Mese: Aprile 2010

FRAMMENTI MORALI 4.

P I T A G O R I S M O

Frammenti morali

4^ parte

VITA PITAGORICA

Frammenti di Giamblico e Stobeo tratti dalla “Vita pitagorica” di Aristosseno

IAMBL. V.P. 180-183. T.C. D. 5, 195.

(Da Aristosseno). E poichè anche nei rapporti con gli altri esiste una forma di giustizia, anche di questa i Pitagorici insegnavano alcune norme. Può darsi, infatti, nelle relazioni umane, un comportamento opportuno e un altro inopportuno, e la distinzione è determinata da differenza di età, o di grado, o di legami di parentela, o di beneficio o di altre consimili differenze tra gli uomini.
C’è qualche comportamento che, se di un giovane verso un giovane, non appare inopportuno. Ma, è inopportuno verso uno più anziano; e così non ogni atto d’ira o di minaccia, o di tracotanza, ma tutti questi atti inopportuni il giovane deve evitare verso l’anziano.
Un ragionamento simile facevano anche rispetto al grado: verso un uomo che abbia raggiunto una effettiva dignità dovuta ai suoi meriti, non è opportuno dimostrare grande familiarità o alcun’altra delle sconvenienze anzidette.
Cose simili a questa insegnavano anche riguardo ai rapporti coi genitori e coi benefattori.
Invero, l’uso dell’opportunità è in certo modo vario e molteplice. C’è chi s’adira e s’infuria tempestivamente, e chi fuor di proposito; e di quanti son mossi o da appetito, o da desiderio, o da impulso verso qualcosa; alcuni è opportuno secondare, altri inopportuno.
Lo stesso discorso vale anche per le altre passioni e azioni, e disposizioni, e relazioni ad incontri.
Questo spirito d’opportunità è fino ad un certo punto insegnabile, razionale e suscettibile di una trattazione teorica; ma in via generale e assoluta non può essere regolato da precetti e formule.
Si accompagnano alla natura dell’opportunità, quasi come suoi seguaci, quella che noi chiamiamo tempestività, e il decoro, e la convenienza, e ogni altra cosa congenere.
Dimostravano poi che, in ogni cosa, è da tenere nel massimo conto il principio; nella scienza, come nella vita pratica e nella generazione, e così anche nella famiglia e nella città, nella milizia e in tutte le istituzioni simili; ma difficile è riconoscere e cogliere a colpo d’occhio la natura del principio delle cose suddette.
E infatti, nelle scienze, non è da qualsiasi intelligenza saper riconoscere e giudicare, guardando le singole parti, quale di queste è il principio. E’ una questione molto importante, e quasi si mette a rischio l’universale conoscenza del tutto ove non si comprenda rettamente il principio.
Lo stesso discorso vale per il principio nell’altro significato (di comando), poichè nè famiglia, nè città potranno essere ben governate se non c’è chi realmente comanda ed esercita consensualmente il dominio e la sovranità.
Conviene infatti che la sovranità si eserciti col consenso di entrambi, governanti e governati; così come dicevano essi, perchè l’insegnamento sia efficace devono esere animati da buon volere, il discepolo e il maestro, che se mai l’uno o l’altro di essi sia riluttante, non potrà condursi a buon fine l’opera intrapresa.

IAMBL. V.P. 196-198. – T.C. D. 6, 250.

Queste cose insegnò ai Pitagorici Pitagora, che per primo le mise in pratica.
Essi avevano cura che il corpo loro si mantenesse sempre nelle stesse condizioni e non fosse, a volte macilento, a volte troppo grasso; il che stimavano segno di vita sregolata
Così anche per la disposizione dell’anima; non a volte allegri, a volte tristi, ma lieti, di una calma e sempre uguale letizia.
Tenevan lungi da sè le ire, gli scoraggiamenti, le agitazioni; ed era ad essi precetto che nessuno degli accidenti umani deve riuscire inaspettato all’uomo saggio, ma tutto egli deve aspettarsi di ciò che non è in suo potere. E se mai o ira, dolore, o altra cosa simile fosse loro sopraggiunta, si isolavano, e ciascuno rinchiuso in sè stesso cercava di smaltire e di sanare la sua sofferenza.
Ancora un’altra cosa si dice dei Pitagorici, che nessuno di essi puniva un servo, o rimproverava un uomo libero mentre era dominato dall’ira, ma aveva la pazienza di attendere che l’animo tornasse nel primitivo stato. Il rimprovero lo chiamavano “raddrizzare”, e trascorrevano l’attesa in raccolto silenzio.
Perciò Spintaro raccontava spesso di Archita di Taranto, ecc.
Anche di Clinia, diceva, si raccontavano episodi simili, anche lui, cioè, rimandava ogni rimprovero e castigo a quando l’animo fosse tornato sereno. Diceva anche che codesti uomini si astenevano da gemiti, lacrime, e altre cose simili, nè mai sorgeva contesa fra loro per guadagno, e cupidigia, o ira, o ambizione,o altra cosa del genere, ma tutti i Pitagorici si comportavano tra loro come un padre affettuoso verso i figli.
Bello era anche che attribuissero tutto a Pitagora e di tutto lo chiamavano inventore; nè alcuna gloria sulle verità scoperte rivendicavano per sè, se non di rado; infatti di pochissimi di loro sono noti scritti recanti il loro nome.

IAMBL. V.P. 233-238. T.C . D 7, 281.

Che poi i pitagorici, non casualmente, scansassero le amicizie con estranei, anzi, con gran cura le evitassero, e se ne guardassero, mentre poi fra di loro conservassero inalterata l’amicizia per molte generazioni, è provato da molte testimonianze, e specialmente da quanto Aristosseno nella “Vita Pitagorica” narra d’ aver udito egli stesso da Dionisio tiranno di Siracusa quando, caduto dal potere, faceva il maestro di scuola in Corinto.
Ecco il racconto di Aristosseno:
“Cotesti uomini si astenevano, per quanto è possibile da gemiti, lacrime, e ogni altra cosa del genere, Lo stesso si dica riguardo ad adulazioni, preghiere, suppliche, e cose simili.
Dionisio dunque, perduto il potere e venuto a Corinto, ci raccontava spesso il fatto di Fintia e Damone Pitagorici. Si trattava di una malleveria per un condannato a morte nelle circostanze seguenti:
C’erano alcuni cortigiani di Dionisio che spesso facevano menzione dei Pitagorici denigrandoli, schernendoli, chiamandoli impostori, ed affermando che quella loro gravità e simulata lealtà e impassibilità si sarebbe infranta se alcuno avesse incusso loro un grosso spavento.
Poichè alcuni dissentivano, sorse una contesa, per cui fu inscenata, contro Fintia e i suoi amici, l’azione seguente.
Dionisio, raccontava, mandò a chiamare Fintia e, in sua presenza, uno degli accusatori disse: che era stata scoperta una congiura di Fintia insieme con altri, contro di lui; il fatto era confermato da testimoni presenti, e lo sdegno appariva in tutti sincero. Si stupì a queste parole Fintia, ma poichè Dionisio stesso dichiarava che le prove del fatto erano sicure, e che egli doveva subire la pena di morte, Fintia soggiunse che, se per suo giudizio doveva accadere così, almeno gli concedesse il resto del giorno per poter sistemare gli affari suoi, e quelli di Damone, che questi due uomini vivevano insieme e in comunanza di beni, ed essendo più anziano Fintia, aveva assunto su di sè gran parte dell’amministrazione.
Chiedeva pertanto il permesso di andare, dopo avere lasciato come mallevadore Damone.
Stupì Dionisio e chiese se mai esistesse un uomo che accettasse d’esser garante per una condanna capitale.
Affermandolo Fintia, fu mandato a chiamare Damone il quale, udito l’accaduto, disse che accettava d’essere mallevadore, e sarebbe restato lì fino al ritorno di Fintia.
Dionisio raccontava d’esser rimasto molto colpito da queste parole, mentre quelli che da principio avevano proposto la prova, deridevano Damone dicendo che sarebbe rimasto lì nelle peste e, motteggiando, lo chiamavano il capro espiatorio.
Ma quando il sole era ormai al tramonto, ecco giungere Fintia, pronto a morire; al che tutti rimasero colpiti e soggiogati, E Dionisio raccontava che allora li abbracciò e baciò ambedue, chiedendo di essere ammesso come terzo nella loro amicizia; ma quelli in nessun modo, per quanto egli li pregasse, vollero acconsentire.
Questo racconto Aristosseno lo apprese dalla stessa bocca di Dionisio.
Si dice poi che i Pitagorici erano pronti a compiere atti di amicizia anche verso coloro che non conoscevano e neppure mai avevano visto quando, da qualche segno s’accorgessero che appartenevano alla medesima Scuola. Sicchè, dopo tali episodi, non si può negar fede a quel detto, che gli uomini virtuosi, anche se abitano nei paesi più lontani della terra, sono amici fra loro, prima ancora di conoscersi e di rivolgersi la parola.
Si racconta, per esempio, di un Pitagorico il quale, durante un lungo viaggio che compiva da solo, giunto a un albergo, per la stanchezza e varie altre cause, cadde in una lunga e grave malattia, sicchè vennero a mancargli i mezzi di sussistenza. L’oste invece, sia per compassione, sia per dovere di ospitalità, tutto gli fornì, non risparmiando nè opera, nè spesa alcuna.
Aggravandosi poi la malattia, il Pitagorico, prossimo a morire, tracciò un certo segno di riconoscimento sopra una tavoletta e raccomandò all’oste che, se lui moriva, appendesse la tavoletta fuori, sulla via, e stesse attento se mai uno dei passanti riconoscesse il segno; costui, diceva, gli avrebbe restituito il denaro speso per lui, e gli avrebbe dimostrato la riconoscenza per il beneficio resogli.
Dopo la sua fine, l’oste ne seppellì il corpo con ogni cura, pur senza alcuna speranza di riprendersi il denaro speso, nè tanto meno di prendersi una ricompensa da qualcuno che riconoscesse il segno.
Tuttavia, scosso dalla raccomandazione, volle fare la prova, e ogni giorno esponeva la tavoletta sulla pubblica via. Ed ecco, finalmente, dopo molto tempo, passa di lì un Pitagorico, si ferma, riconosce il segno esposto, si informa dell’accaduto e all’oste rende il denaro in misura molto maggiore di quanto aveva speso.

Idem, c.s. 239 – T,C. D 7, 360.

E anche ricordano Clinia di Taranto che venuto a sapere come Prono, di Cirene, seguace della dottrina pitagorica, si trovasse a rischio di perdere tutte le sue sostanze, raccolta una somma dsi denaro, navigò verso Cirene, dove rimise in sesto gli affari di lui, non solo trascurando la perdita del proprio denaro, ma anche affrontando il rischio di un viaggio per mare.
Allo stesso modo, Testore di Posidonia, sapendo solo per sentito dire, che Timarida di Paro era Pitagorico, quando questi, da uno stato di grande ricchezza cadde nell’indigenza, raccolta una grossa somma si recò a Paro e gli riscattò tutti i beni.

cfr. Idem, c.s. 127 – T.C. D 7, 371.

Tali storie aveva raccontato Dionisio ad Aristosseno: di Fintia e Damone, di Platone e Archita, di Clinia e Proro.
Un’ altra è la storia di Eubulo di Messina; egli navigava verso la patria quando fu preso dai pirati ertruschi e trasportato in Etruria. Ma l’etrusco Nausitoo, che era pitagorico, avendo saputo che quegli era un seguace di Pitagora, lo sottrasse ai pirati e lo fece tornare sano e salvo a Messina.
E una volta che i Cartaginesi stavano per confinare in un’isola deserta più di cinquemila mercenari, Milziade cartaginese, visto fra loro l’argivo Poside, che era come lui Pitagorico, gli s’accostò, e senza spiegargli l’azione che si stava preparando, gli consigliò di fuggire al più presto in patria, e imbarcatolo sopra una nave di passaggio, e fornitolo del necessario, salvò l’uomo dai pericoli.

IAMBL. V.P. 200-213. T.C. D.8, 287.

Riguardo alla opinione, tali si dice che fossero i loro insegnamenti:
E’ da stolto seguire ogni opinione, di chiunque sia, specialmente quella che proviene dalla maggioranza, perchè il pensare, e il giudicare, solitamente è di pochi, essendo proprio delle persone colte, le quali sono poche, donde è chiaro che non possa estendersi alla moltitudine una tale capacità.
Ma è anche da stolto il disprezzare ogni giudizio e opinione: chi pensa così rimarrà ignorante e non si correggerà.
E’ necessario dunque che chi non sa apprenda ciò che ignora e non sa; e chi apprende segua il giudizio e l’opinione di chi sa e può insegnargli; per dirla in breve, è necessario che i giovani che vogliono salvarsi seguano i giudizi e le opinioni dei più vecchi, che abbiano degnamente vissuto. Inoltre, dicevano che in tutto il corso della vita umana ci sono alcune età “ripartite” (per usare il loro termine) e che non è da chiunque il sapere connettere fra loro, che, anzi, esse possono sovvertirsi l’una con l’altra, se l’uomo non sia fin dalla nascita bene e rettamente condotto.
Pertanto, di una educazione onesta, saggia e virile impartita al fanciullo, gran parte dovrà essere trasmessa all’età dell’adolescenza, e similmente della cultura ed educazione onesta, virile e saggia impartita al giovanetto, gran parte dovrà essere trasmessa all’età virile.
Invece, quanto accade nella generalità delle persone è assurdo e ridicolo. Perchè si pensa che i fanciulli, come tali, debbano mantenersi disciplinati e temperati, e astenersi da tutto ciò che appare volgare e turpe; ma non appena giungono all’adolescenza si concede loro, almeno a giudizio dei più, di fare quello che vogliono, sicchè confluiscono, si può dire, in questa età, gli errori delle due età contigue, e così gli adolescenti commettono molti errori infantili, e molti degli adulti..
Altrettanto il rifuggire, in genere, da ogni specie di applicazione e di ordine, e di seguire l’attrattiva del gioco, della sfrenatezza e della petulanza infantile, è cosa tutto propria della fanciullezza. E’ da questa età che una simile disposizione tende a passare nella età successiva.
D’ altro lato, le brame violente, le ambizioni d’ogni specie; e tutte le altre pericolose e inquiete inclinazioni e disposizioni, tendono a trasferirsi dall’età virile all’adolescenza, Per cui, di tutte le età, questa dicevano aver bisogno della maggior sorveglianza.
Insomma, l’ uomo non deve mai essere lasciato libero di fare quello che vuole, ma sempre ci dev’essere una direzione e un governo serio fondato su leggi, al quale ogni cittadino sia sottoposto.
Un essere lasciato a sè stesso e trascurato, rapidamente scivola nella malvagità e nella inettitudine,
E dicono che spesso interrogavano sul motivo per cui noi abituiamo i bambini a mangiare con ordine e misura, e dimostriamo loro che l’ ordine e la moderatezza sono belle, mentre i loro contrari, il disordine e la smoderatezza sono brutti, per cui chi eccede nel vino e nel cibo è oggetto di grave biasimo.
E infatti, se nulla di questo dovesse giovarci nell’età adulta, sarebbe vano abituarci a una tal regola da fanciulli. Lo stesso, ragionevolmente valeva anche per gli altri costumi.
Nè già, essi dicevano, si vede accadere nell’allevamento degli altri animali, quanto avviene per l’uomo, ma subito e in principio, il cucciolo e il puledro si abituano e imparano ciò che dovranno fare da adulti.
In modo assoluto poi i Pitagorici raccomandavano in chi in loro si imbatteva ed entrava con loro in familiarità, di guardarsi dal piacere, come cosa che, quantun’altra mai, esige la massima cautela; nessun’altra affezione quanto questa ci devìa e ci induce in errore. Pare che sostenessero, in generale, che mai nulla si debba fare mirando al piacere, perchè è un fine disonesto e per lo più dannoso, ma si debba compiere il nostro dovere mirando al buono e all’onesto; e in secondo luogo al comodo e all’utile, e che per questo si richiede una facoltà di giudizio non comune.
Riguardo a ciò che si suol chiamare desiderio corporeo, si racconta che quegli uomini professassero tali principi: il desiderio è propriamente una specie di trasporto dell’anima , e impulso e tendenza o a un qualche soddisfacimento, o alla presenza di qualche sensazione, o a una certa disposizione della sensibilità.
Può esserci anche desiderio di cose contrarie a queste, cioè di svuotamento, di assenza di qualche sensazione e insensibilità per alcune cose. Varia è, infatti, questa affezione, e quasi fra tutti gli affetti umani, la più multiforme. In massima parte poi, i desideri umani sono acquisiti e creati dagli uomini stessi, per cui questa affezione richiede anche la massima cura e sorveglianza e una disciplina fisica non comune.
Così, il desiderio del cibo, quando il corpo è vuoto, è un desiderio naturale, come è naturale desiderare l’evacuazione quando è pieno, ma il desiderare cibi squisiti, o vesti e coltri elaborate e morbide, e abitazione elegante, sontuosa e adorna, questo è acquisito, e lo stesso si dica delle suppellettili, del vasellame, della servitù e del bestiame allevato per nutrimento dell’uomo. Insomma, fra tutte le passioni umane, questa si può dire, è tale che su nulla si ferma, ma procede all’infinito onde, fin dalla prima età si deve badare a che i bambini aspirino a cose buone e rifuggano dai desideri vani e superflui, e così si mantengono sereni e puri da simili tendenze e disprezzino quelli che in tali tendenze sono invischiati.
Specialmente poi facevano osservare che di tutti i desideri, quelli vani, dannosi, superflui e sfrenati, sorgono in coloro che vivono nelle ricchezze; nulla, infatti, è tanto fuori dal comune, a cui non si senta attratto l’animo di fanciulli, uomini e donne di ricca condizione.
In generale, svariatissimo è il genere umano rispetto alla moltitudine dei desideri, e ne è segno evidente la varietà dei cibi; infinita, si potrà dire, è la quantità dei frutti, infinita quella delle erbe di cui si nutre l’uomo, che inoltre si ciba di svariate carni, tanto che è difficile trovare tra gli animali terrestri, acquatici e volatili, di quali egli non gusti.
Ed anche ha escogitato svariati modi di cucinarli, e salse di ogni genere, onde è naturale che la stirpe umana vada soggetta a folli e multiformi moti dell’animo.
Infatti, ogni cibo genera una particolare disposizione. Vero è che gli uomini osservano gli effetti di quegli alimenti che son causa di immediate e notevoli alterazioni, come, per es. il vino, che bevuto più del normale, in principio rende allegri, in seguito toglie il senno e il senso del decoro; ma poi non badano a quei cibi che non mostrano effetti molto evidenti; mentre è vero che ogni cibo crea una disposizione particolare; onde si richiede grande accorgimento per osservare e conoscere di quali cibi dobbiamo nutrirci, e in che quantità.
Questa scienza appartenne da principio ad Apollo, e a Peone, poi ad Asclepio e alla sua Scuola.
Circa la generazione, si tramanda che dicevano questo:
Stimavano che si dovesse del tutto evitare quel che essi chiamavano “precocità”, perchè, nè le piante, nè gli animali precoci danno buoni frutti, ma deve passare un certo tempo prima della fruttificazione, affinché tanto i semi che i frutti provengano da corpi robusti e pienamente sviluppati. Conveniva pertanto allevare fanciulli e fanciulle in fatiche, in esercizi fisici, in prove di resistenza a loro adatte, nutrendoli con un cibo conveniente ad una vita laboriosa, temperante, tollerante alle fatiche.
Molte cose poi ci sono nella vita umana che è meglio apprendere più tardi, di esse una è la pratica dei piaceri d’amore. Deve pertanto il fanciullo essere educato in tal modo che non cerchi tali rapporti prima d’aver compiuto i vent’anni; quando abbia raggiunto tale età ne usi raramente, il che avverrà se sarà abituato a considerare il pregio e l’utilità della buona salute; ché buona salute e intemperanza non possono coesistere.
E si dice che essi lodavano le istituzioni già in uso nelle città greche, che vietavano di trovarsi insieme con la madre o la figlia, o la sorella, nei templi o nei luoghi pubblici, ritenendo cosa buona ed utile l’opporre quanto più è possibile ostacoli a tale comportamento.
Come si vede, quegli uomini reputavano che si dovessero impedire i concepimenti contro natura, o per libidine, e quelli secondo natura e temperanza sono da permettersi solo se tendono a una saggia e legittima procreazione.
Reputavano ancora che chi vuole aver figli deve essere molto previdente riguardo ai nascituri; prima e massima previdenza il prepararsi alla procreazione seguendo un metodo di vita sobrio e sano, senza riempirsi di cibo fuori tempo, o mangiar tali cose che guastino la salute, e soprattutto senza ubriacarsi. Pensavano infatti che da una costituzione fisica debole, squilibrata e disordinata provenissero germi cattivi.
Giudicavano poi addirittura uomo leggero e sconsiderato colui che, accingendosi a procreare un figlio e a condurlo alla nascita e all’esistenza, non procurasse con ogni zelo che il suo ingresso nell’essere e nella vita avvenisse nel modo più felice.
Mentre un allevatore di cani studia con ogni accortezza le condizioni di allevamento, cioè la qualità dei genitori, il loro stato fisico e l’epoca dell’accoppiamento, perchè i cuccioli nascano di buona indole; e così anche fanno gli amatori di uccelli.
Ed anche tutti gli altri che vogliono avere razze pregiate di animali, si danno gran cura perchè la procreazione non avvenga a caso; invece gli uomini non fanno alcun conto dei loro figlioli, e non solo nel generarli agiscono a caso, e alla ventura, ma anche dopo li allevano e li educano con estrema negligenza.
Questa è la causa più grave e più evidente dell’essere, i più degli uomini, o malvagi, o inetti, perchè per la maggi0or parte la procreazione dei figli è un fatto casuale o animale.
Tali regole e usanze seguivano quegli uomini, con le parole e coi fatti, circa la temperanza, secondo i precetti che da tempo avevano ricevuto , quasi oracoli delfici, dallo stesso Pitagora.

Ad §§ 209-212 cfr. STOB. Flor. IV 37, 4, p. 878, 13 II. – T.C. D 8, 476.

Dagli scritti di Aristosseno Pitagorico, quella generazione, dei figli, diceva questo.
Bisogna evitare del tutto ciò che si chiama “precocità”, perchè nè le piante, nè gli animali precoci danno buoni frutti; ma devono prepararsi alla fruttificazione per un certo tempo, durante il quale i corpi si irrobustiscono e raggiungono il pieno sviluppo, per esser capaci di produrre semi e frutti.
Molte cose poi ci sono nella vita umana che è meglio apprendere più tardi; una di esse è la pratica dei piaceri d’amore. Occorre pertanto che il fanciullo sia tenuto così occupato nei vari esercizi, che non solo non cerchi, ma possibilmente neppure sappia di tali rapporti, fino a vent’anni; e anche quando abbia raggiunto tale età ne usi scarsamente; questo giova molto alla buona salute dei genitori e dei nascituri.
Diceva anche di non accostarsi a donne per procreare, essendo pieni di cibo e di vino, perchè da una prava e turbolenta unione, non solo non nasce prole armoniosa e bella, ma neppure buona in modo assoluto.

IAMBL. V.P. 230-233. – T.C. D 9, 594.

Conviene dunque, anche intorno a questo argomento, esporre il metodo educativo di Pitagora, e i precetti che dava ai suoi discepoli.
Raccomandavano cotesti uomini di tener lontano dalla vera amicizia le rivalità e le contese; da tutte le amicizie, se possibile, se no almeno da quelle che si legano al padre e in genere ai più anziani e ai benefattori, perchè se con tali persone sorge gara e contesa, aggiungendovi l’ira, o alcun’ altra passione simile, l’ amicizia non sopravvive.
Dicevano ancora che nelle amicizie si devono evitare al massimo scalfitture e ferite, e ciò si ottiene se ambedue gli amici, ma specialmente chi è più giovane e si trova in uno dei rapporti anzidetti, sappia cedere e reprimere l’ira.
Pensavano che le correzioni e gli ammonimenti, che essi chiamavano “raddrizzamenti” devono gli anziani muovere ai giovani con molta benevolenza e cautela, dimostrando chiaramente, nell’ammonire, sollecitudine e affetto, solo così infatti l’ammonimento può essere dignitoso e utile.
Dall’amicizia, dicevano, non doversi mai separare la lealtà, neppure per scherzo, che non è facile conservare l’amicizia una volta che la menzogna si sia insinuata nelle abitudini di coloro che si dichiarano amici.
Non si deve ripudiare l’amicizia per un rovescio di fortuna e per altri interessi che capitano nella vita; ma unica e ammissibile ragione di ripudiare l’ amico, o l’amicizia con lui, è quando egli dimostra una malvagità grande e incorreggibile.
Non bisogna farsi volontariamente nemico di chi non è del tutto malvagio, però, se abbiamo appreso ad esserlo, bisogna persistere coraggiosamente nell’opposizione finché l’avversario non abbia cambiato costume e ripresa una onesta condotta.
E lottare si deve, non con le parole, ma coi fatti, e giusta e lecita è la guerra quando è combattuta da uomo a uomo. Non dobbiamo mai farci ragione di discordia per quanto stia in noi, ma, fin dall’inizio, guardarcene con tutto il nostro potere.
Anche dicevano che nell’amicizia, perchè risulti vera, devono esser poste, nel maggior numero possibile, condizioni definite e regolate seguendo un giusto criterio, e non a caso; bisogna adeguarsi a ciascuna indole per sè stessa, perchè nessuna unione si formi superficialmente e a caso, bensì con decoro, consapevolezza, e saggia determinazione; nè alcuna passione possa insorgere, o per caso, o per leggerezza, o per mala intenzione, come desiderio o ira.
Lo stesso discorso era da farsi per tutte le altre passioni o disposizioni dell’animo.

F I N E

FRAMMENTI MORALI 3.

  
 

                                                                                             

                                                    P I T A G O R I S M O

                                                      Frammenti morali

                                                                 3^ parte

                                               SENTENZE PITAGORICHE

Le ultime due pagine di questo file riportano frammenti dalle "Sentenze Pitagoriche" e dalla "Vita Pitagorica", così come Giamblico e Stobeo la ripresero da uno scritto di Aristosseno, celebre musico e pitagorico tarantino del IV secolo a.C., contemporaneo di Archita, conoscitore dell'ambiente culturale della sua città. A differenza dei frammenti riguardanti gli Acusmi, queste pagine testimoniano di interessi psicologici e pedagogici assolutamente attuali.

IAMBL. V.P. 95-101. – T.C. D 1, 1.

Parlerò ora dei compiti che Pitagora aveva assegnato ai suoi discepoli durante la giornata; perchè chi seguiva la sua guida operava secondo il programma seguente da lui prescritto.
Costoro facevano passeggiate mattutine da soli in luoghi ove c'era calma e tranquillità adatta, e dove erano templi e boschi e altre cose gradite all'animo.
Pensavano, infatti, che non convenisse incontrarsi con qualcuno prima d'aver ben disposto la propria anima e riordinata la mente, e che a ben disporre la mente fosse adatta la tranquillità, mentre il cacciarsi tra la folla appena alzati lo ritenevano causa di turbamento. Per questo, appunto, tutti i pitagorici sceglievano i luoghi che più avessero carattere sacro.
Poi, dopo la passeggiata mattutina si incontravano fra loro, per lo più nei templi, o se no in luoghi simili. Era questo il momento adatto per l'insegnamento e l'apprendimento, e per la correzione dei costumi.
Dopo tali occupazioni passavano alla cura del corpo. I più si ungevano e si esercitavano nella corsa; in minor numero anche nella lotta, in giardini e boschi; altri ancora coi manubri e con movimenti cadenzati delle braccia, badando a scegliere esercizi adatti a irrobustire il corpo.
A colazione prendevano pane e miele puro, o di favo; durante il giorno non bevevano vino.
Dopo colazione si dedicavano agli affari riguardanti la propria città, o città straniere, o i forestieri, secondo che le leggi disponevano; ché ogni provvedimento essi volevano prenderlo dopo colazione.
Venuta la sera, di nuovo passeggiavano, non più da soli come la mattina, ma in due o tre, e richiamavano alla mente le cose apprese e si esercitavano in belle occupazioni.
Dopo la passeggiata facevano il bagno, poi si recavano alle mense comuni. In ciascuna di queste si riunivano non più di dieci uomini. Radunati tutti i commensali, si facevano libagioni e offerte di primizie e d'incenso. Poi iniziavano il pranzo, sì da terminare prima del tramonto. Prendevano vino, focaccia e pane, verdure cotte e crude. Imbandivano carni di animali che è lecito sacrificare; raramente di pesci, perchè ritenevano, per certe loro ragioni, che alcuni di essi non giovassero alla salute.
Dopo il pranzo si libava e si leggeva. Era consuetudine che il più giovane leggesse e il più anziano sorvegliasse che cosa si dovesse leggere, e come.
Al momento di andarsene il coppiere versava loro il vino, per libare, e fatta la libagione il più anziano pronunciava queste parole: – "Non danneggiate o distruggete piante coltivate o da frutto, come anche animali che non siano nocivi all'uomo, inoltre abbiate animo buono e pio verso gli dèi, i dèmoni e gli eroi, ed uguali sentimenti abbiate verso i genitori e i benefattori; difendete la legge e combattete l'illegalità".
Terminate queste parole, ognuno tornava a casa.
Usavano vesti bianche e pulite, coperte banche e pulite; le coperte erano panni di lino, che non facevano uso di lana . Non approvavano la caccia e non si davano a tale esercizio.
Tali dunque erano, per quel sodalizio, le prescrizioni giornaliere riguardo al cibo e alle occupazioni della vita.
E' stato tramandato anche un altro aspetto dell'educazione, dalle "Sentenze pitagoriche", ecc.

IAMBL. V.P. 163-166 [1 DK] – T.C. D 1b, 61.

Dicono che, tra le scienze, i Pitagorici onorarono soprattutto la musica, la medicina e la divinazione. Amavano tacere e ascoltare, e chi sapeva ascoltare era da essi lodato.
Della medicina accoglievano principalmente le norme dietetiche, ed erano, nell'osservarle, rigorosissimi.
Cercavano, in primo luogo, di stabilire i termini di una giusta misura dei cibi, delle bevande e del riposo; in secondo luogo studiavano la preparazione stessa delle vivande, della quale furono i primi, si può dire, a occuparsi e a stabilire le norme.
I Pitagorici usarono la terapia dei cataplasmi più di quanto non si facesse prima, mentre in minor conto tenevano le medicine; di questi si servivano nella cura delle ferite, e meno di tutto approvavano i tagli e le cauterizzazioni.
Ricorrevano anche agli incantesimi, per alcune specie di infermità. Ritenevano che anche la musica giovi molto alla salute , quando sia usata nei modi convenienti; e anche di detti scelti di Omero e di Esiodo si servivano per correggere l'anima.
Stimavano poi che si deve trattenere e conservare nella memoria tutto ciò che viene insegnato e spiegato, e che le dottrine e gli insegnamenti per tanto si acquistano, per quanto è capace di accoglierli la parte dell'anima che apprende e ricorda; perchè essa è il principio mediante il quale si acquista la conoscenza. e nel quale è custodito il giudizio. Avevano perciò in grandissimo onore la memoria e grandissima cura si prendevano, di esercitarla e, nell'apprendere, non abbandonavano uno studio finché non se ne fossero impadroniti in modo sicuro, da cima a fondo, richiamando alla memoria le cose dette giorno per giorno.
L'uomo Pitagorico non si levava dal letto prima d'aver richiamato alla mente le cose avvenute il giorno innanzi; e faceva la rievocazione in questo modo: si sforzava di ricondurre alla mente cosa avesse detto o udito o ordinato ai suoi di casa appena alzato, e quale per seconda, e quale per terza, e così via per tutto il resto. Cercava cioè di richiamare alla mente tutti gli avvenimenti dell'intera giornata, procurando di ricordarli nel medesimo ordine nel quale ciascuno di essi era accaduto. Che, se allo svegliarsi aveva più tempo libero, si sforzava di ricordare nello stesso modo gli avvenimenti di due giorni prima.
E sempre di più cercavano di esercitare la memoria: nulla essendoci che più valga nella scienza, per l'esperienza e per il raziocinio della facoltà del ricordare.
Così, per effetto di tali costumi, accadde che tutta l'Italia si riempì di uomini amanti del sapere, e mentre prima era sconosciuta, dopo, per merito di Pitagora, fu chiamata Grande Grecia, e in essa fiorirono in gran copia filosofi, poeti e legislatori, e fu da loro che i precetti d'arte oratoria, i discorsi epidittici e le leggi scritte passarono in Grecia.
E quanti hanno fatto una qualche menzione di dottrine fisiche citano anzitutto Empedocle e Parmenide di Elea; e quanti vogliono sentenziare sui casi della vita riferiscono le sentenze di Epicarmo che tutti i filosofi, si può dire, sanno a mente.

Ad § 163 cf, Cramer Anecd, Par. I. 172. – T.C. D 1b, 116.

I Pitagorici, come afferma Aristosseno, per la purificazione del corpo ricorrevano alla medicina, per quella dell'anima, alla musica.

IAMBL. V.P. 110. – T.C. D 1b, 120

Soleva Pitagora attribuire somma importanza a questa "catarsi"; così infatti si chiamava l'arte del guarire mediante la musica.

SCHOL. V. in Hom. K. 391 – T.C. D 1b, 123.

Nei tempi antichi, fino ai Pitagorici, la musica fu chiamata, cosa strana, "catarsi".

IAMBL. V.P. 137. – T.C. D 2, 125.

Ma voglio esporre dall'inizio i principii che Pitagora e i suoi discepoli posero a fondamento del culto degli dèi.
Tutto quanto essi definiscono circa il fare e il non fare ha per mira la comunione con la divinità; questo è il principio, e tutta la loro vita era coordinata a questo fine, di lasciarsi guidare da Dio.
Tale è il senso di questa filosofia, che cioè fanno cosa ridicola coloro che cercano di ottenere il bene da altra fonte; simili ad uno che in un paese governato dal Re renda onore a un qualsiasi prefetto e trascuri colui che di tutti è principe e signore. In tal modo, essi pensano che agiscano anche gli uomini.
E poichè Dio esiste ed è signore di tutto, e si è poi d'accordo che al Signore debba chiedersi il bene; e poichè d'altra parte tutti fanno il bene a coloro che amano ed hanno in grazia, e il contrario a coloro per cui hanno sentimenti contrari, così, è chiaro che dobbiamo fare quelle cose che riescono gradite a Dio.

STOB. Ecl. II. 31, 119 w. – T.C. D 5, 245.

Dalle "Sentenze Pitagoriche" di Aristosseno.
Dicevano che tutti gli insegnamenti delle scienze e delle arti sono buoni e raggiungono lo scopo se impartiti e ricevuti spontaneamente; ma se avvengono contro voglia riescono sterili e vani.

Ad § 205 STOB. Flor. III. 10, 66 p. 424, 13 II. – T.C. D 8, 563.

Dalle "Sentenze Pitagoriche" di Aristosseno.
Riguardo al desiderio, enunciavano tali principii: Quest'affezione è oltremodo varia e multiforme, e i desiderii, parte sono acquisiti e artificiosi, parte innati.
Per sè stesso il desiderio è una specie di trasporto dell'anima, e impulso e tendenza o a un soddisfacimento e alla presenza di una sensazione, ovvero a uno svuotamento e ad assenza di sensazione e ad insensibilità.
Del desiderio errato e riprovevole dicevano esser tre le forme più comuni: indecenza, smoderatezza, inopportunità; perchè, o per sè stesso il desiderio è indecoroso, rozzo e volgare; o tale non è, ma è più violento e più prolungato del lecito; o, terzo caso, si manifesta a tempo non lecito, e verso cose non lecite.

STOB. Flor. III. 1, P. 50, 17 H. – T,C, D 10, 635.

Dalle "Sentenze Pitagoriche" di Aristosseno.
Diceva che il vero amore del bello sta nelle attività pratiche e nelle scienze; perchè l'amare e il voler bene hanno inizio dalle buone usanze e occupazioni, così come, delle scienze ed esperienze, quelle belle ed oneste amano davvero il bello, mentre ciò che dai più è detto amore del bello, cioè quello che si manifesta nelle necessità e nei bisogni della vita, è, semmai, la spoglia del vero amore.

STOB. Ecl. I. 6, 18, p. 89, 8 W – T,C. D 11, 644.

Dalle "Sentenze Pitagoriche" di Aristosseno.
Della fortuna solevano dire che una parte di essa è di origine demònica, cioè che dai dèmoni proviene agli uomini una specie di ispirazione, ad alcuni verso il meglio, ad altri verso il peggio; ed è proprio per questo che alcuni sono fortunati, altri sfortunati.
La prova più manifesta di ciò è che alcuni, pur agendo sventatamente e a caso, spesso riescono nel loro intento, altri, che prima riflettono e cercano di predisporre il modo giusto di agire, falliscono.
Ma c'è anche un'altra specie di fortuna, per la quale gli uni nascono con buone disposizioni e destinati al successo; altrti inetti e di natura al tutto contraria. Quelli colgono dove mirano, questi falliscono la mira perchè la loro mente non imbrocca mai la via giusta.
Questa specie di sfortuna è innata e non proviene da cause esterne.

                                                                ( continua )

 

     
    
     
     

     

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FRAMMENTI MORALI 2

 

                                                            

                                                           P I T A G O R I S M O

                                                             Frammenti morali

                                                                        2^ parte

Presentiamo qui una parte di ciò che Maria Timpanaro Cardini ha tradotto sotto il titolo "Acusmi e Simboli", nel terzo volume della sua traduzione, ampiamente citata.

Della traduttrice:
"Aristotele, come fu il primo raccoglitore della leggenda pitagorica, così anche lo fu della tradizione etico-religiosa in prontuari di "Acusmi e Simboli", cioè di massime e precetti che dovettero circolare nei vari gruppi pitagorici, a disposizione degli adepti (e probabilmente ognuno aveva con sè il suo formulario).
Queste raccolte, pur avendo a fondamento un repertorio comune, sembra però che non avessero una rigida stesura canonica, che ammettessero varianti, ed anche aggiunte. Infatti, mentre alcuni precetti rivelano un carattere arcaico di vero e proprio tabù di origine superstiziosa ed oscura, altri mostrano un prevalere di esigenze etiche circa il mondo della natura e i rapporti sociali, segno di tempi meno antichi e di una evoluzione di concetti etici.
Altre sillogi, dopo Aristotele, raccolsero Anassimandro il giovane, contemporaneo di Aristotele, che scrisse di "esegesis simbolon pitagoreion"; Andreocide, medico contemporaneo di Alessandro Magno, e poi Aristosseno, e Alessandro Polistore, dal quale poi derivano le sillogi di Diogene Laerzio, di Porfirio, di Giamblico".

Come si vede, e si vedrà meglio leggendo i frammenti, esistono molte "anime" del pitagorismo.
Quello arcaico del sesto secolo a.C., che riguarda le prime classi di alunni, e si riferisce alla morale dell' "ipse dixit"; quello (sempre del sesto secolo) che riguarda le prime sperimentazioni, le prime scoperte aritmo geometriche, gli studi di fisiologia e l'orfismo.
Quello "scientifico" del quinto secolo, nei quali troviamo Alcmeone, Ippaso, Filolao, Teeteto, Archita, Aristosseno, ovvero studiosi di astronomia, matematica, geometria (non più aritmo-geometria), musica, legislazione, ed altro, i quali si staccano, non solo dallo spirito di coloro che li avevano preceduti, ma anche dagli scienziati di oggi, in quanto mantengono, rispetto a costoro, un carattere profondamente religioso-naturalistico, oggi praticamente scomparso, o comunque ufficialmente negato, non riconosciuto, ignorato non solo dalle Chiese, anche dalla cultura accademica.
Un diverso carattere mostreranno i frammenti, soprattutto quelli riferiti a Giamblico, nei quali trapela lo spirito di tempi di grandi sconvolgimenti storici, ove lo spirito dell' ultima grande filosofia religiosa occidentale, quella pitagorica, già inquinata da Platone, mal condivisa da Aristotele, impallidirà sino a scomparire per sempre, sommersa dall' entusiasmo con cui furono accolti, nel basso impero romano, i riti misterici orientali, e le nuove morali, tutte di carattere contraddittorio: mansuete e contemporaneamente intolleranti, fra le quali il cristianesimo fu ancora l'unica, fra le culture nuove, a superare il suo tempo.
Però, da allora, la grande cultura religiosa dell'Occidente scomparve per sempre.
Le parti terza e quarta di questi frammenti, ricavate da Aristosseno, ovvero da un autore del quarto secolo a.C., abbastanza vicino al tempo di Filolao e contemporaneo di Archita, riflettono un modo più che attuale di intendere la psicologia umana e l'arte dell'educazione.

                                                         ACUSMI E SIMBOLI

IAMBL. V.P, 82-86. – T.C. c 4, 50.

La filosofia degli Acusmatici consiste in Acusmi privi di dimostrazione e senza la ragione per cui si debba agire in un dato modo; e quanto ai detti di "lui", essi si studiano di conservarli come "divine sentenze", ma non presumono di enunciarne essi stessi, nè creedono che sia lecito farlo; ritengono invece che siano superiori in saggezza quelli di loro che sanno a mente il maggior numero di Acusmi.
Tutti questi che chiamano Acusmi sono distinti in tre specie; alcuni insegnano il "che cos'è"; altri il "che cos'è più di tutto"; altri "che cosa si deve fare o non fare".
Quelli che insegnano il "che cos'é" sono, per es. così: "che cosa sono le isole dei beati?" Sole e Luna. – "Che cos'è l'oracolo di Delfi?" Tetractys, cioè l'armonia.
I precetti che insegnano "che cos'è più di tutto" sono, p. es. così: "qual'è la cosa più giusta?" Fare sacrifici.
"Quale è la più sapiente?" Il numero, e in secondo luogo chi dette i nomi alle cose.
"Quale è la più sapiente delle cose umane?" La medicina.
"La più bella?" L'armonia.
"La più potente?" L'intelletto.
"La migliore?" La buona sorte.
"Quale l'affermazione più vera?" Che gli uomini sono malvagi; onde anche si dice che Egli lodasse il poeta Ippodamante di Salamina, che aveva cantato così:

O dèi, donde siete, donde tali nasceste?
O uomini, donde siete, donde sì malvagi nasceste?

Tali, ed altri simili sono gli Acusmi di questo genere, cioè ciascuno insegna quale cosa supera le altre di una data specie. Ed è, questa sapienza, la stessa di quella detta "dei Sette Savi"; i quali anch'essi ricercavano, non "che cos'è il bene" ma "qual'è la cosa più buona". Non "che cos'è il difficile" ma "qual'è la cosa più difficile?" Che è il conoscere sè stesso. Ne' "che cos'è il facile" Che è il seguire l' usanza.
Pare anzi che a tale sapienza si conformassero questi Acusmi, dato che costoro vissero prima di Pitagora.
Quanto poi agli Acusmi "su ciò che si deve fare o non fare" erano di questo genere: "bisogna procreare figli per lasciare dopo di noi chi onori la divinità"; "bisogna calzare per primo il piede destro"; "non bisogna camminare per le strade maestre, nè immergere la mano in un'urna lustrale, nè lavarsi in un bagno pubblico", perchè non si sa se le persone che frequentano tutti questi luoghi siano pure.
Ed altri aspetti simili: "Non bisogna aiutare alcuno a levarsi un fardello" per non esser causa che egli eviti la fatica, ma si, aiutarlo a portarselo sulle spalle.
"Non unirsi a donna ricca per aver figli". "Non parlare senza luce". "Non libare agli dèi dall'ansa del calice" per buon augurio e perchè poi non si beva dalla stessa parte.
"Non portare impressa nell'anello la figura di un dio" perchè non si contamini. Essa infatti è immagine sacra e come tale dev'essere custodita nella casa.
"Non si deve maltrattare la propria moglie" perchè è supplice; per questo anche la conduciamo via dal focolare prendendola con la mano destra.
Neppure sacrificare un gallo bianco, perchè è supplice e sacro alle Muse, e perciò segue l'ora.
A chi chiede consiglio non consigliare se non il meglio; cosa sacra è un consiglio.
Un bene sono le fatiche, i piaceri invece sono, per ogni verso, un male, perchè, venuti al mondo a scontare una pena, dobbiamo scontarla.
"Bisogna sacrificare e accostarsi alle vittime a piedi nudi." "Non andare al tempio deviando strada": dio non dev'essere considerato come cosa accessoria.
"Bello è morire combattendo e con ferite al petto". Turpe il contrario.
L' anima umana non entra soltanto in quegli animali che è permesso sacrificare, perciò bisogna cibarsi soltanto dei sacrificabili, quelli che sia possibile mangiare, e di nessun altro

Tali erano, dunque, alcuni di questi Acusmi; altri erano lunghe e prolisse prescrizioni sui sacrifici, come debbano farsi, secondo le varie circostanze.
Le altre riguardavano l'emigrazione da questa vita; così pure del rituale da seguirsi per la sepoltura.
In alcuni Acusmi viene aggiunta la ragione per cui si deve agire in un certo modo; per es. si devono procreare figli per lasciare al nostro posto un altro ministro degli dèi; in altri, non è data alcuna ragione.
E alcune di queste spiegazioni sembrano avere una giustificazione immediata; altre, invece, lontana nel tempo, come il fatto che non si deve spezzare il pane, perchè questo nuoce al giudizio che avrà luogo nell'Ade.
Ma le spiegazioni verosimili aggiunte a tali precetti, non sono pitagoriche, bensì di alcuni ingegnosi commentatori estranei alla Scuola, che cercavano di adattarvi una ragione verosimile, come nel caso, ora detto, della proibizione di spezzare il pane.
Alcuni spiegano, perchè non bisogne spezzare ciò che unisce; infatti, nei tempi antichi, gli amici, secondo un uso straniero, si riunivano tutti intorno a un solo pane. Altri invece pensano che non sia di buon augurio il cominciare rompendo e spezzando.

ARISTOT. Occ. A 4, 1344 a 8. – T.C. c. 5, 123.

Anzitutto, dunque, ci siano leggi in difesa della moglie, e che vietino di recarle offesa; così, neppure il marito deve ricevere offesa.
Questo, del resto, insegna anche la norma comune, secondo il detto dei Pitagorici: "Non si deve offendere minimamente la moglie, che è come supplice e condotta via dal suo focolare."

SUDA – T.C. c. 6, 129.

Anassimandro, il giovane figlio di Anassimandro, nativo di Mileto, storico: visse al tempo di Artaserse, detto il memore; scrisse una "Interpretazione dei "Simboli Pitagorici", di cui ecco qualche esempio:
"Non squilibrare la bilancia", "Non attizzare il fuoco col coltello" "non mangiare da un pane intero", ecc.

DIOG. L. II. 2 – T.C. c. 136.

Ci fu anche un altro Anassimandro, storico, anche lui di Mileto, scrisse in dialetto ionico.

PORPH. V. P. 43-45. -:: T.C. c. 138.

C' era anche un'altra specie di Simboli, come questo: "non squilibrare la bilancia", cioè, non prevaricare. "Non attizzare il fuoco col coltello", cioè, non eccitare con parole taglienti chi è già gonfio d'ira.
"Non sfrondare la corona", cioè, non violare le leggi, che queste sono corone delle città.
Altri ancora di questo genere: "Non mangiare il cuore", cioè, non ti tormentare con affezioni.
"Non star seduto sul moggio", cioè, non vivere da fannullone. "Non ti voltare partendo", cioè, nel momento di morire non ti sentire attaccato a questa vita.
"Non camminare per le vie maestre", col quale precetto ordinava di non seguire le opinioni dei molti, ma quelle dei pochi e dotati di cultura.
E "non accogliere rondini in casa", cioè non coabitare con uomini ciarlieri e incontinenti,
"Aiutare a caricarsi un fardello, non a deporlo", col quale esortava a cooperare, non in favore dell' ignavia, ma della virtù e della fatica.
"Non portare immagini degli dèi negli anelli", cioè, non aver sempre in bocca ciò che pensi e credi della divinità, nè divulgarlo.
"Far libagioni agli dèi dall'ansa del calice", e con ciò ordinava allusivamente di onorare gli dèi, e di celebrare la musica, che questa passa per le orecchie
"Non mangiare ciò che non è lecito" nascita, crescita, principio, fine, nè ciò da cui proviene il primo fondamento del tutto", pertanto ordinava di astenersi da lombi, testicoli e pudende, midollo, piedi e testa delle vittime. Raccomandava poi di astenersi dalle fave, ugualmente come da carni umane.
Anche da altre cose esortava ad astenersi: matrice, triglia, ortica di mare, e da quasi tutti gli altri prodotti marini.

IAMBL. Protr. 21 p. 106, 18, Pist. – T.C. c. 173.

I "Simboli" da insegnare siano questi:
1. Avviandoti al tempio, inchinati, nè t' occupare, con parole e con fatti, d'altra faccenda lungo il cammino.
2. Non devi entrare nel tempio, e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, neppure se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte.
3. Sacrifica e inchinati scalzo.
4. Evita le vie maestre, cammina per i sentieri.
5. Astieniti dal melanuro, è sacro agli dèi sotterranei.
6. Frena la lingua davanti agli altri, per deferenza verso gli dèi.
7. Quando i venti spirano, venera Eco.
8. Non attizzare il fuoco col coltello.
9. Allontana da te ogni ampolla d'aceto.
10. Aiuta l'uomo che si carica un fardello, non aiutare chi lo depone.
11. Per calzarti, avanza prima il piede destro, per il pediluvio, il sinistro.
12. Non parlare di cose pitagoriche al buio.
13. Non squilibrare la bilancia.
14. Partendo dalla patria, non voltarti indietro, perchè le Erinni ti seguono.
15. Non orinare rivolto al sole.
16. Non nettare la latrina con la fiaccola.
17. Alleva il gallo, ma non ucciderlo, perchè è sacro alle Muse e al Sole.
18. Non sedere sul moggio.
19. Non allevare animali con artigli ricurvi.
20. Per strada, non dividere.
21. Non accogliere rondini in casa.
22. Non portare anello.
23. Non incidere l'immagine di un dio in un anello.
24. Non specchiarti a lume di lucerna.
25. Non negar fede a cosa anche strana riguardo agli dèi e alle divine sentenze.
26. Non abbandonarti a riso incontenibile.
27. Durante un sacrificio, non tagliarti le unghue.
28. Non porgere con facilità la destra a chiunque.
29. Quando ti alzi, arrotola le coperte e riordina il luogo.
30. Non masticar cuore.
31. Non mangiare cervello.
32. Sui tuoi capelli ed uinghie tagliate, sputa.
33. Non cibarti di eritimo.
34. Cancella l' impronta della pentola dalla cenere.
35. Per aver figli, non unirti a donna ricca.
36. Preferisci il motto "una figura e un passo" al motto "una figura e un trobolo".
37. Astieniti dalle fave.
38. Coltiva la malva, ma non mangiarne.
39. Astieniti dal cibarti di esseri animati.

IAMBL. V. P. 103. – T.C. c. 7, 204.

Oltremodo necessario era ritenuto nella sua scuola il metodo d'insegnamento mediante simboli; e questo stile, non solo era coltivato presso quasi tutti i Greci, in quanto aveva origine antica, ma era tenuto in speciale conto presso gli Egizi, in forme allusive piuttosto involute. Nelle stesse forme fu adottato anche nella Scuola di Pitagora, con un intento molto serio qualora si interpretino nel modo esatto le forme esteriori e gli arcani significati dei simboli pitagorici, mostrando quanto di retto e di vero contengono quando siano svelati e liberati dalla forma enigmatica e adattati in schietto ed ingenuo insegnamento agl'ingegni di questi amanti del sapere.
Che, se dopo aver raccolti questi simboli, non si spiegano e non si riuniscono in una seria interpretazione, potranno sembrare ai lettori detti ridicoli, e da vecchierelle, non altro che sciocche ciarle.
Quando però siano spiegati secondo lo stile proprio di questi simboli, in modo da apparire ai più come oscuri, ma chiari e intelligibili, essi somigliano ad alcuni vaticini ed oracoli di Apollo e rivelano un mirabile significato, e ispirano un che di divino negli studiosi che vi hanno meditato sopra.
Vale la pena di ricordarne qualcuno per chiarire meglio il tipo dell'insegnamento:
"Non devi entrare nel tempio e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, nemmeno se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte."
"Sacrifica ed inchinati scalzo" "Evita le vie maestre, cammina per i sentieri". "N on parlare di cose pitagoriche al buio".
Tale, in via d'esempio, era il suo modo d'insegnare questi simboli.

                                                                        °°°

Qui, non solo non lo si trova, ma lo spirito pitagorico viene proprio ammazzato.
Intendiamo: la conseguenza logica dello spirito del pitagorismo del quinto secolo, dal quale noi abbiamo ricavato quello del nostro Nuovo Pitagorismo, non può conciliarsi con lo spirito dello "ipse dixit", che invece presuppone una cultura, magari parzialmente utile e saggia, ma che nell' insieme mira alla obbedienza cieca e può condurre al fanatismo.
Quale differenza con la filosofia pitagorica del "numero", il quale non è Dio, ma l'unico strumento razionale che abbiamo per conoscerlo nelle sue concrete manifestazioni, e che pertanto presume la conseguenza logica della religione libera.
La quale, tuttavia, per i Pitagorici non può risolversi nel disordine, essendo la sacralità perfettamente individuata nella totalità della emanazione universale della quale noi stessi facciamo parte.
Il concetto di "tolleranza" nella ricerca diventa quindi una conseguenza logica totale, non una concessione, non un accordo fra istituzioni.

                                                                 (continua)

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