figlio di Carmìde.
Tuffatomi nelle acque
per rimuovere una pesante ancora
impedita sul fondo,
disceso nelle umidità dello Ionio,
la liberai;
ma io stesso
mentre risalivo dall'abisso,
nel momento in cui tendevo le braccia
ai compagni di bordo, fui divorato.
Feroce, un gigantesco squalo
mi sopraggiunse e m'inghiottì
sino all'ombellico.
I marinai trassero dal mare
la metà del mio corpo,
inutile bagaglio;
l'altra metà la ingoiò il pescecane.
Su questa spiaggia, amico,
sono sepolti i miseri resti di Tarsis,
nè io son più tornato alla mia patria.
 
 
(17)  VII,  652.
 
Mare fragoroso,
perchè in questo modo
il figlio di Timàreo,
Teleutagòra,
imbarcato su un piccolissimo vascello,
venne da te precipitato nell'abisso
con tutto il carico,
quando rovesciasti sopra di lui,
nel tumulto di una strepitosa tempesta,
le tue ondate impetuose?
Sì, senza dubbio gli uccelli marini
ed i gabbiani predatori di pesci,
volando lungo la costa
hanno emesso strida lamentevoli.
Anche Timàreo
solo guardando questa tomba vuota
bagnata dalle sue lacrime
piange ancora suo figlio.
 
 
(18)  VII,  654.
 
Ladri, pirati, ingiusti,
tali sono i cretesi.
Chi conosce la loro giustizia?
Così io, sciagurato Timòlito,
pur navigando con un carico
di poco valore,
venni precipitato nel fondo del mare.
Sopra di me gli uccelli marini
ed i gabbiani, hanno pianto con strida.
Entro la fossa non c'è Timòlito.
 
 
(19)  VII,  657.
 
Pastori che vagate solitari
sulla cresta di questo monte
facendo pascere capre e pecore
dalla lana abbondante, (12)
nel nome di Gea
concedete a Clitagòra una grazia
modesta, ma a lei soave!
Sarete così graditi a Persèfone
la dèa degl'Inferi.
Lasciate belare le vostre pecore accanto a me
e mentr'esse pascolano, il pastore,
seduto sopra una pietra greggia
gonfi le proprie gote
in dolci arie di zufolo.
Che all'inizio della primavera
un contadino colga i fiori del prato
e ne orni, con una corona, la mia tomba.
Che del latte d'una pecora
madre di belli agnelli
comprimendo la poppa turgida
asperga le mie zolle.
Così, anche dalla parte dei morti
si scambieranno, reciproci, i favori.
 
 
(20)  VII,  660.
 
Viandante,
un uomo di Siracusa, Ortone (13)
ti dà un suggerimento:
se sei ebbro non metterti in viaggio
in una notte di tempesta;
di tale errore è causa la mia sventura!
Invece che nella mia vasta patria (14)
è in terra straniera che sono sepolto.
 
 
(21)  VII,  665.
 
Quando viaggi per mare
non ti fidare, nè della lunghezza
nè della stazza (15) del tuo vascello,
poiché il vento vince ogni barca.
Una sola raffica fece morire Pròmaco
e tutti i suoi marinai,
insieme inghiottiti da un'onda
del mare vorace.
Comunque, il fato non fu con lui
nemico sino in fondo,
poichè sopra la terra della sua patria
egli ha ottenuto funerali e tomba
per mano dei suoi.
Ciò accadde dopo che il mare agitato
ebbe sospinto il suo cadavere
verso le spiagge amiche.
 
 
(22)  VII,  726.
 
Il sonno della sera e quello dell'aurora
li ha scacciati sovente, la vecchia Plattìde,
ingegnandosi a evitar l'indigenza.
In questo modo, modulando ariette
alla propria conocchia e al di lei amico fuso,
giunse alla soglia della bianca vecchiaia.
Canticchiava accanto al telaio
mentre tramava, sino all'aurora,
simulando le lunghe danze d'Atena
con le Cariti, lei ch'aveva
una mano rattorta che si appoggiava
sopra un ginocchio informe.
Con molta grazia dipanava la matassa
che doveva bastare all'ordito.
A ottant'anni scorse l'acqua dell'Acheronte,
Plattìde
che avea tessuto tante cose attraenti,
e con bellezza.
 
 
(23)  VII,  731.
 
Mi sostengo come la vite al broncone:
Thànatos mi chiama dall'Ade.
Non fare il sordo, Gorgo!
Perchè dovresti trovare piacevole
scaldarti ancora tre o quattro estati
sotto il sole?
Con tali parole, dette senza ostentazione,
il vecchio gettò la vita lontano
e se ne andò tra i più.
 

 

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LEONIDA DA TARANTO. Epigrammi funerari. 1.

 

LEONIDA  DA  TARANTO
 
 
epigrammi  funerari
 
tradotti da Rigo Camerano
 
Vedi commento in "Pitagorismo ed Epicureismo a Taranto – Parte 2^ – Epicureismo.
 

 

 
B o z z e t t i  (1)
 
(1)  VII,  13.
 
Erinna.
Mentre coglieva i fiori delle Muse,
quale vergine ape
la rapì Ade.
In uno dei suoi canti più nuovi
aveva scritto la savia fanciulla:
– Tu sei geloso, Ade!
 
 
(2)  VII,  67.
 
Oscuro servitore dell'Ade
che attraversi l'acqua dell'Acheronte
nella tua barca tenebrosa
strabocchevole di defunti,
raccoglimi: sono Diogene il cinico,
porto con me una fiasca,
una bisaccia, questo vecchio mantello,
e ho solo l'obolo per pagare il passaggio.
Tutto quello che possedetti in vita
l'ho qui (1), e nulla lascio sotto il sole.
 
 
(3)  VII,  173.  (2)
 
Da sole, alla sera
le vacche coperte di neve abbondante
sono discese dal monte alla stalla.
Ai piedi d'una quercia, ohimè,
Terìmaco dorme il sonno eterno:
è il fuoco del cielo che ve lo ha immerso.
 
 
(4)  VII,  190.  (3)
 
Alla locusta, usignolo dei campi,
alla cicala, ospite dei faggi,
Miro eresse una tomba comune;
versò la giovinetta
le sue lacrime virginali.
Gli è che lo spietato Ade
se ne andò
portandosi il duplice oggetto dei suoi giochi.
 
 
(5)  VII,  198.
 
Se pure ha modesto aspetto
e si trova a fior di terra
la pietra che giace sopra la nostra tomba,
bisogna, passante,
rendere omaggio a Filenìde che la eresse.
Poiché la sua locusta canterina
che un tempo viveva nelle macchie,
ospite delle stoppie,
per due anni Filenìde l'amò
ed antepose il suo frinire al proprio sonno.
Né alla sua morte la trascurò,
poiché innalzò sopra di lei e i suoi canti
il piccolo monumento.
 
 
(6)  VII,  264.
 
Soffi sul mare, per il tuo viaggio,
un vento favorevole. (4)
Quegli che il vento, come me
spinge verso le porte dell'Ade,
che non accusi l'inospite mare,
ma la sua audacia.
Poichè ha slegato le proprie gomene
dalla mia tomba. (5)
 
 
(7)  VII,  266.
 
Sono la tomba del naufrago Dioclèo;
quelli che prendono il largo,
oh! Quale audacia!
E' da me ch'essi slegano le gomene.
 
 
(8)  VII,  273.
 
Furono Euro (6)
e l'aspra, violenta tempesta,
e la notte;
furono gli oscuri marosi che,
al calare d'Orione (7) mi fecero perire.
Sono precipitato nella morte
io, Càllisco,
mentre correvo il mare di Libia.
Così, percosso dai flutti,
preda dei pesci, sono perito.
E questa pietra mente.
 
 
(9)  VII,  283.
 
Mare tempestoso,
perchè dopo avermi fatto soffrire
mali crudeli, non m'hai gettato
ben lungi dalla tua spiaggia nuda
di modo ch'io, Fillèo,
figlio d'Anfimène,
vestito delle funeste tenebre dell'Ade
non rimanessi vicino ai tuoi flutti?
 
 
(10)  VII,  295.
 
Il vecchissimo Teris
che viveva delle sue nasse
e si tuffava più lesto d'un gabbiano,
che scovava, con le sue reti,
i pesci sin nei loro più remoti rifugi,
che possedeva una barca male equipaggiata,
perì.
Non fu, comunque, Arturo (8) a farlo morire,
non fu una tempesta a metter fine
alla sua lunga vita.
Egli si estinse nella propria capanna di canne
come una lampada si spegne poco a poco
da sola.
La sua tomba non la innalzarono i figli,
nè la sua sposa,
bensì la confraternita dei pescatori
suoi compagni di lavoro.
 
 
(11)  VII,  452.
 
Alla memoria del savio Eubùlo,
amico che passi, beviamo:
l'Ade è un porto comune a tutti.
 
 
(12)  VII,  455.
 
Qui giace la vecchia Maronìde
la beona che metteva a secco le botti;
sulla sua tomba, visibilissima,
appare una coppa attica.
Ora ella geme sotterra,
non sui suoi figli,
non sul marito,
che pure ha lasciato poveri;
ma d'una sola cosa si lagna:
che la coppa sia vuota.
 

 

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